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 2007  luglio 31 Martedì calendario

2 ARTICOLI

MILANO – Una stratosferica evasione tributaria da quasi due miliardi di euro è stata contestata dal fisco italiano ai soci della Bell, la finanziaria lussemburghese che fu lo strumento per la storica scalata a Telecom di fine anni ’90.
Il controllo della compagnia telefonica era stato ceduto nel luglio 2001 alla cordata Pirelli-Benetton e questo affare aveva garantito ai venditori, capitanati dal finanziere bresciano Emilio Gnutti, un’eccezionale plusvalenza su cui però lo Stato italiano non ha mai incassato neppure un soldo di tasse sui profitti (Irpeg). Ora, dopo due inchieste penali della Procura, l’Agenzia delle Entrate di Milano ha notificato ai rappresentanti della Bell l’atto finale di una procedura di accertamento tributario che finora era rimasta riservata: in pratica è il provvedimento che dichiara chiuse le verifiche fiscali e chiede agli azionisti dell’epoca della società lussemburghese, quasi tutti italiani, di versare un totale di 1 miliardo e 937 milioni di euro. Per l’esattezza: 653 milioni e 987 mila euro di «imposte evase»; 106 milioni e 815 mila di «interessi »; 1 miliardo, 177 milioni e 884 mila euro di «sanzioni».
IL PROCESSO FISCALE – L’Agenzia delle Entrate, che dipende dal ministero dell’Economia, ha già calcolato anche come la maxi-multa dovrebbe essere divisa tra le 17 persone fisiche e giuridiche che erano azioniste della Bell tra l’agosto 2001 e il 2002, quando fu incassata la plusvalenza Telecom. Il prezzo più salato rischia di essere pagato da Hopa, la società guidata da Gnutti che era diventata un salotto trasversale della finanza italiana: 635 milioni di euro tra imposta evasa, interessi e sanzioni. Altri 416 milioni gravano, sempre secondo il fisco, sulla consociata lussemburghese Gpp,
ma anche la Gp Finanziaria di Brescia, che è la cassaforte personale di Gnutti,
è chiamata in causa per 36 milioni di euro. Tra gli azionisti dell’epoca compaiono, oltre a Unipol (60 milioni), anche banche che poi si sono trovate schierate dalla parte opposta di Gnutti (e dell’alleato Fiorani) nelle scalate incriminate del 2005: Antonveneta rischia di concorrere nella maxi-multa per 184 milioni, la controllata Interbanca per 121 e il Monte IL DEBITO
Gnutti è stato chiamato a pagare 635 milioni tra imposta evasa, interessi e sanzioni.
Altri 36 milioni chiesti alla Gp Finanziaria, cassaforte personale dei Paschi per 143. Quote minori gravano su società estere (come Finstahl e Tellus) che fanno capo ad alcuni imprenditori italiani e sui titolari, che invece restano misteriosi, del fondo Oak delle isole Cayman. Nel caso Bell il fisco inserisce i fratelli Ettore, Fausto e Tiberio Lonati, storici alleati di Gnutti, chiamati in causa come persone fisiche per circa 30 milioni di euro.
Per evitare il salasso, la Bell e i suoi azionisti hanno diritto di contrastare l’accertamento respingendo l’accusa di evasione davanti alle commissioni tributarie, che sono i giudici dei processi fiscali, oppure di conciliare o patteggiare. Il giudizio fiscale potrebbe anche creare complicate questioni legali tra vecchi e nuovi azionisti di Bell, Hopa e delle banche interessate.
VISCO, TREMONTI E LA PROCURA – L’atto d’accusa del fisco è stato depositato anche in procura, perché proprio due indagini dei pm milanesi avevano riaperto l’affare Telecom. La prima è l’inchiesta che accusa Gnutti di frode fiscale appunto come «amministratore di fatto» della Bell. L’indagine sembrava contraddetta dai precedenti dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, che a sorpresa smentirono che la Bell fosse un’ipotesi di «estero- vestizione»: un «vestito straniero» creato solo per nascondere profitti prodotti in Italia da italiani. Il caso fu anche al centro di furiose polemiche politiche fra Visco e Tremonti. Intanto, mentre cambiava il governo, una seconda inchiesta della Procura, questa volta per tangenti, ha decapitato l’Agenzia di Milano. Quindi i nuovi dirigenti hanno riaperto, oltre ai fascicoli sospettati di corruzione, anche l’istruttoria fiscale sulla Bell. E ora l’hanno chiusa confermando la presunta maxi-evasione.


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La grande evasione fiscale su Telecom. La Repubblica 31 luglio 2007. ROMA. Nell´estate del 2001, la cessione a Marco Tronchetti Provera del pacchetto azionario di controllo di Telecom Italia ha sottratto al Fisco 600 milioni di euro, (1.266 miliardi delle vecchie lire). E per l´amministrazione delle Finanze, è arrivato il tempo che quel denaro rientri nelle casse dell´Erario. L´Agenzia delle entrate ha notificato un avviso di accertamento fiscale ai soci e agli amministratori pro-tempore della società "Bell", la cassaforte lussemburghese del finanziere bresciano Emilio Gnutti che di Telecom aveva il controllo e attraverso cui ne venne perfezionata la vendita. Sei anni fa, i soci di "Bell" raccolsero dalla transazione plusvalenze esentasse per 2 miliardi di euro (3.500 miliardi delle vecchie lire). Dovranno ora versare 600 milioni di euro a titolo di «maggiore imposta» evasa e 1 miliardo di euro «a titolo di sanzioni». Quell´esenzione non gli spettava, perché Bell era una società italiana a tutti gli effetti, e fu ingiustamente favorita. «Considerata l´entità del danno erariale, nonché la distrazione del patrimonio sociale di "Bell" – scrive l´Agenzia delle entrate nel provvedimento – si rende opportuna l´iscrizione di ipoteca sui beni dei trasgressori e dei soggetti obbligati in solido, con conseguente sequestro dei loro beni, compresa l´azienda».
Tali misure cautelari dovrebbero essere effettuate anche nei confronti dei soci di Bell. In particolare, di "Hopa spa" e "GP Finanziaria spa" (entrambe controllate da Gnutti ndr.), i maggiori ed effettivi beneficiari della distrazione del patrimonio sociale».
Un miliardo e seicento milioni di euro (tremila miliardi, 292 milioni 371 mila 654 lire, nel computo dell´Agenzia delle Entrate) è un fiume di denaro. Lo 0,1% del Pil del nostro Paese. Eppure, per quattro anni, l´amministrazione finanziaria che rispondeva al ministro dell´economia Giulio Tremonti ha rinunciato alla sua riscossione. Perché? La risposta è in una storia che, con l´evidenza dei documenti di cui "Repubblica" è in possesso, ricostruisce le mosse di un network di professionisti, dirigenti pubblici, militari della Guardia di Finanza di Milano che intorno a questo tesoro si è mosso, garantendone l´immunità fiscale. Vi si rintracciano significativamente alcuni protagonisti della partita mortale ingaggiata a partire dall´estate del 2006 con il viceministro Vincenzo Visco da un blocco di alti ufficiali della Guardia di Finanza con l´appoggio del centro-destra.
I fatti, dunque.
2001. Tronchetti ha acquistato Telecom comprando da "Bell" il 22,5 per cento delle azioni Olivetti che ne garantiscono il controllo. "Bell" è una holding con sede legale al 73 di Cote d´Eich, Lussemburgo. La controlla "Hopa spa", la finanziaria di Gnutti, la «bicamerale della finanza», in cui siedono tra gli altri il Montepaschi di Siena, Fininvest e l´Unipol di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. A quella data, soci di "Bell" sono "Gpp International Sa" (a sua volta controllata per il 100 per cento da Hopa), "Gp finanziaria spa" (dello stesso Gnutti), "Interbanca spa", "Banca Antoniana popolare veneta", Chase Manhattan International, "Oak fund", "Financiere Gazzoni Frascara", "Finstahl", "Tellus srl", "Pietel srl", "Autel srl.", Ettore, Fausto e Tiberio Lonati, "Bc com" e gli stessi "Montepaschi" e "Unipol".
"Bell" non è stata nulla di più che una cassaforte in cui sono rimaste custodite le azioni di controllo Olivetti-Telecom. Esaurita la sua funzione, può essere svuotata e abbandonata. Come documentano i libri societari, nel novembre 2001, con la distribuzione ai soci dei 2 miliardi di euro di plusvalenze Telecom, il patrimonio netto della società scende a poco più di 34 milioni di euro, impiegati per «l´estinzione dei debiti contratti». Di fatto, è una messa in liquidazione. Di cui ha la sostanza, ma non la forma. Perché, contabilmente, Bell deve continuare ad esistere. E´ l´unico modo, infatti, per far rientrare in Italia i capital gain in regime di esenzione fiscale e aggirare le norme che vietano, anche in Lussemburgo, di ridistribuire utili di una società in liquidazione. La mossa soddisfa gli appetiti di tutti. Solleva soprattutto la cortina di fumo in cui Guardia di Finanza prima e Agenzia delle entrate, poi, possano volontariamente smarrirsi. E´ ciò che accade di lì a breve.
Il 26 marzo del 2003, a Milano, dodici militari della Guardia di Finanza bussano in via dei Giardini 7, studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer", domicilio fiscale dichiarato dalla "Bell". Appartengono alla "quarta sezione" del "Primo gruppo Verifiche Speciali" del nucleo regionale di polizia tributaria della Lombardia. Devono accertare se i 2 miliardi di euro di plusvalenze della vendita Telecom non siano stati sottratti alla tassazione attraverso una "esterovestizione", come, con termine tecnico, viene definita la fittizia localizzazione all´estero della residenza fiscale di una società che, al contrario, ha di fatto la sua attività e persegue il suo oggetto sociale in Italia. L´accertamento su Bell è l´unica opportunità rimasta al Fisco per ficcare il naso in quella transazione, perché su "Hopa" (che controlla Bell) è sceso il buio del "condono tombale" (2002) cui Gnutti ha immediatamente aderito.
Il lavoro dei finanzieri porta via quattro mesi. In un contesto significativo. Nel 2003, lo spoil-system del centro-destra ha finito di ridisegnare la macchina della lotta all´evasione. Giulio Tremonti, ministro dell´economia, si è liberato del direttore generale dell´Agenzia delle entrate, Massimo Romano, apprezzato civil servant e architetto della riforma fiscale. Al suo posto ha voluto Raffaele Ferrara, un ex ufficiale della Guardia di Finanza legato a doppio filo con Marco Milanese, altro ex ufficiale scoperto da Tremonti a Milano e diventato capo della sua segreteria politica. Ferrara (legato al direttore del Sismi Nicolò Pollari) arriva al vertice dell´Agenzia delle Entrate dalle Ferrovie del dopo Necci, dove ha lavorato per la società "Metropolis". Esattamente come Marco Di Capua, che diventa direttore dell´Accertamento dell´Agenzia delle Entrate a spese di William Rossi. Come e più di Ferrara, forse, Di Capua conta ancora molto nella Guardia di Finanza. E non solo lì, visto che il fratello, Andrea, altro ex ufficiale, è stato chiamato al Sismi da Nicolò Pollari per dirigere l´ufficio del personale. Nella sua direzione "Accertamento", Di Capua ha aggregato Graziano Gallo, «dottore commercialista in Milano», cui è affidato l´incarico di responsabile dei "controlli sulle imprese di grandi dimensioni". Anche lui ha vestito l´uniforme della Guardia di Finanza, come il padre: il colonnello Salvatore Gallo, annotato negli elenchi della loggia P2 con tessera numero 933.
Le acque non si sono mosse soltanto a Roma. A Milano, è stato avvicendato il vertice della Guardia di Finanza. Il nuovo comandante del nucleo regionale di polizia tributaria è Stefano Grassi, che ha sin lì lavorato nell´ufficio dell´aiutante di campo del ministro Tremonti. Mentre nuovo comandante regionale è il generale Emilio Spaziante, altro "pollariano" di ferro, già capo dell´intelligence delle Fiamme Gialle, futuro capo di Stato maggiore e vicesegretario del Cesis, motore primo, nell´estate del 2006, dell´affare Visco-Speciale.
Ma torniamo ai nostri dodici finanzieri e alla loro verifica su "Bell". A scorrerne i nomi, ce n´è uno oggi più conosciuto di altri. Guida la squadra. E´ il tenente colonnello Virgilio Pomponi. E´ arrivato a Milano nel 2002 come "capo delle operazioni" del Nucleo regionale di polizia tributaria, ufficio che risponde direttamente al generale Spaziante, ed è destinato ad assumere presto il comando del nucleo provinciale di polizia tributaria. Soprattutto, è destinato a finire al centro dell´affare Visco-Speciale, perché nella lista degli ufficiali di Milano di cui, nell´estate 2006, verrà chiesto l´avvicendamento. Di Pomponi, alcune cronache diranno che il suo allontanamento da Milano avrebbe prodotto «contraccolpi nelle indagini su Unipol e la lussemburghese Bell, nemmeno valutabili» nella loro gravità. E´ un fatto che se ad oggi non è dato sapere quale contributo investigativo personale l´ufficiale abbia dato alle due indagini, sono al contrario documentabili le conclusioni che il primo agosto 2003, rassegna nel «verbale di constatazione» che chiude appunto il primo accertamento su "Bell".
Il Fisco - osserva il tenente colonnello - non ha argomenti, né «evidenze probatorie» per aggredire Bell. Che - scrive - «ad avviso di codesto comando regionale» è e resta una "Societé de partecipation financières" di diritto lussemburghese. La sede della sua amministrazione e l´oggetto della sua attività sociale sono cioè regolarmente radicate in Lussemburgo. Il che la rende soggetta alla locale legislazione fiscale, che prevede l´esenzione sulle plusvalenze ottenute dalla cessione di partecipazioni azionarie. Eppure, sembrano esistere ottime ragioni per sostenere il contrario. Sulla scorta di 193 documenti acquisiti nello studio "Freshfields Bruckhaus Deringer", l´ufficiale dà atto, infatti, che «Bell appare essere sempre stata priva di proprio personale e di propri beni strumentali in Lussemburgo». Che «la maggioranza dei suoi soci ha residenza in Italia». Che lo studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer" di Milano «non si è limitato all´esame delle questioni legali riguardanti la società, ma ha predisposto le assemblee sociali e le riunioni del cda, redigendone ordini del giorno e verbali; ha steso contratti e accordi tra i soci; ha partecipato a riunioni dell´assemblea Olivetti e alla sottoscrizione di atti» ha lavorato ad operazioni cruciali in stretto contatto non con un ufficio in Lussemburgo, ma con un telefono di Brescia: quello della «signora Maurizia Gallia», segretaria di Gnutti.
Dunque? Le ragioni di "Bell" vengono argomentate dall´avvocato Dario Romagnoli e da Claudio Zulli. Non sono due professionisti qualunque. Romagnoli ha diviso il suo studio di diritto tributario ("Vitali-Romagnoli-Piccardi) con Giulio Tremonti fino al giorno in cui non è stato nominato ministro dell´economia. anche lui un ex ufficiale della Guardia di Finanza ed è stato compagno di corso di Marco Milanese, che di Tremonti è capo della segreteria. Zulli è il commercialista di Gnutti, ma anche lui ha ottimi rapporti con il ministro. Come, nell´estate del 2005, documenta l´intercettazione telefonica di un suo colloquio con Consorte (nei giorni chiave della scalata Bnl, il numero uno di Unipol lo chiama per chiedere un incontro con Tremonti. «Devo ringraziarlo di due o tre cosette e gli devo spiegare un po´ di roba perché mi deve dare una mano su cose importanti»).
Per il comando regionale della Guardia di Finanza, Romagnoli e Zulli hanno argomenti irresistibili. In una memoria che diventa parte integrante del verbale, i due professionisti scrivono: «Bell non ha, né ha mai avuto residenza fiscale in Italia (...) il consiglio di amministrazione si è sempre riunito in Lussemburgo. L´assemblea dei soci si è sempre riunita all´estero (...) Nessuno dei soci ha mai esercitato il controllo della società (...)». Conclude dunque Pomponi: «Gli elementi raccolti hanno messo in luce, da un lato indici di collegamento diretto di Bell con il territorio dello Stato italiano, dall´altro che l´intera attività di amministrazione/gestione ordinaria e le principali decisioni straordinarie appaiono formalmente essere state poste in essere all´estero. Pertanto, a parere di questo Comando, non si ravvisa un quadro probatorio tale da far ritenere che Bell debba ragionevolmente ritenersi residente in Italia sotto il profilo fiscale».
Il 4 agosto 2003, il caso è chiuso. E, per quel che racconta alla Procura di Milano l´ex numero uno della Banca Popolare, Giampiero Fiorani, l´operazione costa ad Emilio Gnutti 25 milioni di euro. Li versa all´avvocato Romagnoli a titolo di parcella professionale. Uno sproposito, che Romagnoli nega negli importi (l´avvocato ha sempre sostenuto, di aver ricevuto «non più di 5 milioni di euro») e che Fiorani imputa a complessivo saldo del salvataggio fiscale di Bell, aggiungendo che per lui, come per Gnutti, dire studio Romagnoli significava dire Tremonti. Che Fiorani affermi o meno il vero, è un fatto che nel bilancio 2005 di Bell (l´anno, vedremo, è significativo) compare nelle voci a debito un´annotazione per 31 milioni di euro da saldare con Romagnoli e Zulli. Ed è un fatto che, esaurito il capitolo Guardia di Finanza, la pratica soffochi nelle spire dell´Amministrazione civile delle Finanze.
Il verbale di accertamento delle Fiamme Gialle su "Bell" viene trasmesso all´ufficio 1 dell´Agenzia delle Entrate di Milano, dove verrebbe dimenticato se non fosse per la notizia ricevuta il 25 febbraio 2004 dai pm di Milano Mannella e Nocerino che su Bell esiste un´istruttoria per evasione fiscale. Il 16 luglio 2004 - giorno in cui Domenico Siniscalco giura da ministro dell´Economia (Giulio Tremonti di era dimesso il 3) - l´Ufficio 1 di Milano scrive alla Procura: «Non sussistono prove sufficienti per affermare che Bell possa essere considerata fiscalmente residente in Italia. Pertanto, salvo che a seguito di più incisive attività istruttorie di codesta procura, non emergano elementi tali da condurre a soluzioni diverse, lo scrivente ufficio provvederà all´archiviazione». La pratica muore. Finché, aprile 2005, la Procura, che a sua volta sta per archiviare, torna a sollecitare. L´ufficio 1 - è ormai giugno 2005 - interpella la Direzione regionale. Che impiega cinque mesi per stabilire che è necessario se la sbrighino a Roma, alla Direzione generale accertamento, quella di Marco Di Capua. La risposta arriva il 23 dicembre del 2005, quando Tremonti è ormai tornato a fare il ministro. La Direzione Accertamento informa di «essere già stata interessata dalla Procura di Milano» e di aver provveduto a individuare dei «consulenti» per i pm Mannella e Nocerino: il «dottor Pasquale Cornio», capo dell´ufficio soggetti grandi dimensioni area nord e il «dottor Graziano Gallo», capo settore nazionale dell´accertamento sulle grandi imprese. Il 10 aprile 2006, i due periti così concludono con la Procura: «I redigenti ritengono che la Bell sia da considerarsi fiscalmente residente in Italia secondo le regole di diritto interno». E tuttavia, «che difficilmente possa considerarsi residente fiscalmente in Italia secondo le regole di diritto convenzionale, prevalenti su quelle di diritto interno. Non essendo stati reperiti elementi sufficienti a dimostrare che la direzione effettiva della società abbia avuto sede in Italia».
Gnutti e soci sono salvi. Un´ultima volta. Ad aprile del 2006, al ministero torna Visco. La Procura di Milano decide di proseguire la propria istruttoria. All´agenzia delle entrare riacquistano i loro uffici Massimo Romano e William Rossi. La pratica Bell esce dall´archivio. A Milano deflagra il "caso Visco-Speciale".
CARLO BONINI