La Repubblica 30/7/2007, 30 luglio 2007
DUE ARTICOLI SULLA VITTORIA IRACHENA ALLA COPPA D’ASIA 2007. TUTTI TRATTI DA REPUBBLICA 30/7/2007
LA REPUBBLICA
GUIDO RAMPOLDI
Con un gol nato dal cross d´un´ala sciita ben incornato da un turcomanno di fede sunnita nato nella Kirkuk oggi contesa da arabi e curdi, la nazionale irachena ha battuto l´Arabia Saudita, vinto la Coppa d´Asia e sovvertito ogni pronostico, sportivo e politico. All´inizio di quel torneo pareva destinata al ruolo di comparsa, irrilevante e patetica. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro sulla sua vittoria. E soprattutto nessuno avrebbe mai immaginato che il suo trionfo inaspettato producesse un effetto altrettanto imprevisto: resuscitare un Iraq che autorevoli centri-studi americani considerano già cadavere. Non vorremmo enfatizzare oltre il dovuto le immagini di piccole folle esultanti mostrate ieri dalla tv satellitare al-Jazeera international, ma se ancora una parte della popolazione riesce ad identificarsi in una bandiera e in una nazionale ”mista´, in cui giocatori di diverse etnie collaborano senza problemi, allora la partizione del territorio per etnie non è il destino obbligato dell´Iraq; e se proprio non fosse possibile evitarla, bisognerebbe trovare uno spazio anche per quel popolo invisibile che si considera con tenacia prima di tutto iracheno. Già cancellato dalle cronache, dalle analisi della grande diplomazia e in qualche modo dalle mappe, ieri ha dimostrato d´essere ancora vivo. Per una volta il calcio ha servito una buona causa.
Nello stadio della finale, a Giacarta, si leggeva su uno striscione: «La guerra non ucciderà il calcio». Pura retorica. In realtà la guerra e il calcio non sono affatto antagonisti, e anzi, quando il football incrocia un conflitto etnico, l´esito in genere è spaventoso. Nell´agonia della Federazione jugoslava, da Spalato a Belgrado bande di tifosi passarono dalla curva alla prima linea; formarono il nucleo fondatore di milizie paramilitari; e in buona misura imposero allo scontro il loro stile di combattimento, sregolato e predace. Del resto chi ti spacca la testa perché i colori della tua sciarpa sono quelli della squadra nemica non avrà alcuna esitazione a tagliarti la gola se glielo chiede un´entità collettiva spesso non meno tribale d´una tifoseria, ma al contrario di quella legittimata dalla storia: la nazione, cioè l´etnia dominante.
E tuttavia nel caso iracheno la nazionale è diventata la metafora della nazione intesa come identità anti-tribale. E lo è diventata proprio mentre infuria una mischia etnica devastante, che ha già costretto ad espatriare due milioni di iracheni, quasi un decimo della popolazione. Circa altrettanti sono gli ”sfollati interni´, come li definisce la terminologia Onu, cioè quanti sono ancora in Iraq ma non più né nella zona in cui vivevano, perché ne sono stati espulsi da milizie di altra etnia. Questi ”sfollati interni´ erano un milione settecentomila nel giugno scorso, ma aumentano di 50-100mila unità ogni mese. In altre parole ogni mese cinquanta o centomila iracheni sono costretti con le minacce o con la violenza a trasferirsi in un´altra città o in un altro quartiere, dove prima o poi cacceranno una famiglia di diversa etnia per impossessarsi del suo appartamento.
Bagdad ormai è divisa per settori etnici. Ce n´è anche per i cristiani, cacciati ora dagli uni ora dagli altri. Tutto questo può essere letto in due modi diversi, anzi in tre se ci mettiamo anche il modo italico, certo non il più intelligente ma di sicuro il più originale. Secondo settori trasversali della nostra opinione pubblica, è in corso una ”persecuzione dei cristiani´, tema d´una manifestazione organizzata di recente a Roma, anche con viatici prelatizi. In realtà l´Iraq è teatro d´una ”pulizia etnica´ generalizzata, non di un´aggressione contro la cristianità. Nessuna etnia è risparmiata: secondo la statistica proposta nel gennaio scorso da un´organizzazione internazionale collegata all´Onu, l´Iom, sul totale degli ”sfollati interni´ i cristiani sono il 7%, gli sciti il 64% e i sunniti il 28%. Inoltre sorprende che a lamentare quelle ferocie siano i più ferventi sostenitori italici dell´invasione dell´Iraq, cioè dell´evento che ha liberato il Paese il tempo necessario a consegnarlo a milizie etniche che per metodi e per ideologia non sono affatto migliori delle milizie di Saddam.
Detto di queste stravaganze nostrane, è più interessante esaminare una tesi oggi in voga anche presso centri-studi autorevolissimi, come l´americano Brookings institution, legato ai Democratici. Secondo un loro recente rapporto, l´Iraq ormai è spacciato, gli iracheni non ne vogliono sapere di vivere insieme, e con la ”pulizia etnica´ «stanno votando» in modo plebiscitario per la tripartizione. Dunque a Washington e alla ”Coalizione dei volenterosi´ non resterebbe che organizzare una tripartizione ”morbida´ dell´Iraq: i curdi a nord, i sunniti nel centro, gli sciiti nel sud, e Bagdad anch´essa spartita. Fissare i confini delle tre entità formalmente confederate e agevolare gli ”scambi tra popolazione´ permetterebbe di evitare un genocidio prolungato, che finirebbe per coinvolgere i Paesi confinanti (peraltro già presenti in Iraq attraverso milizie alleate e servizi segreti). Nelle intenzioni doveva essere ”morbida´ anche la partizione dell´India britannica: invece produsse almeno un milione di morti e conflitti che durano ancora. Non fosse che per questo, conviene chiedersi se a ”votare per la tripartizione´ siano davvero gli iracheni o piuttosto l´estremismo etnico, certo rilevantissimo ma forse neppure maggioritario. In ogni caso, c´è un Iraq non tribale su cui sarebbe giusto e saggio continuare a puntare. E´ l´Iraq che ieri ha fatto gol.
MAURIZIO CROSETTI
Jorvan Vieira, allenatore brasiliano dell´Iraq, parla al telefono da Giakarta, subito dopo il trionfo della sua squadra.
Signor Vieira, cosa significa questa vittoria?
«Non stiamo parlando solo di football, stiamo parlando di molto di più. Abbiamo unito l´Iraq, e non c´era riuscito neanche George W. Bush. Abbiamo appena visto le immagini televisive dei festeggiamenti, con la gente in strada senza paura nonostante il coprifuoco, come se l´Iraq fosse un Paese normale. Vorremmo tutti essere là, anche se non è possibile».
Perché?
«Perché se alcuni dei miei ragazzi tornassero a Bagdad, sarebbero uccisi. Tre di loro hanno perso i parenti negli ultimi due mesi, e il nostro fisioterapista è stato ammazzato da una bomba il mese scorso: era una magnifica persona, ha lasciato una moglie e quattro figli piccoli».
Avete vinto anche per lui?
«Per lui, per le 55 vittime delle due autobombe esplose dopo la nostra vittoria in semifinale e per la madre di un ragazzino morto negli ultimi attentati: l´abbiamo ascoltata in tv, era distrutta. Così ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di vincere la Coppa in memoria di queste persone».
Lei è brasiliano e allena l´Iraq da appena due mesi: come siete riusciti a realizzare un´impresa simile?
« incredibile, non funzionava niente, non avevamo niente. Ci si allena in Giordania quando si può. I nostri giocatori arrivano da molti Paesi diversi, e per radunarsi in clandestinità pagano di tasca propria. All´inizio della Coppa d´Asia non avevamo neanche le divise. Quando siamo arrivati a Bangkok, siamo stati trattenuti per otto ore all´aeroporto dagli agenti dell´immigrazione. Accade sempre così, sempre grane con i passaporti».
Come avete fatto a far coesistere le inevitabili divisioni etniche e religiose?
«Ho parlato chiaro alla squadra fin dal primo giorno: non voglio sapere se siete curdi, sciiti o sunniti, né voglio conoscere i fondamenti della vostra fede. Qui si gioca a calcio e basta. Proviamoci. Ora si baciano, si prendono per mano, ridono e piangono insieme. Ho imparato che gli iracheni sono gente fantastica, animata da una forza straordinaria, una forza persino superiore ai loro guai. Nessuno è stato risparmiato dalla guerra, nessuno però è stato del tutto sconfitto».
L´hanno chiamata dopo l´eliminazione dalla Coppa del Golfo, con un contratto a termine. Ora lascerà il suo incarico?
«Ho ricevuto un´offerta dalla Corea del Sud e non posso rifiutarla. Nella mia carriera ho allenato più di trenta squadre, tra club e nazionali: girare il mondo è il mio destino. Ho 54 anni, sono dottore in scienze dello sport e parlo sette lingue, compreso l´arabo».
La sua famiglia la segue sempre?
«No, mia moglie e i miei figli mi aspettano in Marocco. Ci siamo stabiliti lì all´epoca dei mondiali ´86, quando ero vice allenatore della nazionale: per la prima volta nella storia, una squadra africana riuscì a superare il secondo turno. La mia è stata una scelta profonda. A quell´epoca mi convertii all´Islam. Lo sport non è quasi mai solo sport». (MAURIZIO CROSETTI)