Gad Lerner, la Repubblica 28/7/2007, 28 luglio 2007
LA DIVINA VITTORIA. La Repubblica 28 luglio 2007. Beirut. Amal Makarem è una cassandra della memoria, il suo puntiglio mi ricorda certe algerine temerarie che dieci anni fa sfidavano i terroristi passeggiando a capo scoperto nella casbah
LA DIVINA VITTORIA. La Repubblica 28 luglio 2007. Beirut. Amal Makarem è una cassandra della memoria, il suo puntiglio mi ricorda certe algerine temerarie che dieci anni fa sfidavano i terroristi passeggiando a capo scoperto nella casbah. Pochi libanesi osano darle retta quando invoca una ricostruzione meticolosa delle atrocità commesse fra il 1975 e il 1990, i quindici anni della guerra civile costata più di duecentomila morti in un paese che non raggiunge i quattro milioni di abitanti. Lei trova insana l´euforia che rimuove il lutto e assolve i colpevoli: i capi delle milizie fotografati fianco a fianco, perché oggi fanno parte della stessa coalizione di governo. Inutilmente profetizza: la maledizione tornerà ad abbattersi su un paese che rifiuta di ricordare, i cui giovani continuano ad affiliarsi per clan e a dichiararsi assetati di sangue. Ma di fronte a un ebreo come me che ha lasciato il Libano per la difficoltà di viverci dopo la nascita dello Stato d´Israele, Amal Makarem s´accende di orgoglio: «Libano e Israele sono due prototipi che si fronteggiano. Questo è uno Stato fondato sulla pluralità di rappresentanza, dov´è garantito uno spazio perfino a comunità minuscole come gli alawiti e gli armeni; l´altro è uno Stato confessionale ebraico. O Israele si piegherà al modello libanese, o succederà il contrario e sarà di nuovo una tragedia». Strano ma vero. Lei che denuncia l´ingiustizia di una democrazia confiscata dagli ex signori della guerra - padrini che a detta di Samir Kassir trasformarono le comunità in mafie-, lei donna laica, oggi vorrebbe convincermi a uno sguardo rispettoso nei confronti della rappresentanza politica sciita, gli Hezbollah. Dipenderà dal fatto che il Partito di Dio è riuscito a tenere fuori gli sciiti dalla guerra civile: mentre gli altri libanesi si ammazzavano a vicenda, loro costruivano la resistenza contro l´occupante israeliano. E così, divenuto potente, il loro capo Hassan Nasrallah ha promulgato una fatwa per giurare che mai la sua forza militare verrà impiegata a danno di concittadini d´altra fede. Fatto sta che Amal Makarem insiste nel descrivermi i parlamentari Hezbollah come i più professionali, i meno corrotti, gli unici selezionati a prescindere da logiche dinastiche o plutocratiche. Non mi convince ma voglio capirci di più in questa riscossa sciita che sulla scia della rivoluzione khomeinista del 1979 ha finito per schiudere dopo duemila anni ai persiani un inquietante spazio mediterraneo. E´ il volto oscuro del Libano, quello dei veli e delle barbe, i veri nemici della cultura levantina. Prima di essere ammesso in una sede Hezbollah, raccolgo le confidenze di un intellettuale vicino al partito che vuole mantenere l´anonimato. Sorride a Jeanine Jalkh, la giornalista maronita che mi accompagna: «Tu mi conosci, io non potrei sopportare l´idea di vivere in un Libano da cui fosse cancellata la presenza dei miei fratelli cristiani». Devo credergli? Dal 1932 in questo paese sono proibiti i censimenti. Qualsiasi variazione demografica, resa pubblica, incoraggerebbe tentazioni eversive della costituzione materiale che assegna i posti-chiave dello Stato su base confessionale. Ma lo sanno anche i sassi che nel frattempo il boom demografico ha ingigantito il peso della comunità sciita. D´accordo, il programma Hezbollah esclude l´instaurazione di uno Stato islamico. Ma, gli chiedo, voi sciiti non sognate un giorno di vedere il vostro leader supremo Nasrallah presidente della Repubblica o capo del governo? La risposta mi ghiaccia: «Ma già oggi Nasrallah è molto, molto più importante del presidente della Repubblica e del capo del governo!». Con la sua armata che ha tenuto testa a Israele, con il suo welfare capillare finanziato da Teheran, con la sua televisione privata, Hezbollah viene percepito a tutti gli effetti dagli sciiti come uno Stato nello Stato. E amministra questo suo potere con accortezza tattica: non dimentichiamo che la scuola diplomatica iraniana è fra le più antiche e raffinate. Il crescendo della «vittoria divina» (questo significa in arabo Nasrallah) assume toni apocalittici nelle visioni del mio interlocutore: «E´ ormai evidente la crisi d´Israele, che tra dieci anni non esisterà più. A quel punto tutto sarà diverso. Ma la vera guerra cui dobbiamo prepararci sarà quella con i sunniti che in Siria travolgeranno prima o poi il fragile regime alawita, e muoveranno contro di noi. L´insidia non ci viene dai cristiani ma dai sunniti». Un incubo, questo futuro mediorientale portatore di una guerra dopo l´altra. Quando infine verrò ricevuto da Ghaleb Abu Zaynab, membro dell´ufficio politico di Hezbollah e stretto collaboratore di Nasrallah, naturalmente gli argomenti saranno molto più diplomatici ma non per questo meno interessanti. Zaynab ha 43 anni e proviene da una famiglia sunnita. Diciassettenne si convertì allo sciismo per il richiamo - prima ideologico, mi spiega, e solo poi religioso - esercitato su di lui dalla rivoluzione iraniana. Dice già molto la sede anonima e spoglia in cui ci incontriamo nel quartiere bombardato di Dahiyeh, dove vigono norme di semiclandestinità nonostante siano militanti del partito perfino i ragazzi che smistano il traffico automobilistico. «Per quanto importanti siano state le variazioni demografiche degli ultimi decenni - dice Zaynab - è un fatto che in Libano tutte le comunità, anche le più grandi, singolarmente prese restano una minoranza. Noi crediamo nell´islam come cammino ideale per l´uomo, una fede cui vogliamo convincere, non costringere gli altri. Quindi la condizione multiconfessionale del Libano ci impone pragmatismo. La nostra appartenenza alla umma, la comunità sopranazionale di tutti i musulmani, deve limitarsi su un piano ideologico». Questa preoccupazione di rivendicare innanzitutto la libanesità di Hezbollah si manifesta pure sul tema più incendiario: il nemico sionista. In passato Nasrallah si distingueva per le sue ingiurie antisemite, ben prima che a Teheran le rilanciasse Ahmadinejad. La guerra a Israele veniva presentata come imperativo assoluto. Oggi, con la tregua in vigore, sembra prevalere un´inedita prudenza. Chiedo a Zaynab: una volta garantita la vostra integrale sovranità territoriale, la guerra a Israele resterebbe un dovere religioso? Risposta: «La nostra resistenza a Israele è fondata su due principi. La liberazione dei territori libanesi. La capacità di dissuadere Israele dall´attaccarci di nuovo. Noi siamo sensibili alla questione palestinese che però non rientra nei due punti che le ho esposto». Insisto: dunque la distruzione di Israele non rientra fra gli obbiettivi di Hezbollah? Zaynab aggira l´insidia così: «Il problema sono i palestinesi, non Israele. Noi speriamo che i palestinesi recuperino ciò cui hanno diritto, ma ci atteniamo ai due punti del nostro programma». Mi sono dilungato nel descrivere la sinuosità tattica di un alto dirigente Hezbollah perché troppo spesso appiattiamo questo movimento nella sua dimensione terroristica. Il che ci impedisce di fare i conti con la sua forza reale. Basti pensare che l´unico ospedale libanese che abbia superato tutte le verifiche sugli standard di qualità è quello gratuito che il Partito di Dio ha costruito a Dahiyeh, probabilmente con i soldi di Teheran. La riscossa sciita alimenta fantasiose teorie pseudo-marxiste sull´ascesa sociale dei diseredati. Anche perché prima della rivoluzione iraniana l´élite sciita era laica e sinistreggiante. Mi mette in guardia Ahmad Beydun, un sociologo molto stimato, peraltro egli stesso sciita: «Neanche loro accetterebbero più questa immagine di classe subalterna, che fu il cavallo di battaglia dell´imam Musa Sadr negli anni Settanta. Oggi semmai avvertiamo gli sciiti come potenziali oppressori della società libanese. Li anima la consapevolezza di essere stati a lungo esclusi dagli impieghi pubblici, nonostante la volontà ferrea e il profitto dei loro studenti. A lungo il Libano del Sud, quasi interamente sciita, subì anche un regime fiscale penalizzante. E infine la ricostruzione del nuovo lussuoso centro storico di Beirut realizzata da Rafiq Hariri, ha di fatto espulso la presenza storica del commercio ambulante sciita. Ma ora che sono fortissimi, anche grazie all´Iran, gli sciiti purtroppo replicano la pratica dell´autosufficienza comunitaria inaugurata a suo tempo dai maroniti. Ogni comunità libanese ha le sue scuole, i suoi ospedali, i suoi mercati. Nella mia università gli scontri fisici tra sunniti e sciiti sono diventati frequenti. Ciò che frena oggi la deflagrazione è la consapevolezza che sarebbe enorme. Lo spettro di una nuova guerra civile modera i politici, primi fra tutti gli Hezbollah: anche loro ormai hanno qualcosa da perdere, in questo paese». Ricordo la signora bene che sorseggiando un kir royal allo Sky Bar, inorridiva all´idea che io visitassi questa gente sciita, estranea al Libano europeo cui lei resta aggrappata. La frattura culturale sembra irrimediabile. Non so se con le loro armi pesanti che continuano ad affluire dalla Siria, gli sciiti potrebbero davvero cancellare ciò che resta della levantinità. Sarebbe un bagno di sangue, escluderei che osino tanto. Ma nel frattempo una popolazione di poeti, contadini, doganieri, commercianti, radicata tenacemente nel suo territorio da Baalbek fin giù al confine israeliano, pare snaturata da un´egemonia straniera. Gli intellettuali progressisti rimpiangono la disponibilità al dialogo che caratterizzava lo sciismo libanese dell´imam Musa Sadr, misteriosamente scomparso in Libia nel 1978. Certo, era un amico dell´ayatollah Khomeini, ma non esitava a tenere i suoi sermoni per la convivenza in chiesa, fianco a fianco con i patriarchi cristiani. La politica egemonica di Teheran calpesta questa tradizione. Potrà mai essere recuperata? Dalla base dei parà italiani della Folgore, a Tebnine, nel Libano del Sud, mi giunge inaspettata una mail del comandante generale Maurizio Fioravanti. E´ tornato a Bent Jbail, la città semidistrutta nei combattimenti più sanguinosi dell´estate scorsa, e vi ha incontrato il sindaco: un medico, leader carismatico degli Hezbollah. Chissà perché, ha voluto rivelargli la visita del giornalista italiano, ebreo nato a Beirut, che la frontiera l´aveva finora potuta vedere solo dalla parte d´Israele, dove vive ormai tanta parte della sua famiglia. Il generale Fioravanti ha raccontato al sindaco del mio primo pensiero dedicato a Uri, il figlio di David e Michal Grossman, caduto a Bent Jbail l´ultimo giorno di guerra. Eppure lo so che i morti libanesi a Bent Jbeil sono stati molti, molti di più. Gli ha detto di quell´emozione complicata: gratitudine per i soldati del paese che mi ha accolto regalandomi una vita di benessere, venuti nel paese in cui nacqui a cercare la pace con la terra d´Israele che mi è cara. Come ha reagito il carismatico sindaco Hezbollah? Così scrive Fioravanti: «A testa bassa il dottore ha mormorato "C´era un ebreo, qui, domenica". Un attimo di silenzio. Poi ha alzato la testa: "Caro generale, dica al suo amico che questa terra è anche sua, Bent Jbail lo aspetta e lo aspetterà anche quando lei sarà rientrato in Italia". In quel momento ho provato una soddisfazione che da sola può valere tutta la mia missione di sei mesi». Al generale che mi ha voluto fare questo regalo bellissimo, rispondo sinceramente: non credo che avrò il coraggio di tornare a Bent Jbeil senza la compagnia dei soldati italiani. Ma la sua lettera tiene accesa in me la speranza. (3 - continua) Gad Lerner