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 2007  luglio 27 Venerdì calendario

Venezia splendida e cinica. Ma rispettò sempre l’avversario. Corriere della Sera 27 luglio 2007. facile cadere in luoghi comuni, o dovremmo forse meglio dire «miti comuni», parlando delle secolari relazioni tra Venezia e i Paesi Islamici

Venezia splendida e cinica. Ma rispettò sempre l’avversario. Corriere della Sera 27 luglio 2007. facile cadere in luoghi comuni, o dovremmo forse meglio dire «miti comuni», parlando delle secolari relazioni tra Venezia e i Paesi Islamici. Relazioni diverse, anzitutto, da Paese a Paese: la «lunga guerra» con l’Impero Ottomano non ha nulla a che fare con il rapporto tra Venezia e la Persia islamica o tra Venezia e i Mamelucchi egiziani, fino appunto alla loro caduta di fronte alla potenza turca. E poi, a rendere ancor più confuso il quadro, sono le «leggende» recenti e non solo, sullo spirito di tolleranza e di accoglienza che avrebbe abitato la Serenissima. Certo, è straordinaria la «cura» per la propria immagine e per il culto del suo mito. Venezia era «magnifica» nel ricevere ambasciatori e illustri stranieri. I grandi teleri dei suoi maestri ne danno splendide rappresentazioni. Ma tanta generosa magnificenza si accompagnava, com’era necessario, al più preciso calcolo dei propri interessi, al più rigoroso controllo sui propri commerci e sulla presenza economica a Venezia di ogni «foresto », sull’intransigente difesa dell’oligarchia aristocratica. Certo, «alter mundus» è Venezia, come già diceva il Petrarca, ma non tanto da farci cadere in anacronismi insensati e credere in chissà quali «aperture» e curiosità intellettuali, culturali, teologiche da parte delle sue élites dirigenti. Posti questi «saldi» limiti, il rapporto di Venezia con l’Islam e con l’Impero Ottomano in particolare è davvero determinante per la storia europea medievale-moderna. L’intera politica mediterranea si struttura per secoli intorno a questa polarità. Sia i documenti veneziani che quelli ottomani ne mostrano piena consapevolezza. E tale relazione viene da ancora più lontano, poiché, per comprenderla, essa va inquadrata nell’originario rapporto tra Venezia e l’Oriente bizantino. Mai dimenticare che l’Impero Ottomano si rappresenta anche come erede dell’Impero Romano d’Oriente, fino a chiamarsi «Roma»! E anche con l’Impero di Bisanzio Venezia aveva conosciuto tutte le forme della relazione, tra le quali vi è quel «polemos», quella «guerra», che un antico sapiente diceva «padre di tutte le cose»! Basti ricordare quella quarta Crociata del 1204 che condusse, sotto la guida proprio di Venezia, alla conquista di... Bisanzio stessa, al suo saccheggio, alla caduta, per quanto momentanea, dell’Impero Romano d’Oriente. Questo significa che il destino di Venezia consisteva nel confronto continuo, a tutti i livelli, economico, commerciale e militare, con la potenza dominante il Mediterraneo d’Oriente, fosse questa cristiana, fosse questa musulmana. Ma il confronto avviene anche sul piano culturale e artistico. Anche nei momenti in cui la lotta è senza quartiere e le potenze si affrontano con metodi che oggi diremmo terroristici, l’ammirazione degli uni per le «bellezze» degli altri è, malgrado tutto, incoercibile. Preziose stoffe e oggetti dell’oriente islamico popolano la «gloria» di Venezia, e nel Serraglio sono leggendarie la bellezza della città lagunare, la forza delle sue industrie, del suo Arsenale e la fama dei suoi maestri. Nessun miserevole tentativo di rappresentare l’avversario come una cultura inferiore, tanto meno una non-civiltà. L’avversario è sempre nella sostanza, per quanto «infedele», uno «iustus hostis», non un «inimicus» puro e semplice, meno ancora un «pirata». In queste relazioni si rivela sempre la «laicità» realista e pragmatica della politica e della diplomazia veneziana, quella virtù che ha realizzato il miracolo di conservare per secoli l’autonomia e in qualche modo anche la potenza della città in un contesto di formidabili Stati «nemici ». Non va mai dimenticato, inoltre, che impostando la relazione tra l’Impero Ottomano e Venezia come si trattasse semplicemente di una relazione tra Stati, commettiamo un grosso errore di prospettiva. I loro rapporti si svolgevano anche, e dal punto di vista commerciale soprattutto, per la presenza nei grandi empori e porti medio-orientali di fondachi, mercanti, botteghe veneziani. I domini veneziani potevano anche cadere, ma ciò non significava affatto il venir meno di queste presenze. Così come l’avanzata islamica non aveva significato l’abbandono di quelle terre da parte di cristiani ed ebrei. Anzi, come quella avanzata fu favorita anche dall’opposizione di molte comunità cristiane al dominio dell’Impero di Bisanzio, così ora l’affermazione dell’Impero Ottomano veniva favorita dai sentimenti anti-latini di tanti cristiani d’Oriente. Quello era un Mediterraneo di guerra, di conflitti, di concorrenza spietata; ma era certo anche un Mare di riconoscimento dei reciproci valori. Era un Mare nelle cui grandi città, a Istanbul come a Smirne, ad Antiochia come ad Aleppo, a Corfù come a Tunisi, convivevano e lavoravano insieme cristiani di diversa confessione, islamici ed ebrei. Le città mediterranee rappresentavano nella loro stessa «forma urbis» questo vitale intreccio di culture, religioni e fedi. Labirinti, dove certo era facile smarrirsi, ma impossibile separarsi. Oggi, questa «forma urbis» è ridotta a qualche rattrappita «medina», avvolta e soffocata da metropoli «cosmopolite». Essa sopravvive ormai forse soltanto a Venezia. Ma abitata da chi? MASSIMO CACCIARI