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 2007  luglio 27 Venerdì calendario

CALOGERO

CALOGERO Pietro Pace del Mela (Messina) 28 dicembre 1939. Magistrato. Quello del ”teorema” (secondo cui c’era un collegamento tra gli ex leader di Potop e le Br) che il 7 aprile 1979 portò all’arresto di Scalzone, Piperno e Negri • «[...] nella vita ha fatto molte inchieste, ma sarà per sempre ricordato dalla memoria comune per una sola di esse e il suo nome sarà sempre associato a un concetto che riporta alla geometria: ”Il teorema Calogero”. Un accostamento tutto italiano tra teoremi e fatti di giustizia, basato su una visione classica della geometria, quella euclidea, che vuole che due rette parallele non si intersechino mai, là dove proprio i fatti di giustizia troverebbero forse ben più agevole collocazione nella geometria non euclidea, dove il postulato è opposto: due rette parallele possono proprio incontrarsi, come spesso avviene nelle cose umane [...] è fuori discussione che il modello di indagine, che ebbe nel ”teorema Calogero” il suo prototipo, ha fatto scuola in Italia [...] Siamo a Padova, nella seconda metà degli anni Settanta, un anno dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, nel pieno degli ”anni di piombo”. La città è in mano agli autonomi. Il clima è pesante, terribile: gli episodi di violenza, le intimidazioni su professori e avversari politici sono all’ordine del giorno. Sprangate, gambizzazioni, minacce, violenze di ogni tipo a cui si affiancano espropri proletari e quant’altro. un periodo atroce anche in altre città italiane, si arriva al punto che un professore universitario, appena ferito alle gambe, estrae con sangue freddo dalla tasca interna della giacca un laccio emostatico e se lo applica per frenare l’emorragia: era preparato, era pronto, sapeva che gli sarebbe successo ma aveva fatto il proprio dovere, non s’era dato malato. A Padova la situazione è particolare: piccola città concentrata sull’Università e sulla basilica di Sant’Antonio, le due grandi fabbriche di reddito cittadine, è molto forte e ramificata - anche nelle strutture del potere accademico - la presenza di ex leader di Potere operaio. L’organizzazione della sinistra extra parlamentare si era sciolta anni prima, ma il gruppo dirigente padovano, sotto l’indiscussa leadership di Toni Negri, ha mantenuto una sua omogeneità informale e influenza non il magma politico che si autodefinisce ”area dell’Autonomia” (dotata anche di una radio locale, Radio Sherwood). La quantità di reati consumati ogni giorno a Padova è impressionante, il clima irrespirabile: l’incolumità fisica degli avversari politici dell’area dell’Autonomia è continuamente messa in pericolo; innanzitutto quella dei militanti, dei dirigenti, ma anche quella dei professori universitari vicini al Pci. Si arriva al punto che lo stesso Quotidiano dei Lavoratori, organo di Avanguardia operaia, nei primi mesi del ”79 annuncia in prima pagina di aver dovuto sospendere un’inchiesta sulla situazione a Padova ”per le minacce subite dai suoi inviati da parte di esponenti dell’Autonomia”. Il 7 aprile del 1979 partono dunque dal tribunale di Padova dodici mandati di cattura, chiesti e ottenuti dal pm Pietro Calogero, destinatari i leader, padovani e no, di Potere operaio: Toni Negri, Franco Piperno, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Mario D’Almaviva, Sandro Serafini, Oreste Scalzone e altri. Sull’ordine di cattura sono due i capi d’imputazione portanti: l’aver costituito una banda armata e aver attentato alla sicurezza dello Stato per aver dato vita alle Brigate rosse e avere organizzato Potere operaio e Autonomia operaia. Responsabili, quindi, di omicidi, sequestri di persona, incendi. Non viene contestato nessun omicidio, nessun sequestro di persona, nessun fatto specifico. Quello che subito viene definito dalla stampa garantista - allora più che marginale - ”teorema Calogero” consiste proprio in questo, nell’aver impostato un procedimento giudiziario senza alcuna contestazione di reato circostanziato e - qui è il centro del teorema - configurando un’assoluta omogeneità di comando, e quindi di responsabilità penali personali, tra l’area della Autonomia e le Brigate rosse. Questo ”teorema”, è bene ricordarlo, troverà poi un’assoluta smentita nel suo percorso giudiziario: dei dodici arrestati su iniziativa di Pietro Calogero ben sette saranno poi assolti in secondo grado (assoluzione poi confermata dalla Cassazione) mentre cinque (tra cui Toni Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno) vedranno le proprie condanne confermate, ma non sulla base delle accuse impostate contro di loro da Calogero, ma perché queste erano state circostanziate da altre procure con contestazioni specifiche (dalla partecipazione al sequestro e uccisione di Carlo Saronio, al rapimento Moro). Nel giugno del 1979, infatti, il giudice istruttore di Roma Carlo Gallucci emette contro i dodici già arrestati da Calogero, altri ordini di cattura ipotizzando l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, dando seguito a una sequela di ordini di cattura successivi che segnerà tutto il processo. Il conflitto di competenze tra la procura di Padova e quella di Roma viene risolto a favore di quest’ultima e i processi vengono celebrati a Roma, con la conclusione che abbiamo anticipato: sconfessione totale dell’ipotesi accusatoria di Pietro Calogero: Potere operaio non era stata una banda armata e non era stato trovato il legame tra gli imputati, l’area dell’Autonomia e la direzione delle Brigate rosse. Sconfessione del ”teorema Calogero”, va detto, basata anche e soprattutto sulla testimonianza dei veri dirigenti delle Brigate rosse che si erano via via pentiti, a partire da Patrizio Peci (che pure lo stesso Calogero aveva sentito, senza però credere alle smentite del teorema). Il ricordo di Emilio Vesce, in seguito parlamentare radicale [...] ricorda: ”Ho fatto cinque anni, cinque mesi e cinque giorni di prigione per essere assolto: ero innocente e la stessa giustizia l’ha riconosciuto. Lunghi anni di prigione difendendomi da un castello accusatorio che ha visto Calogero venire dopo alcune settimane dall’arresto a interrogarmi in carcere per chiedermi: ”Allora, dottor Vesce... mi dica!’, senza contestarmi nulla, non un fatto, non un reato, nulla di nulla. Trasferito a Roma ho dovuto fare uno sciopero della fame di ventisette giorni per essere interrogato di nuovo: stessa scena. Sia chiaro, so bene che Calogero cercava di contrastare livelli di violenza e di terrorismo indubbiamente drammatici e intollerabili, ma mettere sullo stesso piano, legare organicamente, sul piano gerarchico la violenza diffusa dei movimenti autonomi e l’azione organizzata delle Brigate rosse era un errore di fatto e di diritto; ancora più grave era ipotizzare responsabilità personali diffuse nell’ambito discrezionale del reato associativo, senza una puntualizzazione, senza la contestazione di un solo reato concreto. Sono del tutto certo della buona fede di Pietro Calogero, ma non ho neanche dubbi che egli abbia usato sul terreno giudiziario un’ipotesi tutta e solo politica - forte però dell’appoggio della linea emergenziale di un Pci disposto a tutto pur di risolvere il problema che l’estremismo di sinistra poneva - e che l’abbia trasformata in mandati di cattura. Questo era, ed è, inaccettabile. Quell’uso distorto dell’arma giudiziaria a fini di lotta politica, ha infatti prodotto risultati sconcertanti”. [...]» (’Il Foglio” 20/5/1997).