Il Sole 24 Ore 22/07/2007, Roberto Casati, 22 luglio 2007
The bright side of the moon. Il Sole 24 Ore 22 luglio 2007. La luna è grigia, di un orrendo grigio scuro e sporco; il suo candore è un’illusione percettiva
The bright side of the moon. Il Sole 24 Ore 22 luglio 2007. La luna è grigia, di un orrendo grigio scuro e sporco; il suo candore è un’illusione percettiva. Ma se la luna avesse un suo satellite dalla superficie bianca, vedremmo delle cose curiose. Quando entrambi fossero visibili dalla terra e intercettassero la luce solare la luna ci apparirebbe grigia; quando il satellite venisse eclissato alla nostra vista perché ruota dietro alla luna, questa tornerebbe ad apparirci bianca. A scala astronomica, questo riprodurrebbe un classico esperimento percettivo di laboratorio del 1929. Il sistema visivo, in assenza di informazioni ulteriori, decide che l’oggetto più chiaro in vista è bianco, e tutti gli altri sono grigi, a cascata, in base alla loro chiarezza relativa rispetto al primo. La luna è un oggetto strano perché non ha compagni paragonabili nel cielo. Ma anche sulla terra una nerissima cornacchia che intercetta i fari della vostra auto verrebbe presa per una colomba bianca se non vengono illuminati altri oggetti. Paola Bressan (una specialista della percezione dei grigi, ma anche autrice di molti contributi sulla percezione, tra cui un articolo che mostra come le colline "antigravitazionali" siano illusioni percettive) spiega il perché del colore apparente della luna, e con questo molte altre cose: perché i cani non riescono a vedere la televisione, perché gli uomini trovano più attraenti dei volti femminili con le pupille dilatate, con l’eccezione dei dongiovanni che preferiscono pupille piccole, perché i predatori hanno la visione binoculare e le prede quella laterale. un testo informato e aggiornato, in cui la metà dei lavori citati ha meno di dieci anni. Le illustrazioni curatissime e le splendide didascalie che le accompagnano valgono da sole il prezzo del libro. Ma quello che più colpisce è che finalmente si ha un testo introduttivo alla percezione visiva in cui non ci si limita a fare una o più delle cose seguenti: a presentare illusioni e aneddoti di per sé interessanti ma senza filo conduttore; a selezionare un numero limitato di fenomeni percettivi senza tenere in alcuna considerazione la complessità della visione; a difendere una qualche forma di riduzionismo (come fanno la Gestalt, o le teorie ecologiche alla Gibson). Questo è possibile per via del fatto che le spiegazioni dei fenomeni percettivi sono inquadrate in una cornice evoluzionistica, che a sua volta si appoggia su spiegazioni funzionali (le stesse che sono indispensabili, anche se si tende a dimenticarlo, a far sì che le meravigliose neuroimmagini che popolano ormai le riviste non siano mere decorazioni). E quindi: i dongiovanni mostrano interesse per i volti femminili con pupille contratte perché le pupille dilatate segnalano interesse per il dongiovanni, il quale invece massimizza le sue possibilità riproduttive non facendosi impigliare in relazioni stabili che sono presumibilmente associate all’interesse manifestato nei loro confronti. Gli occhi ravvicinati dei cani, che sono degli ex-predatori, permettono loro di distinguere, grazie alla visione binoculare, delle prede immobili su uno sfondo che le mimetizza. E via dicendo. Di fatto, il paradigma della psicologia evoluzionistica sta emergendo con forza, tanto maggiore in un settore come quello della psicologia della percezione visiva che cerca di spiegare un vasto corpus di fenomeni strani, se non stranissimi. A molti le spiegazioni evoluzionistiche in psicologia continuano a fare l’effetto delle storie del senno di poi, con riferimenti a un mitico ambiente adattativo cui nessuno può accedere. Ma il metodo della psicologia evoluzionistica è diverso: si fa un’ipotesi sufficientemente ragionevole sull’ambiente adattativo, e a partire da questa si fa un’ipotesi su una caratteristica cognitiva cui non si era pensato finora. la conferma di questa caratteristica a costituire una convalida del processo. Il paradigma emerge perché ormai queste spiegazioni sono molte e articolate, e perché si comincia a intravedere, a medio termine, una promettente unificazione di psicologia e biologia. Roberto Casati