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 2007  luglio 25 Mercoledì calendario

Cadono i falsi miti sulla legge Biagi. Il Sole 24 Ore 25 luglio 2007. davvero un amaro destino quello toccato in sorte alla legge Biagi di riforma del mercato del lavoro

Cadono i falsi miti sulla legge Biagi. Il Sole 24 Ore 25 luglio 2007. davvero un amaro destino quello toccato in sorte alla legge Biagi di riforma del mercato del lavoro. Una legge dello Stato che certo non meritava, più di altre, una incondizionata benevolenza. Rispetto, questo sì. E forse anche una maggiore onestà intellettuale. Non fosse altro perché segnata, già nella fase di mera elaborazione, dal sangue e dalla vile determinazione di un terrorismo nostrano troppo frettolosamente – e colpevolmente – archiviato tra le cose del passato, come se si trattasse di un capitolo definitivamente chiuso. Eppure sulla riforma Biagi è stata combattuta, ben prima della sua approvazione in Parlamento e nonostante il vasto apprezzamento a livello internazionale, una sterile battaglia di retroguardia, tutta ideologica e massimalista, incurante delle numerose questioni di merito e degli effettivi contenuti di dettaglio. quanto ci sforziamo di sostenere da tempo. Ne abbiamo ora una inequivocabile conferma, se ancora ve ne fosse bisogno, dalla lettura del protocollo del 23 luglio su previdenza, lavoro, competitività. Le modifiche ipotizzate alla legge, se mai passeranno il vaglio del Parlamento, sono ancora meno rilevanti e incisive delle poche enfaticamente annunciate nel programma dell’Unione. Rispetto a una legge additata come causa di tutti i mali del nostro mercato del lavoro, a partire dalla piaga del precariato, l’orientamento del Governo è, infatti, quello di procedere alla abrogazione delle sole norme concernenti il cosiddetto lavoro a chiamata. Una forma di lavoro marginale e, come da più parti rilevato, ancora poco utilizzata, ma proprio per questo motivo erroneamente inclusa tra le tipologie contrattuali che più hanno contribuito alla precarizzazione del mercato del lavoro italiano. Vero è semmai che il «job on call» non è mai decollato a causa della irresistibile concorrenza di forme di lavoro atipico, se non irregolare, alquanto radicate nella prassi e assai più vantaggiose per quelle imprese che intendono soddisfare bisogni intermittenti e occasionali di lavoro. Rimane invece in vita il contratto di inserimento al lavoro di cui pure, nel programma dell’Unione, era stata annunciata la morte. Eppure questo era l’unico istituto della legge Biagi che potesse contare su un accordo di implementazione sottoscritto unitariamente, nel febbraio del 2004, da Cgil, Cisl e Uil. Le sorti della somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, su cui pure si erano coagulati i maggiori dissensi dell’ala massimalista del sindacato, saranno invece affidate a un futuro tavolo di confronto con le parti sociali. E ciò è sicuramente un bene stante la contraddizione, davvero insuperabile in termini di buon senso prima ancora che di coerenza legislativa e sindacale, di ammettere senza riserve il lavoro interinale per far fronte ad esigenze temporanee e occasionali e non invece per quelle ipotesi strutturali di internalizzazione del lavoro che, proprio attraverso lo staff leasing, consentono la specializzazione produttiva e la stabilità del lavoro. Non sono previsti altri interventi sulla legge 30 e sui relativi decreti di attuazione. Rimane dunque integralmente confermato, non solo sul piano sostanziale ma anche su quello formale e simbolico, l’intero impianto della legge Biagi. Ciò vale sia per il corposo capitolo sulla organizzazione e disciplina del mercato del lavoro, sia per il segmento, non meno centrale e delicato, sulle misure di flessibilità regolata e di contrasto al lavoro precario e irregolare. A partire dal tanto criticato lavoro a progetto, che era il vero elemento qualificante della legge Biagi e che, non a caso, è stato ampiamente utilizzato dal ministro Damiano, con la circolare 17/2006, per condurre una importare battaglia volta alla stabilizzazione e regolarizzazione del lavoro nei call center. Per quanti credono nella necessità di portare a termine il processo di modernizzazione del diritto del lavoro non è tuttavia il caso di lasciarsi andare a facili trionfalismi. Anzi, proprio oggi che il Governo Prodi e le parti sociali sanciscono il definitivo radicamento della legge Biagi nel nostro ordinamento, resta il rammarico per il tanto tempo perso inutilmente in una battaglia ideologica poco o per nulla attenta al merito del contendere e, dunque, ai reali bisogni di lavoratori e imprese. Punti qualificanti della legge, come il nuovo apprendistato e i sistemi di accreditamento regionali, restano ancora lettera morta in molte Regioni, a partire da Lombardia, Sicilia e Veneto che pure, per ragioni politiche, si erano subito enfaticamente schierate a difesa della legge Biagi. Le divisioni tra le parti sociali, e anche all’interno del sindacato, ci hanno consegnato un quadro di relazioni industriali bloccato, con lo sguardo rivolto al passato e che ancora fatica a dare attuazione anche ai profili meno controversi di una legge che pure, per espressa previsione normativa, era di natura meramente sperimentale. Tanto più che, anche nel nuovo protocollo, nessuno ha pensato alla importanza di rendere finalmente operativo il sofisticato meccanismo di monitoraggio e valutazione delle politiche del lavoro tracciato con chiarezza all’articolo 17 del decreto legislativo n. 276 del 2003. Poco o nulla si sa, di conseguenza, delle reali condizioni del mercato del lavoro, secondo una rilevazione condivisa e autorevole, mentre ancora tutto da definire – e non solo in termini di risorse disponibili – è poi il regime dei nuovi ammortizzatori sociali con cui si sarebbero potute completare le principali lacune della legge evidenziate in questi primi anni di applicazione. La legge Biagi vive, è vero. Ma lo scenario complessivo è davvero poco esaltante, anche perché rende pienamente evidente, nella pochezza delle modifiche, la mancanza di una visione progettuale orientata al futuro, secondo le indicazioni del recente Libro verde della Commissione europea sulla modernizzazione del diritto del lavoro di cui non si trova alcuna traccia nel protocollo appena siglato. Michele Tiraboschi