Maria Teresa Martinengo, La Stampa 26/7/2007, 26 luglio 2007
MARIA TERESA MARTINENGO
E’ il 12 aprile 2006, il giorno in cui comincia ufficialmente «l’affaire Ligresti»: al consiglio di facoltà di Economia prima che il preside Sergio Bortolani affronti il punto 11, quello delle lauree honoris causa a Maria Luisa Cosso e a Jonella Francesca Ligresti, comincia la fuga degli «economisti». Sono quasi tutti contrari al riconoscimento che gli «aziendalisti» della facoltà (in maggioranza) hanno deciso di assegnare a quella che loro, i professori che più si considerano «depositari» dell’ortodossia torinese, riconosciuti dal mondo economico e finanziario, considerano ancora «la figlia di Ligresti». Il consiglio del Dipartimento di Scienze economiche e finanziarie, ben prima di allora, aveva in pratica detto «no».
Il verbale della seduta racconta il travaglio. Se ne vanno i professori Bagliano, Frigero, Reviglio, Vannoni, la ricercatrice Carelli, tre studenti. Poi, l’ex preside Daniele Ciravegna presenta una mozione per chiedere di definire i criteri generali per l’assegnazione delle lauree hc. Il professor Bortolani ricorda che i criteri esistono. La mozione, messa ai voti, è battuta. Gli economisti Ciravegna e Zanetti abbandonano. Il preside illustra la candidatura di Maria Luisa Cosso del Gruppo Corfina, escono altri 4 docenti. E prima dell’approvazione (unanime) della laurea Ligresti tocca a 12.
Il resto è storia nota: l’altro ieri la cerimonia e poco dopo l’annullamento della laurea da parte del ministro Mussi. Ovvio che ieri nell’Ateneo torinese - e non solo - non si sia parlato d’altro. Per il docente cui è stata affidata la laudatio Ligresti, Umberto Bocchino, «il ministro ha offeso un ateneo con una storia di 600 anni». Bocchino ricorda che «per entrambe le candidate, i contatti con l’Università sono radicati. La signora Ligresti, ha scelto i nostri studenti per la compilazione del primo bilancio sociale di Fondiaria-Sai e ha preferito, per presentarlo, la nostra facoltà alla Borsa di Milano...».
Il professor Pietro Terna, membro del Dipartimento di Scienze Economiche, spiega l’atteggiamento suo e quello dei colleghi nell’aprile 2006: «Uscire prima della votazione è il modo più delicato per esprimere dissenso... Le due candidate? A una è stato riconosciuto di aver saputo sviluppare una vasta attività imprenditoriale. L’altra deve ancora dare prova di esserne capace».
L’ex rettore Rinaldo Bertolino ricorda il suo momento di difficoltà legato alla laurea dello scrittore Salman Rushdie. «Avevamo tutte le autorizzazioni. Prima e durante la cerimonia, però, che per caso coincise con la visita in Italia del presidente iraniano Katami, mi arrivarono pressioni dal ministero degli Esteri contrarie al conferimento. Dissi che anche attraverso queste lauree si afferma la libertà di pensiero e di coscienza». Il ministro era Dini. L’ex rettore non commenta il caso odierno. Chi ne conosce le doti diplomatiche non esita ad affermare che con lui «l’incidente» non sarebbe accaduto.
Il sociologo Sergio Scamuzzi è in vacanza: «Preferisco non dare giudizi. Forse è una gaffe dell’Università, ma anche del ministro». Angelo D’Orsi, storico, ride: «Si danno troppe lauree ridicole; attori, cantanti, sportivi, guitti. Indecente: ormai sono ad disonorem per le Università. Accade così: qualcuno ha un debito con un personaggio propone la laurea, la facoltà è connivente, l’Università fa finta di niente. Propongo una moratoria di 2 anni: basta lauree e intanto si definiscano criteri seri».