Note: [1] Paolo Tomaselli, Corriere della Sera 27/7; [2] Piero Mei, Il Messaggero 27/7; [3] Candido Cannavò, La Gazzetta dello Sport 27/7; [4] Paolo Tomaselli, Corriere della Sera 25/7; [5] Paolo Marabini, La Gazzetta dello Sport 27/7; [6] Paolo Tomaselli, 28 luglio 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 30 LUGLIO 2007
Il Tour de France è ormai il «campionato mondiale di guardie e ladri». [1] Il danese Michael Rasmussen, che indossava la maglia gialla ed aveva praticamente vinto la corsa, è stato costretto al ritiro per aver mentito alla sua squadra: in maggio-giugno aveva dichiarato di andare al Messico (senza telefonino) e quindi di non poter rispondere ai controlli a sorpresa; invece era andato sulle Dolomiti. [2] Candido Cannavò: «Non con una amante, purtroppo, ma con qualche stregone specializzato in ”preparazioni” da tenere lontane da quei rompiballe dell’antidoping». [3] Prima di Rasmussen, avevano beccato il kazako Alexandre Vinokourov (trasfusione sanguigna, presunto donatore il padre), già escluso dal Tour 2006 perché la sua squadra (Liberty Seguros) era al centro dell’Operacion Puerto. Una caduta in corsa gli era valsa le simpatie degli appassionati di tutto il mondo (correva con 15 punti al ginocchio destro). [4]
Dopo aver perso terreno sulle Alpi, il kazako aveva tentato il tutto per tutto nella crono, balzando dal 19° posto (a 8’05”) al 9° (a 5’10”). Paolo Tomaselli: «Il giorno dopo però ”Vino” è crollato di nuovo in salita, finendo a 28’11” dalla vetta. Lunedì, a mo’ di rivincita, era quindi andato a prendersi la vittoria in fuga solitaria a Loudenvielle». [4] Felice Gimondi: «In condizioni normali non si domina una crono, l’indomani si prende mezz’ora e il giorno dopo ancora si stravince in quel modo». [5] Rasmussen ha ceduto la maglia gialla allo spagnolo Alberto Contador, non immune da sospetti. Tomaselli: « infatti cresciuto nel vivaio di Manolo Saiz, il d.s. della Liberty Seguros, colto in flagrante il 23 maggio del 2006 con 60.000 euro in contanti da portare al dottor Fuentes e alcune sacche di sangue». [6] Colpito nel 2004 da un aneurisma cerebrale, qualcuno lo vede come un ”miracolato” alla Armstrong. Gianni Mura: « presentato come sospetto anche l’aneurisma». [7]
«I corridori giocano alla roulette russa» (Christian Prudhomme, direttore del Tour). [4] Alberto Caprotti: «Negli altri sport le farse continuano, nel ciclismo non si scappa, non si può pensare di uscirne illesi. E infatti c’è un ”positivo” al giorno. Eppure continuano». [8] Raffele Morelli, direttore di Riza Psicosomatica: «Negano l’evidenza sino all’ultimo istante, partecipano ai sit-in contro il doping, recitano il personaggio pulito, nonostante usino sostanze illecite. Incontrano medici truffaldini all’insaputa delle mogli, mentono sui viaggi alla ricerca del doping, nascondono a tutti la loro paura di diventare perdenti, salvo chiedere scusa ai familiari quando vengono scoperti». [9]
«Per me questa è la fine del ciclismo», ha detto Eddy Merckx saputo di Vinokourov. [10] Mura: «Sarebbe più morto, ai miei occhi, un tour senza corridori positivi». [11] Il professor Umberto Veronesi: «Non ci vuole un’azione di punizione, ma un appello ai valori». Per questo medita di sostenere con la sua fondazione una squadra ciclistica: «FUV sarà un marchio che dice ”Guardate che noi siamo puliti. Siamo una squadra garantita: rispettiamo le regole”». [12] Mario Sconcerti: «Finché un solo corridore si doperà gli altri si sentiranno autorizzati a doparsi». [13] Gianni Romeo: «Le probabilità sono ancora dalla loro, ogni dieci che barano ne cade nella rete uno, tanto vale provarci». [14]
Sembrava che si fosse toccato il fondo al Tour ”98 (quello vinto da Pantani), quando scoppiò lo scandalo della Festina con gli arresti di Virenque e compagni. Walter Gallone: «Sarebbe stato quello il momento di rivoluzionare tutto. Invece si andò avanti, come se nulla fosse accaduto. L’anno dopo scoppiò lo scandalo-Pantani (escluso dal Giro che stava vincendo per l’ematocrito oltre il limite consentito) e via via c’è stato nel corso degli anni un susseguirsi di scandali che hanno minato, giorno dopo giorno, la crediblità di questo sport». [15] Sergio Rizzo: «In questo Tour non è successo molto di più di quanto sia avvenuto in passato. Vinokourov e Rasmussen sono al massimo all’altezza di quanti li hanno preceduti». [16]
Al dottor Conconi e ai suoi collaboratori fu riconosciuta la responsabilità di aver «falsato Giri, Tour e Olimpiadi». Rizzo: «Gli anni di riferimento erano gli Ottanta e i primi Novanta. Quel processo si fermava a episodi avvenuti nel 1995. Dopo, vennero Riis (che ha appena confessato di essersi dopato nel ”96, quando vinse), Ullrich (del quale si sa ormai tutto: fu primo nel ”97), Pantani (sul quale preferiamo non dire nulla: trionfò nel ”98). Nel 1999 nacque la leggenda di Armstrong, che vinse per sette anni consecutivi: è stato dimostrato che era pieno di epo nel 1999, e accuse successive hanno fatto capire a tutti che l’americano è stato uno dei più grandi dopati della storia. Arriviamo così al 2006 e non conosciamo il vincitore: Landis, primo ai Campi Elisi, fu trovato più volte positivo, e lo spagnolo Pereiro - che arrivò secondo - fu salvato dai soliti certificati medici che attestavano le più svariate e inesistenti malattie». [16]
«Ero un ragazzino ai tempi di Coppi e Bartali. Al loro mito si affiancava quello di Cavanna, il massaggiatore cieco di Coppi, di cui si diceva che preparasse ”pozioni particolari”. E a quei tempi, in cui l’antidoping non c’era, quella era considerata una capacità, un merito» (Franco Carraro, ex presidente del Coni). [17] Sconcerti: « un peccato originale dei nati poveri, l’antico diritto alla sopravvivenza. Io fatico, io faccio divertire, io arrivo in cima alle montagne e il mondo viene a farmi le pulci. Perché?». [13] Mura: «Nel ciclismo il doping è antica abitudine passata a vizio assurdo, perché con questo doping si cambia sesso, si muore nel sonno, difficilmente si diventa vecchi». [11]
Per poter partecipare e arrivare alla fine di una corsa a tappe è obbligatorio doparsi? Diego Minonzi: «Non è umanamente possibile pedalare su e giù per le Alpi o per i Pirenei a quaranta gradi oppure sotto la neve a medie da delirio senza strafarsi con fialette e trasfusioni. Il doping è un male che accompagna il ciclismo - e molti (tutti?) altri sport dalla nascita, ma è un fatto che la deflagrazione dell’elemento farmacologico in modalità così strategiche e in quantità così devastanti sia parallela all’obbligo di dover ”star dentro” quei tempi televisivi che prima non esistevano e che invece ora dettano il tempo di una gara e ”la vita o la morte” di un corridore». [18]
Lo sport/spettacolo ha reso inevitabile il doping? Veronesi: «Se un attore prima di entrare in scena assume una sostanza per sentirsi più sicuro nessuno va a sindacare». [12] Giovanni Spinosa (da pm della Procura di Bologna mostrò dieci anni fa cosa trasportavano molte le ammiraglie): «Ormai gli sportivi professionisti sono uomini di spettacolo. Non lo sostengo io, basta chiederlo a chiunque va a una corsa o allo stadio: la gente va a vedere uno spettacolo. il dato dominante. Invece si continua a far finta che il grande sportivo sia uguale ai milioni di amatori, utilizzando la stessa normativa». Sua soluzione: «Uscire da questa ipocrisia e riparametrare i dati sulle sostanze consentite o meno, in relazione ai professionisti. Fermo restando che ci sono pratiche e prodotti tremendamente pericolosi per la salute, che senza dubbio devono essere stoppati». [19]
Bisogna liberalizzare il doping? Spinosa: «Adesso si fanno solo battaglie di retroguardia, perché siamo costretti a inseguire pratiche vecchie: le tecniche per cammuffare le sostanze dopanti viaggiano più veloce delle indagini». [19] Dario D’Ottavio (ex membro della commissione antidoping vigilante sulla legge 376/2000): «La caccia alle sostanze non può essere l’unica strategia. Se ne rintracciamo 300 ce ne sarà una 301esima sempre nuova, come ci ricorda il caso del Thg e noi saremo sempre indietro. Come se ne esce? Monitorando fin dall’età giovanile i parametri dell’atleta». [20] Gimondi: «Chi ha 36 di ematocrito a 16 anni, non può passare a 48 quando ne ha 24». [5]
I ragazzi sanno che doparsi fa male. Carraro: «Ma dopo, col tempo. E, pur di ottenere il successo, sono pronti a mettere a rischio la loro integrità. Capita, nelle società che creano il mito del successo». [17] Gimondi: «Io ho una scuola di mountain bike per ragazzini e vedo scene pazzesche. Genitori e dirigenti invasati, che vogliono la vittoria a tutti i costi: se incitano ragazzi di 8 anni a bere caffè per avere qualcosa in più, figuriamoci che cosa propongono loro quando ne hanno 14». [5] Cristiano Gatti: «Un ragazzo parte già convinto che il doping sia un ottimo investimento sul futuro perché con una bella dose di chimica può vincere qualche gara e firmare il contratto della vita. Una volta sistemato, il peggio che possa capitargli è una vacanza di due anni: sai che tragedia. No, non esiste: il ciclista di domani deve sapere che al primo errore diventa automatico cercarsi un altro mestiere. Se lo trova». [20]
Delle due una. Sconcerti: «O si fa saltare il banco e si chiude il ciclismo per uno, due, cinque anni fino alla vaga certezza che il tempo è cambiato. O si smette di inseguirlo come guardoni solerti in fondo a ogni tappa pirenaica. Non si può essere angeli e complici». [13] Minonzi: «Non è il ciclismo che va abolito, ma semmai tutte le corse a tappe, che si basano su un’organizzazione insostenibile per un essere umano. [18] Eugenio Capodacqua: «L’Aso, la società organizzatrice del Tour e di altre manifestazioni sportive, ha un giro d’affari di 135 milioni di euro, di cui il 70% (circa 94 milioni) è rappresentato dalle corse e da quello che ruota attorno alla bici. Di questo 70% la parte dominante è il Tour. Senza calcolare l’indotto (alberghi, ristoranti, e così via). Si capisce bene perché nessuno si sogni di fermare il carrozzone, anche per un solo giorno». [22] Prudhomme parla di una corsa a invito con la metà dei corridori. Tomaselli: «Cento ciclisti puliti oggi si possono trovare». [23] Mura: «Nel 2008 mezzo gruppo sarà disoccupato, e anche questo è un prezzo da pagare. Ecco perché non me ne vado e spero di esserci, a Brest, nel 2008. Perché il ciclismo pulito può essere, a seconda dei punti di vista, un’utopia, una speranza, un affare, una barzelletta, o più semplicemente tante cose da raccontare». [24]