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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

COMO – «...e come ha fatto a finire sul divano il bambino?» «Era scappato e urlava, è andato sul divano, cioè lì vicino...». «Come l’ha colpito?» «Sul divano». «Con la destra o con la sinistra?». «Se lei si siede, le faccio vedere anche che io... ho messo così e così...». «Ha infilato il coltello con la mano sinistra?». «Sì».
Carcere Bassone di Como. I pubblici ministeri fanno domande a raffica, insistono su ogni particolare. E lei, Rosa Bazzi, aggiunge orrore all’orrore. Racconta come ha colpito Youssef, la vittima più piccola della strage di Erba. Il bambino aveva appena due anni, zittirlo per sempre con una coltellata alla gola è stato facile. Rosa mima il gesto. E dice che il piccolo era scappato. Che aveva cercato di nascondersi nell’angolo, vicino al divano, perché aveva capito di essere in pericolo. Youssef sente la mamma e la nonna urlare, al buio. Le sente lottare, cadere. Poi più niente. E lui, a tentoni, cerca la salvezza verso quel divano. Ma Rosa lo raggiunge, lo agguanta per i capelli, lo solleva e gli infila il coltello in gola. Ha provato a difendersi, Youssef. Questo lo dicono anche i tagli che aveva sulle manine, un altro dei mille capitoli orribili di questa storia. L’autopsia conferma: il bambino cercò di fermare la lama con le mani.
Sette mesi e mezzo dopo il massacro – che la sera dell’11 dicembre, a Erba, costò la vita a Raffaella Castagna, al figlio Youssef, a sua madre Paola Galli e alla vicina di casa Valeria Cherubini – viene più che mai la pelle d’oca a leggere gli interrogatori di Rosa e di suo marito, Olindo Romano. Più che mai perché dalle carte, depositate da poco, emergono nuovi dettagli raggelanti, come non ce ne fossero abbastanza... Per esempio il piccolo che tenta di scappare. O l’ossessione che Rosa e Olindo avevano per i soldi, motivo quasi unico di preoccupazione anche mentre confessavano la strage. O, ancora, l’attenzione disperata dei due nel tentare di non farsi sfuggire una frase, una parola, un commento, durante il mese di intercettazioni ambientali e telefoniche fra la mattanza e il giorno dell’arresto. C’è dell’altro.
Nel più recente dei suoi interrogatori, il 6 giugno, Rosa Bazzi ha spiegato ai pubblici ministeri Antonio Nalesso e Massimo Astori di avere un motivo che più di tutti le faceva odiare la famiglia di Raffaella Castagna e in particolare il marito di lei, il tunisino Azouz Marzouk. Rosa ha raccontato di essere stata violentata da Azouz, «tre settimane prima che facevo quello che ho fatto». Sarebbe successo una mattina, nella casa di lei (proprio sotto l’appartamento di Raffaella), mentre Olindo era al lavoro. Rosa racconta: «Mi diceva che non poteva più stare senza di me, che mi voleva portare in Tunisia. Io ho cercato di difendermi più che potevo. Lui mi ha preso, mi ha strappato i vestiti...e ha fatto quello che aveva da fare». «Procederemo per calunnia» promette uno degli avvocati del tunisino, Roberto Tropenscovino. «Azouz è un bravo ragazzo, ha perso il figlio e la moglie. Non si può tollerare una così palese lesione d’immagine».
Un’accusa nuova, davanti alla prospettiva di quattro ergastoli, conta poco più di niente per il futuro dell’imputata Rosa Bazzi. Quello che le importa, come sempre, è stare accanto al suo Oli, Olindo. Che, a sua volta, non fa che chiedere di lei, tanto da costringere l’ufficio matricola del carcere a scrivere una relazione di servizio al direttore per segnalare «comportamenti atipici del Romano che vorrebbe una cella matrimoniale da condividere con sua moglie».
In carcere Rosa e Olindo non ricevono mai nessuno. La madre di lei è morta in primavera e, come aveva giurato, non ha mai voluto vedere la figlia in cella. I soli messaggi che arrivano dall’esterno sono minacce. Come la lettera con la polvere urticante o quella più recente che viene da Torino: «Non crediamo al vostro pentimento, vi abbiamo giudicato e condannato a morte, aspetteremo l’occasione propizia». Loro non commentano. Proprio come facevano i giorni dopo la strage, a casa. Le microspie hanno registrato tutto. Fra il 12 dicembre e il 9 gennaio si sono parlati 2.099 volte, traditi mai. Solo qualche frase che, col senno del poi, si può semmai interpretare. Si sentono i telegiornali annunciare titoli sulla strage del piano di sopra e loro discutono di cosa mangiare a cena. Quando la tivù parla di due persone sospette, ascoltano in silenzio. Poi lui sbotta: «Sai cos’è? I giornalisti la buttano giù grossa».