Pietro Ichino, Corriere della Sera 31/7/2007, 31 luglio 2007
C’è un modo poco consueto ma molto istruttivo in cui può essere considerata la vicenda dell’asta pubblica per la privatizzazione di Alitalia, fallita nei giorni scorsi: possiamo considerarla come una procedura di selezione dell’imprenditore da «ingaggiare», gestita dai dipendenti dell’azienda stessa per il tramite delle organizzazioni sindacali e del governo (quest’ultimo persegue, ovviamente, anche altri interessi; ma quelli dei dipendenti sono sempre in primo piano)
C’è un modo poco consueto ma molto istruttivo in cui può essere considerata la vicenda dell’asta pubblica per la privatizzazione di Alitalia, fallita nei giorni scorsi: possiamo considerarla come una procedura di selezione dell’imprenditore da «ingaggiare», gestita dai dipendenti dell’azienda stessa per il tramite delle organizzazioni sindacali e del governo (quest’ultimo persegue, ovviamente, anche altri interessi; ma quelli dei dipendenti sono sempre in primo piano). In un mercato del lavoro maturo, infatti, non sono solo gli imprenditori a scegliersi i dipendenti, ma sono anche i lavoratori a scegliersi l’imprenditore; e talvolta – come nel caso di Alitalia – essi hanno l’opportunità di farlo non solo come singoli, scegliendo di andare a lavorare in questa o quell’azienda, ma anche collettivamente, attraverso i propri rappresentanti politici e/o sindacali. Quando di ciò si tratta, i lavoratori devono saper esercitare un’intelligenza collettiva, che stavolta è mancata loro pressoché totalmente.
L’aspetto positivo della globalizzazione per i lavoratori, in un caso come questo, consiste nella possibilità di allargare enormemente il novero dei possibili candidati alla gestione dell’azienda, in modo da poter scegliere l’imprenditore che offre di più sotto il profilo della qualità del piano industriale, dell’affidabilità, della solidità finanziaria. Già sotto questo punto di vista appare evidente un primo gravissimo errore commesso dai rappresentanti dei lavoratori nella vicenda Alitalia: quello di privilegiare l’«italianità » del nuovo imprenditore («L’Italia non è in vendita », titolava in prima pagina il settimanale della Cgil Rassegna sindacale
del 5 aprile scorso, in riferimento non soltanto alla vicenda Alitalia, ma anche a quella in qualche modo analoga della Telecom; e il ministro dei Trasporti gli faceva eco il 6 maggio successivo: «Abbiamo lavorato per l’italianità di Alitalia»). Privilegiare l’«italianità» significa rinunciare preventivamente – oltre che ai miliardi degli investitori stranieri – anche a scegliere l’imprenditore migliore disponibile su scala mondiale, restringendo drasticamente la scelta entro gli angusti confini di un Paese che è solo l’uno per cento del mondo.
Per trarre vantaggio dalla globalizzazione occorre pure che i lavoratori abbiano la capacità di negoziare il nuovo assetto dell’impresa anche secondo modelli radicalmente nuovi, praticati con successo in altre parti del mondo. Per questo bisogna saper prendere in considerazione e valutare, senza chiusure preventive, tutta l’innovazione possibile in materia di organizzazione del lavoro, struttura della retribuzione, relazioni industriali. Nella vicenda Alitalia, al contrario, i soli segnali che finora i sindacati hanno saputo lanciare con il loro comportamento effettivo a qualsiasi nuovo possibile imprenditore, sono stati nel senso della loro indisponibilità a cambiare anche solo una virgola del vecchio assetto dei rapporti di lavoro e sindacali: non può spiegarsi altrimenti il fatto che nei mesi scorsi, proprio nella fase più delicata dell’asta, in Alitalia – un’azienda che sta perdendo due milioni di euro al giorno – il ritmo delle agitazioni, già normalmente elevatissimo, sia stato addirittura intensificato per rivendicazioni salariali; e che a maggio si sia giunti alla proclamazione di un’«agitazione permanente» con cancellazione quotidiana di decine di voli, incredibilmente motivata con dissensi di interpretazione su un accordo aziendale relativo alla composizione degli equipaggi. Non sorprende che, questi essendo i «paletti» preventivamente posti dal sindacato, in aggiunta alle condizioni poste dal governo, la selezione del nuovo imprenditore per Alitalia si sia conclusa con un nulla di fatto.
La questione non riguarda soltanto Alitalia. Nel nostro Paese ci sono tanti altri lavoratori che avrebbero interesse a «ingaggiare » un nuovo imprenditore scegliendo il meglio su scala mondiale, ma non dispongono ancora dell’intelligenza collettiva indispensabile per poterlo fare con successo.
Il discorso è di interesse vitale per le regioni del Mezzogiorno: anche qui, dove pure ci sarebbe tanto bisogno di «importare buona imprenditoria» quale che ne sia la provenienza straniera, il sindacato sa solo porre dei paletti preventivi (entità e struttura della retribuzione, organizzazione del lavoro: tutto rigidamente prestabilito al livello nazionale); non sa – come non sanno i governi pubblici locali – cercare per il mondo il buon imprenditore disponibile, valutarne la capacità e il piano industriale senza chiusure preventive, se del caso scommettere su quel piano anche a costo di sperimentare strutture nuove della retribuzione e dell’organizzazione del lavoro, aprirsi a modelli diversi di relazioni industriali. Come nel caso Alitalia, anche qui il sindacato, invece di essere l’intelligenza collettiva dei lavoratori – come pure ha saputo e sa essere in altre situazioni – finisce col costituire una delle tante loro palle al piede.