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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

THOMAS PAGGINI

La folla scesa in strada a Bagdad è stata colpita in uno dei rari momenti in cui si sentiva solo e semplicemente "irachena": la festa per la nazionale di calcio che ieri ha battuto la Corea del Sud approdando, per la prima volta, alle finali di Coppa d´Asia. Una strage che è piombata sulla gioia comune di sciiti, sunniti e curdi, con 55 tifosi morti per lo scoppio di due autobombe.
Alla vigilia della partita i giocatori avevano ancora una volta confidato nello straordinario potere dello sport e avevano promesso di fare l´impossibile per regalare al loro paese una giornata di festa che facesse dimenticare per un istante i drammi di tutti i giorni. Il portiere Noor Sabri lo aveva detto in televisione: «Il nostro paese sta vivendo una situazione molto critica, la vittoria della semifinale porterà grande gioia alla nostra gente». E così, per qualche istante, è stato, con decine di migliaia di persone scese per le strade di Bagdad sventolando la bandiera irachena, sparando in aria, urlando «Iraq, Iraq». La stessa festa si era vista anche domenica scorsa, quando ai quarti di finale gli iracheni avevano battuto per due a zero il Vietnam grazie a una doppietta di Younis Mahmoud. Scene di giubilo che dalla trasferta asiatica di Kuala Lumpur Noori Sabri aveva guardato più e più volte: «Tutta questa gente che festeggia supporta il nostro morale e speriamo di vincere ancora», aveva detto. Ieri la folla in piazza stava festeggiando soprattutto lui, l´uomo partita, 23 anni compiuti da poco. Il match era finito ai rigori, le chance, così l´allenatore iracheno, «erano al 50%», quando Noori Sabri, in porta, ha parato regalando ai compagni il 4-3 e un biglietto per la finale di Giacarta contro l´Arabia Saudita, sabato prossimo. «Una cosa modesta che noi possiamo fare per il nostro popolo - ha detto una volta uscito dal campo - perché noi iracheni dobbiamo combattere in Iraq e dobbiamo combattere anche sul campo».
Con la sua parata in tutti i quartieri di Bagdad è esplosa la festa, donne, bambini e religiosi scesi si sono accalcati in strade e piazze. Tra loro, anche il presidente Jalal Talabani che aveva espresso «Vivi complimenti a tutta la squadra, che ha fornito a tutta la nazione una delle migliori prove di unità». Anche lui, come i giocatori, sperava che il risultato potesse essere di buon auspicio: «Ci auguriamo che questo possa essere un segnale positivo per la ricomposizione dei contrasti politici». Una prova di unità nazionale che evidentemente dava fastidio. La prima autobomba è esplosa alle 6.30 del pomeriggio (le 16.30 in Italia) nel quartiere occidentale di al Mansour, quando un kamikaze si è lanciato sulla folla provocando almeno 30 morti e 75 feriti. Il secondo attentato, 40 minuti dopo, ha colpito un posto di blocco dell´esercito nel quartiere di Ghadeer, causando 25 vittime e 75 feriti. Fino a quel momento gli spari che si erano sentiti erano di gioia, colpi esplosi in aria, in un tifo esuberante e sincero, come aveva detto l´allenatore brasiliano Vieira: «Gli iracheni sono come i brasiliani e come chiunque ama il calcio». Il tecnico è osannato per aver regalato un sogno che andava contro ogni aspettativa. Ha accettato la panchina irachena solo due mesi fa, prendendo il posto di Akram Ahmed Salman, esonerato perché la nazionale era stata eliminata dalla Gulf Cup. Sabato prossimo accompagnerà la nazionale irachena alla finale contro l´Arabia Saudita, nella speranza che in caso di vittoria, agli iracheni sia almeno concesso di festeggiare.