La Stampa 27/07/2007, Franco Bruni, 27 luglio 2007
DOMANDE AD ASPIRANTI LEADER PD
La Stampa 27 Luglio 2007. Vogliono i candidati a capeggiare il Partito Democratico confrontarsi e differenziarsi al più presto, con un poco di chiarezza e concretezza, sulle linee che intendono seguire nel compito cui aspirano dopo le primarie?
Se non lo faranno è inutile che siano più di uno. Al Paese non serve una gara di simpatia. Prodi ha un problema di leadership, è vero: ma sarebbe sleale acutizzarglielo limitandosi a gareggiare in piacevolezza mediatica. La politica economica è un buon campo per esercitarsi in concretezza. Non si tratta di entrare nel dettaglio della situazione congiunturale, ma nemmeno di limitarsi a dichiarare grandi e astratti principi ideali. Occorre impegnarsi su criteri di decisione la cui applicazione coerente può essere ragionevolmente promessa nel medio-lungo termine, quando il nuovo partito ci sarà e opererà, e controllata dall’elettorato.
Può essere utile qualche esempio, cominciando dalla politica di bilancio. Ciascun aspirante leader potrebbe cercar di rispondere a domande del tipo: quale velocità di rientro del debito pubblico è opportuno perseguire nei prossimi dieci anni? Tale velocità implica un vincolo ai disavanzi delle amministrazioni centrali e locali che può essere rispettato con diversi livelli e qualità di entrate e uscite pubbliche. Come vanno modificati il livello e la qualità delle entrate e delle uscite? In quanti anni si può ridurre di dieci punti percentuali la loro incidenza sul Pil? giusto semplificare e sfoltire la gamma dei tributi, le deduzioni, i sussidi e i trasferimenti, gli incentivi, in modo da non pretendere di usare la finanza pubblica per influenzare i dettagli della distribuzione del reddito, della spesa privata e della struttura produttiva? In che misura il carico fiscale va spostato dalle imprese alle persone, dalle imposte dirette alle indirette, dal risparmio al consumo, dal reddito al patrimonio? In che modo si possono ridefinire le priorità della spesa pubblica, prescindendo dall’inerzia dell’esistente, diffondendo misure periodiche oggettive della qualità, della quantità e del costo di tutti i servizi pubblici?
Fra i criteri su cui impegnarsi c’è poi senz’altro l’elenco delle numerose liberalizzazioni del quale l’economia del Paese ha urgente bisogno per realizzare i rapidi cambiamenti che sono imposti dallo scenario competitivo internazionale e per abbattere il costo delle rendite di posizione degli operatori e delle categorie che beneficiano di regolamentazioni protettive. chiaro a tutti che liberalizzare non significa abbandonarsi a mercati sregolati ma migliorare le regole, rendendole più chiare, più facili da far rispettare, più neutrali e meno intrusive. possibile fare uno scadenziario abbastanza preciso di tutte le «liberalizzazioni» da realizzare, in modo che ciascuno possa valutare nell’insieme i costi e i benefici che ne trarrà? Quali sono le priorità di ogni candidato in tale scadenziario?
Se si liberalizza il settore privato e si riforma la spesa pubblica occorre flessibilità nella struttura dei salari e dell’occupazione, privata e pubblica. Retribuzione del merito, differenziali salariali regionali, passaggio dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoratore, che dev’essere però disposto al cambiamento: come muoversi concretamente su queste strade? E’ possibile, in questo settore, presentarsi in Parlamento con proposte che non abbiano avuto il previo assenso di tutti i maggiori sindacati?
Se ogni candidato leader del Partito democratico è disponibile a rischiare di esser diverso dagli altri nel rispondere a domande di questo genere, non potrà fare a meno di indicare gli alleati ai quali intende proporre di condividere almeno in parte le sue risposte. Nessuna delle politiche economiche che possono rimediare davvero ai problemi del Paese si può realizzare con consensi risicati e precari. Indipendentemente dalle leggi elettorali che abbiamo e avremo, il singolo partito democratico non può fare a meno di una politica di alleanze e dialogo con le altre forze politiche. Anche su questo dev’esserci chiarezza da parte di chi partecipa alle primarie. Dobbiamo dare per scontato che tutti i candidati vogliono un partito che mirerà a tutti i costi, come sta facendo Prodi, a tenere unito tutto il polo di sinistra? Se così fosse sarà difficile che si impegnino su criteri di politica economica concreti e coerenti.
C’è poi la diversa questione delle «grandi alleanze» temporanee, che coinvolgano larga parte di entrambi gli attuali poli nella realizzazione di un programma limitato e urgente, adatto a riaprire poi il gioco bipolare con una base di regole condivise. Poiché una riforma elettorale meno selvaggia, nel contenuto e nel metodo, di quella fatta dalla precedente maggioranza richiede senz’altro ampie alleanze, la questione rimarrà comunque all’ordine del giorno nei prossimi tempi. Ma se ci si allea per fare una riforma elettorale dovrebbe essere forte la tentazione di mettere nell’agenda dell’alleanza anche alcuni punti urgenti e cruciali di politica economica, che si possano condividere e non si vogliano far dilaniare dalla scomposta competizione bipolare. Vogliono i candidati alle primarie del nuovo partito dirci con chiarezza il loro pensiero in proposito? Non si tratta di essere sleali con Prodi, ma leali con i loro potenziali elettori.
Franco Bruni