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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

FRANCESCO PAOLO FULCI*

Giunge notizia da New York che l’ambasciatore di Germania all’Onu ha dichiarato che il suo Paese, preso atto che non esiste in Assemblea generale una maggioranza - 129 voti - disposta ad accordarle un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, è ora favorevole a una «soluzione transitoria». Che consisterebbe nell’aumento per ora dei soli seggi permanenti (elettivi), nell’ambito peraltro di un meccanismo automatico di revisione che prevederebbe l’aumento anche dei membri permanenti nell’arco di 12-15 anni. Sul numero dei nuovi seggi non permanenti, sulla loro durata (biennale, quadriennale o addirittura ultra decennale) e sulla ripartizione geografica vengono prospettate ipotesi diverse.
Attenzione! Si tratta di un vero e proprio cavallo di Troia per cercare di espugnare ciò che finora si è rivelato inespugnabile. Il modello «transitorio», caldeggiato dai «facilitatori» del Cile e del Liechtenstein (due Paesi da sempre sostenitori delle posizioni a noi avverse), rappresenterebbe - se approvato - una lesione gravissima per i nostri interessi nazionali: si creerebbe infatti una situazione solo teoricamente «temporanea», ma assai chiara, e penalizzante per l’Italia, nel suo punto conclusivo. Chi può infatti credere seriamente che l’assegnazione di un seggio a «lunga durata» a un grande Paese europeo non porterà al consolidamento automatico finale di tale situazione, quando questa platonica «temporaneità» tornerà in discussione?
Nessun pericolo di «declassamento» internazionale dell’Italia esisteva sinora al Palazzo di Vetro: un risultato conseguito - è doveroso aggiungerlo - grazie allo schieramento politico interno, assolutamente compatto e bipartisan, registratosi su questo tema vitale. Ma il pericolo torna a profilarsi all’orizzonte se si cambia strategia. L’Italia può perdere questa fondamentale partita in un modo solo: facendosi tentare dalla politica tristemente nota dei «giri di valzer», o da un incomprensibile «movimentismo», che condurrebbero senza scampo a un clamoroso autogol.
Da tempo, peraltro, si avverte la necessità di non limitarsi a una politica d’interdizione delle altrui pretese. Per questo era stata avanzata, proprio dall’Italia all’Onu, l’idea di cominciare a costruire - sia pure a piccoli passi, come del resto è stata costruita l’Europa - un seggio comune europeo nel C.d.S. Forti speranze al riguardo erano state suscitate dall’inserimento nel programma della coalizione attualmente al governo di uno specifico punto: «Non appena l’Italia, nel 2007, tornerà a sedere come membro a rotazione nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, saremo impegnati a integrare la delegazione italiana con il rappresentante del Consiglio Europeo e con il rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza Comune».
Sono trascorsi più di sei mesi da quando l’Italia è tornata a sedere in Consiglio. comprensibile che la presidenza tedesca dell’Unione Europea, nel primo semestre, non fosse interessata ad una simile prospettiva. Purtroppo a Berlino - dopo che inizialmente la Merkel aveva sembrato privilegiare la soluzione graduale del seggio europeo - è tornata a prevalere la logica del seggio alla Germania, che costituirebbe preludio al ritorno agli infausti fortilizi nazionalistici del passato.
Ma dal 1° luglio la presidenza dell’Unione è passata al Portogallo. E Lisbona ha il massimo interesse - non fosse che per meglio svolgere il coordinamento comunitario a New York - a essere informata in modo sicuro, preciso e in tempo reale, su ciò che accade ogni giorno nel sancta sanctorum del C.d.S.: il cui accesso - va ricordato - è rigorosamente vietato ai non membri. Perché allora non offrire ai diplomatici portoghesi di New York che uno di loro sia ospitato in permanenza nella sede di quella nostra rappresentanza? L’ospite potrebbe essere coinvolto facilmente in vari modi all’attività del C.d.S.: riunioni preparatorie, dispacci sulle sedute quotidiane, negoziati di progetti di risoluzione, ecc. Sarebbe un primo, piccolo ma concreto e significativo passo sulla via dell’auspicato seggio comune europeo nel Consiglio. Un passo per il quale occorre solo l’accordo del governo di Lisbona, e di nessun altro.
*già ambasciatore d’Italia all’Onu