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 2007  luglio 27 Venerdì calendario

La figlia di Ataturk: «Una first lady velata? Io dico no, no, no». Corriere della Sera 27 luglio 2007

La figlia di Ataturk: «Una first lady velata? Io dico no, no, no». Corriere della Sera 27 luglio 2007. BUYUKADA (Turchia) – Signora, se suo padre fosse vivo che cosa direbbe e farebbe nella Turchia di oggi? «Non mi faccia parlare di politica: papà non avrebbe voluto e io rispetto la sua volontà. Però, mi creda. Se fosse vivo, non saremmo arrivati a questo punto. Qualcuno, un piccolo passo alla volta, lo sta tradendo; altri si limitano ad usare il suo nome». Ulku Adatepe, la donna che mi sta seduta accanto, nel giardino del club Anadolu, su un angolo incantato dell’isola di Buyukada, una delle perle del mar di Marmara, ha un nome che incute timore, rispetto e ammirazione. Suo padre era Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della repubblica turca, lo strenuo custode della laicità del Paese, ricostruito sulle macerie dell’impero ottomano. una signora di 74 anni portati con disinvoltura. vivace e grintosa. Indossa una maglietta rosa e i pantaloni bianchi; rosa è il braccialetto, rosa la borsa da spiaggia. Le lenti color violetto degli occhiali da sole con montatura bianca Cardin completano l’immagine di gioviale freschezza. Ogni tanto accende una President: le sigarette sono sempre state il vizio di famiglia. Incontrarla non è facile perché non ama le interviste. Raggiungerla è abbastanza complicato, perché sta trascorrendo le vacanze sulla più grande delle isole dei Principi, dove gli imperatori bizantini spedivano in esilio i parenti più ingombranti e pericolosi, dopo averli accecati perché non potessero nuocere. Il traghetto impiega un’ora da Istanbul, poi bisogna affittare un calesse con una coppia di cavalli, che trottano lungo i viali alberati di un’isola quasi incontaminata, con le villette di legno, i boschi, e un mare invitante. Ulku, in turco, vuol dire «idea», e quel nome per Ataturk era il simbolo della Turchia che aveva desiderato, voluto e realizzato. In verità, Mustafa Kemal non ebbe figli propri, ma ne adottò sei, tutte femmine, perché diceva «che solo le donne sanno fare tutto ». L’ultima, la prediletta, l’unica ancora viva, è appunto la signora che mi riceve per raccontare i sorprendenti retroscena della sua storia familiare. La madre del fondatore dello Stato, infatti, aveva adottato la donna che sarebbe diventata la mamma di Ulku. «Il mio padre naturale morì quando ero ancora in fasce e Ataturk mi volle tenere con sé, adottandomi legalmente. Ho avuto la fortuna di trascorrere accanto a lui poco più di cinque anni, prima della sua morte. Mi insegnò a nuotare, a rispettare la natura, ad amare gli animali, a credere nell’istruzione, nell’arte. La sera mi portava nelle taverne, nei ristoranti, dove si ascoltava musica e si ballava. Sa che quando era un giovane ufficiale prese lezioni di tango? Un padre davvero straordinario». Però un padre che non ha mai voluto un figlio proprio. «Credo di sapere perché. Non voleva che qualcuno, portando il suo nome, potesse distruggere, o venir utilizzato per distruggere l’eredità che lasciava al Paese. Nel suo testamento impose anche a me di non occuparmi di politica». Affiora uno spaccato abbastanza inedito, o almeno poco conosciuto, della vita di Kemal, legatissimo alla madre, ai suoi consigli, alla sua affettuosa invadenza. Il presidente sposò Latife Ussari, una donna colta, curiosa, di forte personalità, ma il matrimonio durò soltanto un anno e mezzo. Si coglie immediatamente che Ulku non nutriva una sconfinata simpatia per la donna che Ataturk conobbe nel salotto di sua madre. «La quale, quando seppe della decisione del figlio di unirsi a Latife, e della proposta di matrimonio, complice la magia del lungomare di Smirne, gli scrisse una lettera». Sono frammenti del passato che la maggioranza ignora o vuole ignorare, perché tra i fedelissimi nulla deve incrinare l’iconografia ufficiale dell’uomo ritenuto uno dei più grandi leader del secolo scorso. Un uomo che non ha mai viaggiato all’estero. Ulku ricorda, con civettuola fierezza: «Erano il re d’Inghilterra, lo Scià, gli altri potenti del mondo a venirlo a salutare e a omaggiare. Anche il presidente degli Stati Uniti gli scrisse che avrebbe voluto venire ad Ankara". Non le sembra un atteggiamento altezzoso? Ulku si schermisce. «Mio padre era troppo impegnato a realizzare le rivoluzionarie riforme che stavano cambiando il volto della Turchia». Una Turchia che oggi guarda all’Europa. Il padre ne sarebbe soddisfatto. «Sì, certo. Ma Kemal avrebbe voluto entrare in Europa con dignità. Che significa non essere criticato, o magari tollerato. Ecco perché penso che potremo entrare nell’Ue quando l’Ue dirà chiaramente che vuole la nostra adesione, che la Turchia deve entrare nel club. Se sono entrate Bulgaria e Romania.....». La signora, sulle questioni di principio, è severa e intransigente. «Non intendo discutere se sia meglio la rigida laicité alla francese o il più tollerante secolarismo anglo-sassone. Prendiamo il velo. Una legge della nostra repubblica impone che non lo si possa indossare negli uffici pubblici. Va rispettata e basta». Anche per questa ragione, Ulku Adatepe intrattiene ottimi rapporti con i vertici militari del Paese. «Con il capo delle Forze armate ci sentiamo spesso. Il presidente della repubblica Sezer è l’unico ad avermi invitato alla festa nazionale. Non era mai accaduto nel passato, né con Turgut Ozal, né con Suleyman Demirel». Azzardo una provocazione. Lei è stata bambina, nel palazzo presidenziale di Cankaya. Pensa che, un giorno, una first lady velata farà gli onori di casa? «No, no, no». E se Abdullah Gul, con moglie velata, fosse eletto capo dello Stato e decidesse di invitarla alla festa nazionale, ci andrebbe? «Sì, perché no». E se dovesse incontrare il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, leader del partito islamico della Giustizia e dello Sviluppo, che cosa gli direbbe? «Come sta?» Nient’altro? «No, nient’altro». Antonio Ferrari