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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

PIERANGELO SAPEGNO

INVIATO A GENOVA
L’Università dei padri e dei figli comincia da qui, via Balbi e angiporto, con i suoi palazzi del secolo d’oro di stucchi e di bifore, con le sue mura spesse di storia e di luce, e con le sue scalinate infinite che saliranno da qualche parte un giorno o l’altro, e chissà dove, per tutti, anche per i figli di nessuno. A sentire Alessandro Repetto, presidente della Provincia di Genova, questo è il suo peccato, perché le cattedre che diventano proprietà privata delle famiglie uccidono il lavoro, il futuro, la cultura. Se lo dice lui, sarà così.
Ma chi sono i padri e i figli? Victor Uckmar, che è diventato un grande sacerdote dei numeri e dei conti, è figlio di un professore universitario. La famiglia De Toni è quella del Gaslini, il padre Giovanni lo fondò nel 1938 e suo figlio Ettore ne è diventato primario: dicono tutti che sia un ottimo medico. Poi ci sono anche i fratelli, come Lorenzo Moretta e Alessandro Moretta, che hanno studiato in America e ricevono premi in tutto il mondo. Qual è il peccato? Dice Adriano Giovannelli, il pro rettore, che non è Genova, ma che è l’Italia che è fatta così, che questo è il Sistema Paese, contagiato dal familismo amorale con le sue parentele allargate, che Repetto ha ragione, ma chissà perché l’ha detto.
Già, chissà perché. Sostiene il Magnifico Rettore Gaetano Bignardi che Repetto probabilmente pensava a qualcun’altro: «E’ da un po’ che noi non facciamo concorsi. E da lui, invece, in Provincia, come va?». Davanti al suo ufficio, c’è un professore che scappa: «Perché qualcuno non fa l’inventario delle mogli e delle amanti?» Addirittura? Poveri professori. In un Paese di figli e nipoti, di mogli e mariti, di generazioni di giornalisti, politici, attori, notai, avvocati e farmacisti, sembrano solo loro gli unici familisti d’Italia. Però, Repetto è così duro da far male: «Basta con il nepotismo nell’Università. Il futuro di Genova e della Liguria presenta problemi anche per una questione generazionale: ai giovani, anche a quelli bravi e dai grandi meriti, mancano opportunità. E questo accade anche perché sono troppe le cattedre che passano da padre in figlio». Poi: «In questa città alcuni incarichi e alcune professionalità sono ricoperti in modo quasi costante dagli stessi cognomi. Quasi fossero tradizioni di famiglia, con le cattedre e i posti di ricerca che restano in seno alla stretta dei parenti».
Il dito è puntato contro due facoltà, soprattutto: medicina e giurisprudenza. Ma i nomi? Ah, sbuffano al sindacato Scuola: una sfilza. Quando li fanno, non sembrano così tanti. L’ex sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, professore di diritto amministrativo: il figlio insegna diritto, ma in un’altra facoltà. Anche qui: qual è il peccato? Laura Antonietta Falchi Pellegrini è la preside di Scienze Politiche, ed è la figlia dell’ex preside di giurisprudenza, professor Falchi, che insegnava filosofia del diritto. Marco Doria è docente di Storia economica ed è figlio del professor Giorgio Doria, docente universitario anche lui: però, come spiegano a Primocanale, «discendono da una grande famiglia di Genova, e il giovane ha grandi meriti riconosciuti». Così come il professor Cofrancesco, che insegna storia del pensiero politico, mentre sua moglie Lisella Battaglia è ordinaria di bioetica. Anche il professor D’Angelo insegna diritto e il padre era un vecchio professore universitario. Solo che molti di questi hanno preso la cattedra quando il genitore non c’era già più o era in pensione, come racconta Mario Paternostro, direttore di Primocanale: «Repetto ha sbagliato i tempi. Era così negli Anni Sessanta e Settanta, quando c’erano intere famiglie dietro la cattedra, o moglie e marito, come Roberto Lucifredi, docente di diritto costituzionale, deputato dc, sposato a Elisa Peterlongo, Istituzioni di diritto romano, una professoressa severissima che stangava tutti. E il figlio prese la cattedra del padre. Adesso, però, è molto diverso, e in parecchi casi i figli sono più bravi dei padri».
Alla fine, dice il preside di Medicina, il professor Giacomo De Ferrari, ha ragione Giovannelli, e l’Università di Genova fa solo parte di un sistema più ampio: «Esiste un certo nepotismo, ma è limitato. Direi, intorno al 5 per cento». Ci mette un po’, chiede a destra e sinistra, poi prepara l’elenco. Eccolo qui, 19 nomi in tutti. «Su più di 400 medici, ci sono 19 parenti, di cui 10 sono figli, ma per la maggior parte di pensionati. Alla resa dei conti è addirittura meno del 5 per cento».
Lo sfogliamo: è diviso in due parti, quelli che insegnano nella stessa disciplina e quelli che invece esercitano in discipline diverse. Nella prima lista, c’è la professoressa Mingari, moglie di del professor Lorenzo Moretta; Sergio Blasi, fratello del professor Gioregio Blasi; la professoressa De Toni, moglie del professor Ettore De Toni, del Gaslini. De Ferrari continua a scorrere: «Aldo Bende, figlio del professor Bende, già deceduto. Poi, quattro ricercatori: Marco Casaccia, figlio di Mario, in pensione. La professoressa Rubagotti, moglie del prof. Boccardo. Una tedesca, la professoressa Sherbund, moglie del prof. Viale, neurochirurgo. Il professor Silvestrini, figlio dell’odontoiatra, professor Silvestrini». Poi, altri 11 nomi nella seconda lista. Bonsignore, medicina del lavoro, figlio di un professore di biochimica, in pensione, e deceduto. Il professor Santi che fondò e diresse per molti anni l’Ist (Istituto per lo studio e la cura dei tumori): il figlio, Pierluigi, è un chirurgo. E avanti: «Scopinaro, chirurgo, figlio di un professore di medicina interna, in pensione, già morto. I fratelli De Flora, Silvio (igiene) e Antonio (biochimica). I fratelli Moretta, Lorenzo (patologia generale) e Alessandro (istologia). I due figli di Francesco Paolo Mattioli: uno chirurgo di pediatria e l’altra, farmacologia. Mora, ricercatore, figlio di Enzo Mora. Ciliberti, moglie di Pierluigi Santi, chirurgo plastico. La professoressa Bellone, figlia di ginecologo. Iester, oculista, figlio di un pediatra». A sfogliare i verbali, però, si scopre anche che due figli d’arte furono rifiutati come associati, benché fossero idonei: Benedicenti e Mora. Perché va così, l’Università dei figli e dei padri.

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