Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  luglio 26 Giovedì calendario

«Tutto quello che non sapete su mio nonno, il duce». Libero, giovedì 26 luglio La Nipote per antonomasia

«Tutto quello che non sapete su mio nonno, il duce». Libero, giovedì 26 luglio La Nipote per antonomasia. Un cocktail esplosivo di nonno Benito e zia Sofia. Viene ad aprire la porta del suo fortino, all’incrocio tra via Nazionale e viale Regina Margherita, con passo militare e stretta marziale. E ti squadra con gli occhi della Loren e lo sguardo del Duce. Ma da oggi Alessandra Mussolini rivendica, tra il serio (molto) e il faceto (poco), una "nipotela" in più: quella nei confronti di «zio Bruno», inteso per Vespa. Leggenda vuole, infatti, che il conduttore di "Porta a Porta" sia uno dei figli illegittimi di Mussolini. Leggenda? Lei, in fondo, ci crede. «Quando andai a una delle prime trasmissioni che fece papà a "Porta a Porta", glielo presentai così: "Vedi papà, lui è mio zio Bruno"». Ma lei ne è proprio convinta? «Faccio solo notare che non a caso Vespa si chiama come l’altro figlio di nonno, Bruno Mussolini, che morì da aviatore. Quindi anche il nome...». L’ennesima coincidenza. «Eh, tutte fatalità...». Ma non bastano le fatalità. Che cosa le fa credere che Vespa sia davvero suo zio? «Delle volte, devo dire la verità, mi colpisce la somiglianza di Vespa con mio nonno». Edoveva proprioandare da"zioBruno" afare abotte con Katia Bellillo? «Certo. E dove sennò?». E lui? «Fu imparziale. "Zio Bruno" è sempre stato imparziale con me. In quell’occasione un po’ mi rimproverò: "Tu sei proprio una nipotina!"». E lei pensa di somigliare a Benito Mussolini? «Negli occhi sì, perché anche lui li aveva all’infuori come me. E un pochino la mascella, ma è un tratto di famiglia». Va orgogliosa della sua mascella "littoria"? «Sono sempre stata orgogliosa della mia famiglia». Caratterialmente cos’ha ereditato da suo nonno? «Il fatto di essere estroversa come lui e molto effervescente, soprattutto da piccola. Ma soprattutto l’autoironia. E poi, anch’io odio i pranzi e le cene lunghi, come mio nonno. Dopo un po’ mi devo alzare da tavola. Al mio matrimonio la gente già al secondo se ne andava. L’ho interrotto io il pranzo, non ce la facevo più. Era il 28 ottobre...». Guarda caso, il giorno della marcia su Roma. «Ho scelto quella data perché per noi ottobre è sempre stato un mese importante. Per la famigliaMussolini guai, invece, a parlare di aprile, un mese tremendo, di lutti. Ecco perché ottobre. Poi è capitato il 28, e che uno si deve far condizionare?». Ci mancherebbe. Ma non può far credere che sia una casualità, tanto più che si è sposata a Predappio. «Mi arrendo», sorride. «Mi sono sposata a Predappio, proprio nella chiesa in cui si è sposata mia madre. E questo», mostra la foto del battesimo della figlia Clarissa, «la cuffietta, la vestina bianca e il cuscinetto tutto ricamato con i fasci, era l’abito battesimale di papà, che risale al 1927. Tutti i figli maschi e femmine della famiglia Mussolini sono stati battezzati con questo vestito qui». Come si vive sapendo di essere la nipote del Duce? «Per me è stato naturale. Quando si nasce in questa famiglia non è che lo acquisisci perché sposi un Mussolini». Quanto le è costato chiamarsi Mussolini? «Moltissimo. Ho dovuto cambiare facoltà per questo. Inizialmente all’Università mi ero iscritta a Filosofia. Ma gli studenti che facevano autogestione mi dissero: "Tu con quel cognome non farai mai un esame". Tant’è che poi scelsi Medicina». Il suocognome hacondizionato anche la sua carriera d’attrice? «Certo. Dino Risi mi faceva pesare anche i miei occhi. "Ricordano troppe cose", mi disse quando andai a fare un provino da lui, "tu non potrai mai fare l’attrice con questi occhi"». Fu il mito di sua zia Sofia a spingerla verso il cinema? «Neanche più di tanto. Ho scelto autonomamente, da giovane è facile che si sogni di fare l’attrice». In An si maligna che fu per il suo scarso talento cinematografico che decise di buttarsi in politica. «Che pensino quello che vogliono. La verità è che subii delle vere discriminazioni. Risi mi disse che dovevano passare sette generazioni prima che potessi fare l’attrice. Voleva farmi chiamare Alessandra Zero. Sarebbestato carino, miimparentavoconRenato Zero, che mi piace moltissimo». Nonostante tutto, però, ha scelto di far mettere il suo cognome ai suoi figli. «L’ho fatto come battaglia di donna. inconcepibile che nel 2007 le donne che mettono al mondo i figli non possano trasmettere loro il proprio cognome». Non teme che i suoi figli possano subire le stesse discriminazioni? «Nella vita uno deve affrontare tutto. Dato che questa è la mia famiglia, io voglio trasmettere quello che fa parte di me. E ho constatato sui miei figli che il doppio cognome non creaconfusione nei bambini. Per Caterina, che è la più grande, rappresenta anzi un surplus di affetto e di unione familiare». Ma lei ha vissuto il suo cognome come una croce o come una dote? «Se soccombi di fronte al peso di due identità, la Loren da una parte, Mussolini dall’altra, meglio che ti chiudi in casa e mandi tutto via e-mail. Adesso, per fortuna, la gente mi conosce per quella che sono. Ma ho sempre dovuto lottare contro i pregiudizi». Chi per primo le parlò del Duce in famiglia? «Mio padre». Cosa le raccontò? «Lui mi faceva leggere i giornali d’epoca, mi portava sui luoghi della famiglia. Noi stavamo sempre a Villa Carpena. Non fu un indottrinamento, ma una vita familiare. Tant’è che, come nipote, più che alla figura storica io ero interessata a sapere com’era mio nonno in famiglia, com’era con i figli». E che padre era Mussolini? «Molto indulgente. Lui era buonissimo. Era nonna Rachele il "maresciallo" di casa. Mio padre quando aveva una brutta pagella non la faceva mica firmare a sua madre». E a chi la faceva firmare, al Duce? «Per forza, sennò volavano gli schiaffi con nonna Rachele. Andava da suo padre, perché era molto più tollerante. Era mia nonna che teneva le redini della famiglia. Sono rimaste memorabili le sue scenate». Per esempio? «Una volta, a tavola, c’era chi la voleva cotta, chi la voleva cruda, chi diceva non mi piace, c’è troppo sale, no è sciapa. Lei prese la minestra e la rovesciò sul tavolo di fronte a nonno». E lui? «Lui tacque. E poi si passò al secondo. E quando introdussero le leggi che imponevano le tasse ai contadini, lei andò a prendere tutta la spazzatura degli aristocratici piena di biscotti, pane e latte, e la rovesciò di fronte al marito dicendogli: "Vedi quanto c’hanno loro? Tu devi togliere a questi, non ai poveracci"». E Mussolini come reagì? «Davanti a tutta quell’immondizia, capì». Quindi era donna Rachele che portava i pantaloni? «Come uomo d’azione mio nonno nonsi discute. Mamianonna, all’interno della famiglia, di certo non aveva il ruolo che molti le hanno attribuito ». Quello di una donna remissiva e schiva? «Esatto. Infatti, trovo sbagliatissimo lo sceneggiato "Il Giovane Mussolini"». Che ricordo ha di sua nonna? «Era sempre vestita un po’ da contadina, col grembiule, stava in cucina, faceva le fettuccine. Era una che ti metteva in riga e che prendeva parte alle decisioni, non era relegata al ruolo di moglie e di madre». Cosa le raccontò donna Rachele di suo marito? «Io ero molto interessata alla storia della Petacci, volevo farmi raccontare da mia nonna quanto avesse sofferto». E lei le confidò il suo dramma di moglie tradita? «Certo. Io avevo un rapporto privilegiato con mia nonna, perché la facevo ridere e sfogare.Epoiché ero piccola, lei con me parlava liberamente. Mia nonna soffrì talmente, dovendo oltretutto mantenere un ruolo istituzionale, che tentò il suicidio». Come cercò di togliersi la vita? «Ingerendo della varechina. La soccorsero giusto in tempo». Questo fu lei a rivelarglielo? «No, questo lei non me lo disse mai. Fu mio padre a raccontarmelo. Io mi sono sempre chiesta: è mai possibile che ci fosse un’altra donna e il rapporto tra loro fosse normale?» E non lo chiese a sua nonna? «Sì che glielo chiesi, e scoprii che non era assolutamente così. La cosa mi rincuora, perché lei verso suo marito aveva le stesse reazioni che potrei avere io». Gli faceva scenate di gelosia? «Una donna che ama il proprio uomo combatte, e lei ha combattuto. Non è vero che mia nonna ha perdonato Claretta Petacci: l’ha dovuta perdonare. Ma il dolore se l’è portato nella tomba, perché aveva capito che tra le mille donne che ebbe mio nonno, Clarettaera moltopiù diun’amante occasionale. E che poteva quindi trasformarsi in una donna pericolosa in un momento difficile. Tant’è che mia nonna aveva anche pensato che potessero esserci delle mediazioni tra la Petacci e il Re per far arrestare nonno». Sua nonna pensava che la Petacci avesse avuto un ruolo nella cattura del Duce? «Certamente». Lei si considera fascista? «Non ne ho mai avuto bisogno. Gli ideali uno se li porta dentro. Esteriorizzarli col salutoromano ocon la camicia neraè come scimmiottare un passato che non c’è più. Come quando i comunisti mi incontrano per strada e mi salutano col pugno». E lei come risponde? «Faccio il saluto romano». Quindi anche lei scimmiotta il passato. «Ma lo faccio per sfotterli». E la camicia nera ce l’ha? «Io preferisco le camicette chiare. La camicia nera non mi piace». Com’è possibile far pace con quegli anni? «La pacificazione non può iniziare se non c’è una seria riflessione e non si dice che piazzale Loreto è stata una vergogna. E questo spetta al presidente della Repubblica dirlo. A quel punto si potrebbe ricominciare a dialogare». Le spiace non aver mai conosciuto il Duce? «Sì, molto». Cosa gli direbbe se fosse vivo? «Lo abbraccerei e basta». Ha parlato di lui ai suoi figli? «Ora sono piccoli, ma quando inizieranno a studiare quel periodo, certo che gliene parlerò.Hogià portato le mie figlie a Predappio e villa Carpena, e ho fatto vedere loro degli scritti, come ha fatto papà con me». I suoi ex colleghi di partito le rinfacciano di non sapere nulla di fascismo. «Non mi interessa. Si deve fare politica attualizzandola. Siamo nel 2007 e dovremmo essere tutti insieme contro il centrosinistra. E poi io non credo che loro la pensino tutti così». Forse non le perdonano ancora le commedie sexy e quel suo servizio fotografico apparso nell’agosto del 1983 su Playboy. «Fu bellissimo, una meraviglia. Era castissimo rispetto a quello che si vede oggi sui giornali». Ma, scusi, lei non era nuda? «In topless». stata una pioniera. «Sempre. Io ho sempre anticipato i tempi». Benito Mussolini, secondo lei, che ne penserebbe di Gianfranco Fini? «Non lo so, io non voglio mettere parole in bocca a mio nonno. Che riposi in pace». Lei considera Fini un uomo di destra? «Credo che Fini sia una persona attenta ai mutamenti, penso che ne abbia fatti». Ora ne parla come se niente fosse, ma nel 2003 lei se ne andò da An sbattendo la porta quando Fini definì il fascismo «male assoluto». «Se io sono in Azione sociale è perché qualcosa è successo, altrimenti sarei ancora in An. Però la lettera molto intima che lui mi scrisse un anno e mezzo fa, in occasione della morte di mio padre, è la lettera di un Fini che non conoscevo, nonostante la militanza di 12 anni in An». Cosa ha scoperto di lui? «Dei lati privati, personali, il suo sentimento, le sue riflessioni più profonde. E il Fini di adesso si avvicina molto alla linea Sarkozy, che mi piace assai di più rispetto allesueposizioni passate. Epoiin politicanon devi essere amico, la politica è l’odio organizzato». Quando Francesco Storace ha lasciato il partito Fini ha voluto incontrarla. Cosa vi siete detti? «Ci siamo trovati d’accordo sul referendum e sulla necessitàdi unasemplificazionedella politica,augurandoci entrambi che si arrivi al più presto al partito unico di centrodestra. Io e Fini, inoltre, siamo sulla stessa lunghezza d’onda sulle priorità da dare alla politica. Entrambi siamo convinti che la gente sia stanca delle diatribe interne perché vuole un fronte compatto contro il "governo Frodi"». Pace fatta, quindi? «Abbiamo avuto un colloquio molto sereno, diverso certamente da come poteva essere prima. Ma ricordiamo che alle Politiche eravamo insieme e che alle Amministrative io a Latina ho appoggiato Zaccheo di An. E non era neanche la prima volta che ci rivedevamo, io e Fini». Sta dicendo che vi eravate già rivisti prima? «Ricordiamoci che quando io salii sul palco del 2 dicembre c’era anche Fini e già allora avemmo modo di scambiare le nostre idee sulle Amministrative». Oggi come sono i rapporti tra voi? «Oggi con lui sono in un rapporto cordiale e molto più maturodiprima, ancheperchésocosa vuol direavere la responsabilità di un partito, seppur piccolo». Giorni fa su Repubblica è uscito un articolo che la definiva "deputato di An". Refuso o scoop? «Refuso doloso». Può darsi, invece, che nell’immaginario collettivo lei sia già rientrata in An. «No, perché tutti sanno che quello che è successo non è stato uno scherzo». Insomma, ci ritorna o no in Alleanza nazionale? «Chi può dirlo? Nulla si può escludere. Che ne sappiamo domani che succede? Può darsi che si realizzi il sogno del Partito della libertà, in cui confluire tutti». Però da An le stanno arrivando parecchi segnali: La Russa che l’accompagna a firmare il referendum, Tremaglia che la implora di tornare... «Tremaglia mi ha chiamato e tutto questo mi fa molto piacere. Ora con An io non voglio più avere un rapporto conflittuale, ma di sana competizione. I buoni rapporti sono una cosa che vogliono gli elettori». I rapporti con i suoi colleghi erano conflittuali già in tempi non sospetti. La Russa la ricorda «molto spigolosa » in aula. «Io sono sempre stata autonoma all’interno del partito, non ho mai aderito a nessuna corrente, mi dovevo anche difendere, perché non avevo un mentore». Ogni riferimento a Daniela Santanchè, (ex) pupilla di La Russa... «No, dico solo che quello che ho raggiunto lo devo unicamente agli elettori, ai militanti e a me stessa». Che giudizio dà della battaglia che la Santanchè ha fatto dentro An? «Anche in questo io sono stata un’antesignana. Quelle stesse battaglie le cominciai io nel partito anni, anni e anni addietro». Anche tirando calci agli stinchi dei colleghi che in aula prendevano la parola contro le sue mozioni che contraddicevano la linea del partito. Una volta brandì dei cartelli con la scritta "talebano" verso Pier Francesco Gamba per impedirgli di parlare. «Feci anche peggio! Se lo ricordano ancora quando andai verso i colleghi della sinistra con il vassoio pieno di zollette di zucchero per addolcirli. Arrivarono in massa i commessi per bloccarmi». Lei prendeva spesso posizione antitetica rispetto al suopartito. Accadde, per esempio, sul finanziamento della missione in Iraq. «Fui l’unica del centrodestra». Poco prima del voto, lei corse al banco del governo a dirlo dall’allora premier Berlusconi. Cosa gli disse? «Gli dissi: "Guarda che io voto contro ed esco dall’aula. Lo faccio come donna e come madre"». E lui? «Accettò, perché sapeva che non avrei cambiato idea». E Fini? «Mi fulminò con lo sguardo». E quando sulla fecondazione assistita lei presentò il suo emendamento pro eterologa, Fini che le disse? «Mi tolse della commissione Affari sociali». Però con il passare del tempo si è avvicinato alle sue posizioni. «Vede nella vita? Mai dire mai. Su tante cose lui è venuto sulle mie posizioni: sulla procreazione, sull’immigrazione, sui diritti delle donne. Pazzesco no?». Ora che avete fatto pace, potrà candidarsi a sindaco di Napoli, visto che non ci sarà più il veto di Fini. «Visti gli esiti della malagestione Bassolino-Jervolino, se ci fosse stata una scelta più coraggiosa del centrodestra, chissà come sarebbe andata... Di certo io non abbandonerò mai il sogno di candidarmi a sindaco di Napoli». Barbara Romano