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 2007  luglio 28 Sabato calendario

NOTIZIE RELATIVE ALLA CAUSA FININVEST GIUFFRIDA



Fininvest, stop alla causa al consulente dei pm di Palermo. La Repubblica 28 luglio 2007. ROMA - La Fininvest rinuncia alla causa contro il consulente della Procura di Palermo, Francesco Giuffrida, con cui ha sottoscritto una transazione. Si pone fine così al procedimento civile avviato nei suoi confronti dall´azienda, per una consulenza «riguardante la ricostruzione degli apporti finanziari intervenuti alle origini del gruppo». Per il senatore Niccolò Ghedini (Fi), legale dell´ex premier, si dimostra che «Silvio Berlusconi e la Fininvest hanno sempre agito con totale e assoluta correttezza».


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’Nessun mistero sull’origine del capitale della Fininvest”. La Stampa 28 Luglio 2007. ROMA. «Smentita in modo assoluto e indiscutibile la campagna mediatica pesantemente diffamatoria condotta per anni in danno della Fininvest»: lo si legge in una nota con la quale la società berlusconiana annuncia che il consulente della procura di Palermo Francesco Giuffrida ha sottoscritto una transazione che pone fine alla causa avviata nei suoi confronti dalla Fininvest.
Al centro del contendere la vicenda degli apporti finanziari all’origine della Fininvest e i sospetti di contributi di capitali mafiosi. Nel 1997 la Procura di Palermo, in seguito a dichiarazioni di alcuni pentiti, affidò a Giuffrida - si ricorda nella transazione - l’incarico di «verificare la legittimità degli apporti finanziari da parte di soggetti terzi». Per otto operazioni «Giuffrida non era riuscito a identificare l’origine della provvista. Il che aveva generato nell’opinione pubblica la convinzione che la società potesse avere goduto dell’apporto di capitali di provenienza mafiosa». La Fininvest ha fatto ricorso sostenendo che Giuffrida avrebbe potuto ricostruire le 8 operazioni accertando che l’origine delle provviste «era riveniente da persone, fisiche o giudidiche, tutte immediatamente riferibili all’allora costituendo Gruppo Fininvest e quindi senza alcun afflusso di denaro dall’esterno». Giuffrida ha ribattuto che la sua consulenza risultava «parziale e non completa in quanto rappresentava una prima ipotesi di lavoro, che avrebbe potuto poi essere modificata con approfondimenti che tuttavia mai vennero effettuati a causa dello scadere dei termini per le indagini preliminari e della successiva archiviazione del procedimento».
Nella transazione - si legge nell’atto - Giuffrida riconosce «che le operazioni oggetto del suo esame erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna alla Fininvest». A sua volta il gruppo ha riconosciuto «che i limiti della consulenza del dottor Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza, ma da eventi estranei alla sua volontà».


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Quella perizia di nascondere la notizia che riabilita Berlusconi. Il Giornale 29 luglio 2007. A fare l’indignato che fa volar gli stracci, dopo anni di mestiere, cominci a sentirti anche un po’ scemo: le passioni si spassionano, il cinismo fa capolino, i toni alti e bassi li impari a regolare come quelli dello stereo, talvolta non riesci neppure più a capire dove comincia la tua opinione e dove quella del tuo ruolo in commedia. Ma qui, davvero, non è questione di gioco delle parti, la domanda è vera: com’è possibile che alcuni giornali, ieri, non abbiano completamente dato (completamente dato) la notizia che la famosa perizia-Giuffrida, quella che nel 1997 ipotizzava una provenienza oscura dei primi capitali Fininvest, è stata giudicata sbagliata e incompleta proprio dal perito che la elaborò? Come-è-possibile?
Riassunto brevissimo per chi avesse letto solo Corriere o Repubblica o Stampa o Unità, e non capisse quindi di che stiamo parlando: la Procura di Palermo, nel 1997, affidò al perito della Banca d’Italia Francesco Giuffrida l’incarico di verificare se dei soggetti terzi (tipo la mafia) avessero potuto contribuire a formare eventualmente il gruzzolo primordiale della Fininvest. La perizia, pur genericamente, non riuscì a individuare la precisa origine di otto operazioni, e partì da questo una macchina mediatica formidabile, un leimotiv che trasformò Giuffrida in eroe e Berlusconi in mafioso. Giuffrida, ora, ha messo per iscritto che le famose operazioni erano in realtà «tutte ricostruibili, e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest»; non solo: Giuffrida ha ammesso che a margine della perizia fu sovente messo alle strette dalla Procura di Palermo e soprattutto che il lavoro non poté neppure terminarlo, perché il procedimento contro Berlusconi fu infine archiviato.
Circostanza che non impedì di riutilizzare la stessa perizia e la sua testimonianza, benché incomplete, nel corso del processo contro Marcello Dell’Utri per appoggio esterno in associazione mafiosa. Ora: come si valuta una notizia come questa, o meglio: come si valuta la smentita di una notizia e di una perizia di dieci anni fa? In cento modi, ma non c’è smentita che non vada calibrata secondo le conseguenze che la notizia falsa intanto abbia avuto. Nel caso della perizia di Giuffrida si parla di qualcosa che adombrò «mafia» attorno all’uomo più popolare del Paese, forse dopo il Papa, qualcosa che, come illustrato splendidamente da Luca Fazzo ieri su queste pagine, divenne architrave delle frotte di libri dei berluscologi Ruggeri & Guarino, poi rimpiazzati dall’altra coppia Gomez & Travaglio, senza contare le copertine dell’Espresso, quelle di Diario, il conosciuto libro L’odore dei soldi (quelli guadagnati da Travaglio, in realtà) scritto da Elio Veltri e Travaglio medesimo, lo stesso poi riversato nella nota e galeotta puntata con Daniele Luttazzi su Raidue, dunque sui centinaia di video reperibili sul sito Youtube.
Il sedimento decennale di una notizia-perizia del genere, ora smentita, ha creato mostri, si è trascinata come una pesca a strascico di sostanziali cazzate; per esempio su centinaia di blog, addirittura in un pamphlet coadiuvato dall’eurodeputato Gianni Vattimo e distribuito a Bruxelles in quattro lingue, e addirittura in appelli «Forza Giuffrida» senza contare l’incipit del famoso Caimano di Nanni Moretti, insomma classiche note di antiberlusconismo professionale. Ci vorrebbero in teoria dieci anni per pareggiare i conti, e non si può, d’accordo, le cose vanno come vanno, e però, ora, come-è-possibile non dare neppure la notizia? Neppure-la-notizia? Oddio, Repubblica l’ha con 14 righe a pagina 22, e il titolo è «Fininvest, niente causa al consulente dei pm di Palermo». Anche la Stampa ha pubblicato uno straccetto d’agenzia non firmato a pagina 18. L’Unità niente, e si capisce, anzi no, una cosa del genere non è perdonabile neppure su l’Unità, perché il direttore Antonio Padellaro è uno che le notizie perlomeno le ha sempre date. Non si pretende magari che possa titolare come ha fatto Libero di ieri, che in prima pagina ha sparato «Su Silvio un mucchio di balle». Ma che dire del solito Corriere della Sera? Non ha scritto niente. Niente. Presente il Corriere della Sera? Non ha scritto niente.
Ovvio che a Fininvest interessasse ristabilire la verità, è per questo che a suo tempo promosse una causa civile per forza di cose contro Francesco Giuffrida. Ma l’obiettivo era appunto la verità, non Giuffrida: nella transazione infatti il Gruppo riconosce «che i limiti della consulenza del dottor Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza, ma da eventi estranei alla sua volontà». Chiusa qui. E pensare che nel tardo novembre 2006 l’apposito Marco Travaglio diffuse addirittura un appello a favore di Giuffrida, martire vessato dalla Fininvest: «Perché questo appello?», scriveva. Risposta: «Per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano». Ma quale silenzio. Dieci anni di baccano fatto alle sue spalle, dieci anni di santificazione non richiesta per un funzionario che ora ammette la sua serafica verità. Il silenzio, silenzio su questa verità, è quello dei giornali di ieri e di oggi e di domani. Tendi l’orecchio: non si sente niente.
Filippo Facci

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Quell’esperto gestito come un pentito. Ma i pubblici ministeri non si scusano. Il Giornale 29 luglio 2007. La frase chiave è questa: "Il dottor Giuffrida chiariva inoltre che la funzione di approfondimento tecnico che egli avrebbe dovuto svolgere era stata costantemente sottoposta allo specifico e ineludibile coordinamento e al diretto controllo dei pubblici ministeri, così come parimenti era avvenuto anche per la scelta dei documenti da consultare e per la materiale acquisizione degli stessi"
La frase chiave è questa: «Il dottor Giuffrida chiariva inoltre che la funzione di approfondimento tecnico che egli avrebbe dovuto svolgere era stata costantemente sottoposta allo specifico e ineludibile coordinamento e al diretto controllo dei pubblici ministeri, così come parimenti era avvenuto anche per la scelta dei documenti da consultare e per la materiale acquisizione degli stessi».
Così è scritto testualmente e firmato nell’atto di transazione concluso tra la Fininvest e Francesco Paolo Giuffrida, il funzionario della Banca d’Italia incaricato nel 1999 dalla procura di Palermo per esaminare i bilanci delle televisioni di Silvio Berlusconi e per «scoprire» la presenza di fondi sospetti magari provenienti da finanziamenti della mafia. Giuffrida «scoprì», e così scrisse nella sua relazione e così confermò a viva voce in dibattimento, otto operazioni di cui «non era riuscito a identificare l’origine della provvista» e per le quali egli aveva concluso in senso dubitativo «ingenerando così la convinzione che nelle casse della Fininvest vi potessero essere stati afflussi di danaro di provenienza illecita».
Trascinato in tribunale dalla Fininvest, che ha messo sotto gli occhi dei giudici le prove provate della provenienza chiara e trasparente e più che lecita di quelle provviste, Giuffrida ha firmato venerdì scorso, dopo otto anni dal suo incarico, l’atto di transazione in cui riconosce che i suoi «dubbi» sulle origini dei finanziamenti alla Fininvest, che hanno alimentato otto anni di calunnie giudiziarie e mediatiche e politiche contro Silvio Berlusconi e i suoi soci e i suoi amici, non avevano nessuna ragione di essere e che erano dovuti soprattutto al fatto che non aveva potuto completare e approfondire i suoi esami per la chiusura dei termini di legge, e quindi era stato costretto a presentare alla procura e a confermare al tribunale conclusioni parziali e provvisorie (senza dire però, al momento in cui le aveva presentate e confermate, che erano parziali e provvisorie).
Ma queste sono chiacchiere. I veri motivi dell’operazione a cui Giuffrida si è prestato sono tutti in quella frase chiave, che si legge ineluttabilmente così: tutto quello che ho fatto e che ho riferito, a partire dalla scelta stessa dei documenti da consultare e da acquisire, è stato voluto e richiesto e controllato dai pubblici ministeri della procura di Palermo. Giuffrida è stato arruolato e gestito dagli inquirenti di Palermo come un qualunque «pentito», ha fatto e ha detto e ha riferito ciò che loro volevano che facesse e che dicesse e che riferisse, e oggi, dopo che per otto anni con la sua relazione ha permesso il linciaggio giudiziario e mediatico e politico di Berlusconi e dei suoi amici, il «pentito» qualunque Giuffrida ritratta e si giustifica e si scusa. E firma un atto di transazione: e i Pm di Palermo?
I pubblici ministeri di Palermo non solo non ritrattano, non si giustificano e non si scusano, ma hanno continuato a usare e a sfruttare le carte di Giuffrida e, dopo l’archiviazione del procedimento per riciclaggio contro Berlusconi, hanno riversato pari pari quelle carte nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa contro Marcello Dell’Utri, e contro Dell’Utri continuano a usare quelle carte false (e non solo quelle) nel processo d’appello tuttora in corso. I Pm non si pentono. Non si sono pentiti nemmeno i Pm che a Caltanissetta hanno inquisito per anni Berlusconi e Dell’Utri per strage, quali presunti «mandanti occulti» della strage di Capaci e della strage di via D’Amelio, dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte. Non si è pentita il pm Ilda Boccassini che, distaccata da Milano a Caltanissetta per scoprire gli assassini di Falcone, interrogò il «pentito» Salvatore Cancemi e ne verbalizzò per prima la geniale «intuizione», che la Fininvest finanziava Cosa Nostra, e non per «proteggere» le antenne delle sue televisioni in Sicilia, come pure s’era detto, ma proprio per preparare le stragi. Non si è pentita il pm Anna Maria Palma, distaccata da Palermo a Caltanissetta, per scoprire gli assassini di Paolo Borsellino, e che nel corso della sua requisitoria per il processo Borsellino bis affermò che erano state ormai «sufficientemente provate» le accuse di Cancemi, che Berlusconi e Dell’Utri si erano incontrati con il capo di Cosa Nostra Totò Riina alla vigilia della strage di via D’Amelio e in pratica gli avevano dato mandato di uccidere Borsellino.
Non si è pentito il pm Luca Tescaroli, distaccato anche lui da Firenze a Caltanissetta, e che ha scritto nella sua requisitoria per il processo della strage di Capaci, e ne ha fatto poi un libro, che quella di Cancemi, più che una «intuizione», era stata una «deduzione logica»: visto che il presunto «pizzo» versato dalla Fininvest alla mafia non era tanto un pizzo per proteggere le antenne delle tv, ma era un modo di finanziare Cosa Nostra; visto che Riina diceva, e Cancemi l’aveva sentito con le proprie orecchie, che ormai «aveva ”nte manu’» Berlusconi e Dell’Utri e che per aiutarli a prendere il potere bisognava fare le stragi; visto che prima della strage Riina aveva incontrato «due persone importanti», evidentemente queste persone non potevano che essere Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. E dunque «possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e la strage di Capaci del 23 maggio 1992, in particolare, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, e sull’azione degli stessi, per ottenere vantaggi per gli adepti dell’accolita».
Tutto ciò consente di inquadrare «le ipotesi di trattative coltivate e le ipotesi degli attentati programmati ed eseguiti nell’azione volta a creare le condizioni per l’affermazione di una nuova formazione politica». Forza Italia, dunque, si è affermata e ha vinto perché Berlusconi e Dell’Utri hanno convinto Riina a fare le stragi e a dare così il colpo di grazia alla prima Repubblica.
Tescaroli è stato così convinto delle sue tesi che si rifiutò di firmare l’archiviazione del procedimento per strage contro Berlusconi e Dell’Utri e lasciò Caltanissetta per tornarsene sul continente. Niente paura: nel quindicesimo anniversario della strage di via D’Amelio, a Caltanissetta hanno deciso di riaprire le indagine sui «servizi segreti deviati» e sui «mandanti occulti». Chi sa che ciò che non è riuscito ai Pm di Palermo contro Berlusconi e Dell’Utri per il riciclaggio e ai Pm «distaccati» a Caltanissetta contro Berlusconi e Dell’Utri la prima volta per le stragi, non riesca questa volta. In fondo, nessuno dei Pm che ci avevano provato si è ancora pentito.
Lino Jannuzzi

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I finanziamenti Fininvest e il perito Giuffrida. Corriere della Sera 30 luglio 2007. ROMA – Sette anni fa, dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia, la Procura di Palermo gli affidò l’incarico di verificare la legittimità di alcuni finanziamenti intervenuti nella fondazione della Fininvest. Allora Francesco Giuffrida, condirettore della Banca d’Italia, concluse la sua perizia spiegando che per otto operazioni non era in grado di accertare la effettiva provenienza dei fondi, avvalorando implicitamente la tesi che potessero essere di origine mafiosa. Venerdì, dopo essere stato citato in giudizio dalla Fininvest, Giuffrida ha accettato di firmare una transazione civile nella quale riconosce «i limiti delle conclusioni» alle quali era giunto e spiega che quelle operazioni «erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al Gruppo».
Un dietrofront, secondo la Fininvest, che fa cadere teoremi e «campagne diffamatorie» sulle origini dei capitali. Il senatore Marcello Dell’Utri, dopo la transazione, parla di «pentimento » di Giuffrida e di «perizie pilotate». Dal canto suo Giuffrida, parlando con il Corriere,
prova a contestualizzare: «Non mi sono pentito di nulla e non sono stato pilotato». Quanto al merito della transazione, «si tratta di otto operazioni del tutto marginali». Non solo: la prima delle operazioni di cui si parla risale al giugno ’79, periodo successivo a quello della fondazione della Fininvest, ufficializzata nel ’78. Sostiene Giuffrida: «I giornali sono caduti nel tranello, hanno dato una ricostruzione fuorviante ». Quanto a Dell’Utri, precisa: «La mia consulenza non è stata fondamentale per la condanna». E sulla transazione: «Nessun dietrofront: già allora avevo chiuso in maniera dubitativa le mie considerazioni, ipotizzando che si trattasse di un giro finanziario chiuso».
Alessandro Trocino

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INTERVISTA DELL’UTRI
Dell’Utri: «Crolla tutto Così finalmente si arriverà alla verità». Corriere della Sera 30 luglio 2007.
Senatore Dell’Utri, come valuta questa transazione tra Giuffrida e Fininvest?
« il ripristino della verità».
Lei è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma la consulenza Giuffrida non la riguarda direttamente.
«Invece è un fatto importante che inciderà sul mio processo. Su questo si basava l’architettura del disegno criminoso. Così crolla tutto».
Come giudica Giuffrida?
«Ammette di avere sbagliato, è un giusto pentimento. Ce ne sono stati tanti dall’altra parte di pentiti, è bene che ce ne sia qualcuno per noi. Se lavoriamo come la Procura, scopriremo molti in malafede».
Giuffrida era in malafede?
«Più che altro era pilotato dalla Procura, che gli spiegava quello che doveva dire. la solita storia dei pentiti compiacenti»
Ma lui era un consulente.
«Superpagato, prendeva delle belle parcelle. Sa quanto spende la Procura di Palermo? Cifre allucinanti, per non parlare delle intercettazioni. Tagliamo i loro costi, altro che quelli della politica».
Giuffrida spiega che la sua perizia era solo «una prima ipotesi di lavoro»
« stato bloccato dai pm, lo ammette lui».
Neanche il consulente Fininvest fu in grado di ricostruire i flussi di denaro.
«Questo non lo so, evidentemente non è stato in grado di definire la fonte esatta di certe somme. Però certamente venivano dall’interno di Fininvest».
E ora cosa è cambiato?
«Giuffrida avrà ripreso in mano le carte.
Del resto era stato citato in giudizio».
Berlusconi, nel 2002, si avvalse della facoltà di non rispondere.
«Fece bene, quella è una procura prevenuta. Glielo dico io, che sono stato fregato sulla base dele mie dichiarazioni.
Io mi ero reso disponibile e loro mi hanno rivoltato contro le mie parole».
Non crede nella giustizia?
«Provo totale sfiducia. Non nella giustizia, ma in quel tribunale, in quelle persone».
Alessandro Trocino


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INTERVISTA DELLA CHIESA
Dalla Chiesa: «Strano Non mi convince Ci sono altre prove». Corriere della Sera 30 luglio 2007.
ROMA – Nando Dalla Chiesa, con la transazione di Giuffrida cambia tutto?
«No, non mi convince».
Ma era il perno di anni di accuse.
«Se io fossi un perito e mi accorgessi di aver sbagliato, direi dove e perché.
Giuffrida si limita a dire che non è vero che di questi fondi non fosse accertabile la provenienza. Ma poi non ci dice nulla di più. Se sa altre cose, ce le spieghi.
Racconti quali buchi neri ha scoperto, ci dia le matrici dei versamenti e l’origine precisa dei flussi».
Non è già significativa la sua presa di posizione?
«No, spiegatemi perché, se lui era manovrato, il perito della Fininvest non lo ha smentito durante il processo. E perché i suoi legali lo smentiscono».
La querelle giudiziaria rischia di essere infinita.
«Infatti le cose vanno risolte in altro modo. Anche tra noi, tra gli avversari politici, ci sono galantuomini in grado di ascoltare le ragioni degli altri».
Dall’altra parte si dice che non c’è nulla da spiegare e che l’infiltrazione mafiosa è tutta una montatura politica.
«Mica la dobbiamo metter dentro per forza la mafia. Ma sullo sfondo ci sono amicizie che inducono a coltivare associazioni mentali. Poi, magari, sono arbitrarie».
Chi deve dare spiegazioni, Berlusconi?
«Anche un suo funzionario. E poi Re Mida esiste solo nelle leggende, ce lo siamo sempre chiesti qual era l’origine dei capitali Fininvest, mica abbiamo aspettato Giuffrida. dagli anni ’80 che ci chiediamo da dove sono usciti i soldi».
Dell’Utri dice che finalmente crolla il castello giudiziario di bugie.
«Ma non è vero, ci sono altri canali, altre prove, non si può rimuovere la totalità partendo dal particolare, dal dettaglio. Va bene che loro facciano affidamento sul fideismo dei loro elettori, ma non possono pretendere che tutti si arrendano di fronte a una transazione di questo tipo».
Alessandro Trocino