Il Sole 24 Ore 25/07/2007, pag.10 Alberto Negri, 25 luglio 2007
In Kurdistan il dramma delle vergini suicide. Il Sole 24 Ore 25 luglio 2007. Batman. Alle porte di Batman, due ore da Diyarbakir, "capitale" dell’Anatolia del Sud-Est, dove i candidati del partito curdo Dtp fanno il pieno dei voti, appare l’edificio più grande, un’immensa caserma con un’insegna a caratteri cubitali e la famosa frase di Ataturk: «Nemutlu turkun diyene», « felice chi può dirsi turco»
In Kurdistan il dramma delle vergini suicide. Il Sole 24 Ore 25 luglio 2007. Batman. Alle porte di Batman, due ore da Diyarbakir, "capitale" dell’Anatolia del Sud-Est, dove i candidati del partito curdo Dtp fanno il pieno dei voti, appare l’edificio più grande, un’immensa caserma con un’insegna a caratteri cubitali e la famosa frase di Ataturk: «Nemutlu turkun diyene», « felice chi può dirsi turco». Ma questo per le donne è uno dei luoghi più cupi della Turchia. Hacer Ozdemir, 28 anni, ha fondato Selis, una Ong tutta al femminile, che ogni sei mesi elabora un rapporto sullo stato dell’infelicità delle donne in Kurdistan: qui il tasso di suicidi è superiore di 11 volte al resto del Paese e alle medie internazionali. «Il 54% delle donne di Batman ha pensato almeno una volta al suicidio e il 15% ha alle spalle un tentativo di togliersi la vita. Il motivo principale è la violenza, quasi sempre esercitata dal marito o dalla famiglia. In questa regione circa l’80% dei matrimoni è combinato e la maggior parte delle ragazze viene data in sposa in età molto giovane, tra i 15 e vent’anni». Negli ultimi cinque anni nel distretto di Batman ci sono stati 170 suicidi, 102 erano donne. Solo nei primi sei mesi dell’anno scorso i casi accertati sono stati quaranta. Nell’anno Duemila se ne registrarono 135 e 191 tra il 1995 e il 2000. Le cifre però non dicono tutto, avverte Hacer, donna combattiva e determinata, certo scomoda, al punto che l’anno scorso è stata arrestata a Diyarbakir, incarcerata per due mesi e poi rilasciata senza che le fosse rivolta alcuna accusa: «Non tutti quelli che appaiono dei suicidi lo sono, in molti casi la famiglia, il marito, i fratelli, spingono le donne a darsi alla morte o le uccidono perché hanno violato i codici di una società patriarcale, dominata da una versione conservatrice dell’Islam». Derya, 17 anni, racconta: «"Ucciditi, lava la nostra vergogna o ti ammazzeremo noi". Ricevevo questo messaggio anche 15 volte al giorno sul telefonino, lo inviavano i miei fratelli o mio zio. La mia colpa è stata quella di innamorarmi la primavera scorsa di un compagno di scuola. Sapevo che non scherzavano. Mio nonno aveva ammazzato la figlia solo per aver guardato un ragazzo». Derya è riuscita a sfuggire al suo destino, non scivolò nel fiume a primavera come è successo ad altre malcapitate affogate nel Tigri e ora vive in una casa rifugio. I suicidi dell’Anatolia sono stati definiti «il caso delle vergini suicide», e in effetti le autopsie condotte sul cadavere di decine di ragazze accusate di aver perso l’onore hanno rivelato che soltanto una non era illibata. L’ondata dei suicidi, agli inizi degli anni Duemila, aveva attirato l’attenzione dei mass media e degli intellettuali, come Orhan Pamuk, il Nobel che ha dedicato alla questione anche un paio di capitoli di «Neve». Ma la prima a scriverne, sette anni fa, è stata una giornalista di Istanbul, originaria di Batman, Mujga Halis: «La storia è cominciata negli anni 90 quando a Batman, sotto lo stato di emergenza dichiarato per combattere la guerriglia del Pkk, arrivarono migliaia di rifugiati dai villaggi rasi al suolo dall’esercito: molte donne si suicidavano per la disperazione di avere visto morire i figli». «Le donne continuano a morire a Batman», si chiamava il libro di Halis. «Oggi - dice - il titolo sarebbe identico, perché i suicidi non si sono fermati, anche se l’attenzione dei mass media per l’argomento, spasmodica fino a qualche tempo fa, ora si è affievolita, come se ci fosse una sorta di censura». Fuori dalla sede di Selis, una parola che in antico sumero significa "luce", centro di assistenza psicologica, legale ma anche economica per le donne in difficoltà, c’è Batman: negli anni 50 contava poche centinaia di abitanti, poi fu costruita una raffineria e cominciò a espandersi per diventare negli anni 90, con l’afflusso di profughi e immigrati delle aree rurali, un centro di 250mila anime con un tasso di disoccupazione che in alcune fasce sociali arriva al 70 per cento. «Il 50% delle famiglie - spiega Hacer Ozdemir - vive sotto la soglia di povertà, una donna su cinque ha almeno sette figli e la maggioranza non pratica alcuna forma di controllo della natalità, il tasso di analfabetismo è molto alto. Soprattutto persiste una cultura tradizionale: il 15-20% dei matrimoni avviene secondo la tradizione "berdel", che prevede lo scambio di donne tra tribù per ricomporre una faida o la consegna di una femmina a un altro clan per espiare un omicidio». quasi immediato dire che questa è un’altra Turchia, ai margini del Paese che, sotto la pressione dell’Europa e delle associazioni femminili, ha riformato i codici svuotando di ogni contenuto legale il "delitto d’onore" ed equiparando nel matrimonio e nel divorzio i diritti degli uomini a quelli delle donne. «In realtà - dice la sociologa Nilufer Narli - la condizione delle donne in Anatolia mette alla prova anche "l’altra Turchia". Le spinte della società patriarcale sono ancora ben presenti, basti pensare al tentativo qualche tempo fa del partito di Erdogan di reintrodurre la punibilità dell’adulterio, comunque abolita soltanto nel 1998». La strada verso l’emancipazione reale è lunga: solo il 28% delle turche, secondo uno studio del l’istituto Tesev, ha un lavoro e di queste il 42% svolge un’attività non retribuita nelle zone rurali. Lo stesso rapporto afferma che il 38% non si copre mai il capo, il 50% indossa il foulard, il 12% il turban annodato fino al mento e solo l’1% il chador. «Le donne turche - sostiene Nilufer - si stanno emancipando ma non si sono ancora liberate dalla società patriarcale». Alberto Negri