Dagospia 27/7/2007, 27 luglio 2007
Marco Castoro per ”Italia Oggi” Come finirà la commedia in scena al Brancaccio in questi giorni? Per chi svaniranno definitivamente i sogni di mezza estate? Proviamo a ipotizzare un epilogo
Marco Castoro per ”Italia Oggi” Come finirà la commedia in scena al Brancaccio in questi giorni? Per chi svaniranno definitivamente i sogni di mezza estate? Proviamo a ipotizzare un epilogo. Attualmente le posizioni sono le seguenti: Maurizio Costanzo si è dichiarato fuori e ha rinunciato al posto di direttore artistico. Va detto per onor di cronaca che l’anchorman non avrebbe ricevuto nessun compenso economico dal nuovo incarico. Nei teatri privati, infatti, il direttore artistico è un ruolo di prestigio, i soldi, quelli veri, li hanno gli stabili gestiti dagli enti pubblici. E di conseguenza li guadagnano i direttori prescelti dai comuni. (Maurizio Costanzo - Foto U.Pizzi) Ma torniamo alla commedia. Sembra che Costanzo prima del Brancaccio avesse provato a entrare al Sistina. Tentativo fallito. Quindi una volta ricevuta la proposta da Longobardi era ben entusiasta di dirigere il Brancaccio e già pensava a un gemellaggio con il Parioli e con la Sala Umberto, il teatro che vede Longobardi nel ruolo di direttore artistico. Alessandro Longobardi, legale rappresentante dell’Avana srl, la società che ha la disponibilità dello stabile romano di via Merulana, ha concesso al Comune l’affitto per sei stagioni (alla cifra iniziale di 310 mila euro, più le rivalutazioni Istat, come tiene a precisare lo stesso Longobardi) e ora si è visto dal Campidoglio formulare la richiesta di un’ulteriore proroga, in pratica un altro prolungamento dello stato d’occupazione, motivato dal fatto che Gigi Proietti (il direttore artistico incaricato dall’allora assessore capitolino alla Cultura che gli affidò anche la gestione del Brancaccio) e Oberdan Forlenza, presidente del Teatro di Roma (associazione culturale che già gestisce Argentina e India del direttore artistico Giorgio Albertazzi) non avessero trovato un accordo. Il Brancaccio rientrava nel progetto del polo culturale pubblico sotto il cappello del Teatro di Roma. A Proietti sarebbe andata la direzione artistica, ma l’attore pare che abbia preteso pure la gestione. Siccome una struttura pubblica non può essere gestita da un privato, ecco la motivazione del secco no di Forlenza. (Gigi Proietti - Foto La Presse) Il fallimento della trattativa ha dato il via alla serie di ritardi collezionati per chiudere il rinnovo del contratto con l’affitto del Brancaccio, tanto che ha contribuito a rendere libero Longobardi dall’impegno col comune di Roma. Quindi se Proietti si fosse accontentato di fare l’attore e il direttore artistico, lasciando al soggetto pubblico la gestione del teatro, non si sarebbe arrivati a questo punto di non ritorno. Probabilmente Proietti ha gestito il Brancaccio da padre padrone, incurante del fatto che c’era all’interno della struttura anche l’inquilino proprietario dello stabile, al quale verrà restituita l’azienda dal Comune nei prossimi giorni. Come è risaputo la gestione di un teatro si occupa dei ricavi e delle spese e alle compagnie va circa il 70 per cento degli incassi. Longobardi, riprendendosi la gestione, ha offerto la direzione artistica a Proietti con una percentuale sul guadagno (gli incassi meno le spese) del teatro. Ovviamente discorso a parte per gli spettacoli prodotti da Gigi, al quale alla fine dei conti sarebbe andato quasi l’80 per cento tra incassi e diritti. Ma Proietti ha rifiutato. Vuole continuare a gestire gli 8 mila abbonati, supertifosi del Rugantino de’ noantri. Quindi morale della favola: Longobardi se perde Gigi può perdere la maggior parte del pubblico attratto dall’istrione romano e sarebbe costretto a cercare un nome altisonante per permettere alle altre compagnie di avere un po’ di visibilità. Tuttavia Proietti non vuole fare a meno della gestione del Brancaccio a meno che... A meno che non trovi un’altra gestione dietro l’angolo. (David Zard con la moglie Patrizia - Foto U.Pizzi) In queste ore l’assessore capitolino alla Cultura, Di Francia, sta mediando e cercando una soluzione. Di sicuro Proietti non può entrare con le sue pretese da privato e gestire i soldi pubblici del Teatro di Roma. Quindi o resta un altro anno al Brancaccio (ma a questo punto la frattura con Longobardi diventa insanabile) oppure riceverà per premio una nuova direzione, magari quella del Gran Teatro di via Ponte Milvio, struttura che ospita molti spettacoli, tra cui quelli di David Zard. Con Proietti e il Campidoglio fuori dal Brancaccio, nessuno ostacolerebbe più il progetto di un privato con un altro privato. Dagospia 27 Luglio 2007