Corriere della Sera 26/7/2007, 26 luglio 2007
ARTICOLI SUL RINVIO A GIUDIZIO DI 68 PERSONE PER LA TENTATA SCALATA ANTONVENETA (26/7/2007)
CORRIERE DELLA SERA
LUIGI FERRARELLA
MILANO – A due anni esatti dal sequestro giudiziario che il 25 luglio 2005 impose lo stop alla scalata occulta alla Banca Antonveneta da parte della Banca Popolare Italiana (ex Lodi) di Gianpiero Fiorani e dei suoi alleati non dichiaratisi alla Consob, i pm milanesi Giulia Perrotti, Eugenio Fusco e Francesco Greco hanno chiesto il rinvio a giudizio di 68 persone e 7 società (Fingruppo e Gp Finanziaria di Gnutti; Magiste di Ricucci; Tikal Plaza e Finpaco di Coppola; Nuova Parva di Zunino; e Unipol).
Se Fiorani per i pm deve rispondere di aggiotaggio, ostacolo a Consob e Bankitalia, appropriazione indebita, truffa e (con altri 7) associazione a delinquere, l’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, è candidato a processo per il «concorso morale» nell’aggiotaggio imputato a Fiorani e ai «concertisti » per aver «suscitato e rafforzato» il loro «progetto criminoso»: dapprima «assumendo con Fiorani l’impegno di ostacolare» gli olandesi di Abn Amro «nell’incremento della partecipazione in Antonveneta», e poi, dopo il lancio dell’Opa da parte di Abn, «ritardando il rilascio delle autorizzazioni per consentire a Bpi di proseguire nel rastrellamento occulto di azioni». Per i pm, inoltre, Fazio ha «istigato Fiorani, in periodici incontri riservati, a proseguire nella scalata occulta e a superare, con acquisizioni indirette di partecipazioni e costituzione di patti occulti, le soglie autorizzate da Bankitalia»: e ciò «pur sapendo che del concerto erano parte altri (tra cui Ricucci) non ancora inseriti da Consob tra i concertisti».
Il senatore di Forza Italia e storico «tifoso» di Fazio, Luigi Grillo, è accusato di concorso nell’aggiotaggio anche per aver «contribuito a trasferire da Fazio a Fiorani informazioni riservate sull’ iter di procedimenti di Bankitalia nei confronti di Bpi». Gli viene anche contestato un episodio di appropriazione indebita («44mila euro nel 2005»), reato per il quale in uno stralcio a Lodi (per altri episodi) sono indagati altri tre politici: Calderoli (Lega), Brancher (Fi) e Tarolli (Udc).
Gli ex amministratori di Unipol, Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, in un’altra inchiesta indagati per la scalata a Bnl, qui scontano invece non solo l’«ostacolo alle funzioni di vigilanza» di Consob e Banca d’Italia, ma anche il «concorso nell’aggiotaggio » Antonveneta per aver «aderito al progetto di Fiorani, concordando, per sostenere la scalata, un incremento della partecipazione Unipol nel comune e non dichiarato intento di esercitare, con gli altri pattisti occulti, un’influenza dominante su Antonveneta»; l’appropriazione indebita (con il finanziere Emilio Gnutti e Fiorani) di 34 milioni di euro ai danni di Hopa, Gp Finanziaria e Holinvest; il riciclaggio (con il commercialista Claudio Zulli) di 20 miliardi di lire e la truffa allo Stato per l’utilizzo dello scudo fiscale.
La Procura, inoltre, propone al giudice Luigi Varanelli elementi per processare, fra gli alleati di Fiorani, oltre a Gnutti, anche gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Danilo Coppola e Luigi Zunino.
In 5 hanno anticipato di voler patteggiare: Silvano Spinelli (consulente di Fiorani) e Fabio Massimo Conti anche per l’associazione a delinquere in comune con Fiorani, solo per concorso nell’aggiotaggio Giuseppe Besozzi, Mario Dora e Marco Sechi. Vanno invece verso l’archiviazione il professor Fabio Merusi, prima indagato nell’ipotesi che avesse reso ai pm «informazioni false e reticenti» sul parere legale commissionatogli da Bankitalia nel luglio 2005; e i consiglieri non esecutivi della Bpi come Guido Castellotti, Giorgio Chiaravalle, Carlo Gattoni, Carlo Mayer, Luigi Molinari, Carlo Pavesi, Antonio Premoli, Enrico Tessera e Giammaria Visconti di Modrone. Un altro indagato è nel frattempo morto.
Restano invece pendenti, perché va definita l’esatta sede competente per territorio a procedere, alcune posizioni: tra esse quella del banchiere Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit e consigliere d’amministrazione di Mediobanca, allo stato indagato a Milano per l’ipotesi di ricettazione dei soldi che Fiorani afferma di avergli fatto avere su conti esteri oggetto di rogatorie.
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CORRIERE DELLA SERA
LUIGI FERRARELLA
MILANO – Triboniano magari non abiterà più tanto nei palazzi di giustizia italiani, ma in compenso Warren Buffett pare aver aperto una propria succursale alla Procura di Milano. Che, in attesa di portare a casa sentenze nell’inchiesta per aggiotaggio sugli scalatori di Antonveneta, ha già cominciato a portare a casa un bilancio costi-profitti da far invidia al re degli investitori mondiali e agli azionisti (in questo caso i cittadini dell’azienda-Stato) della maggior parte delle società quotate in Borsa.
Chi, infatti, può vantare un rapporto di 1 a 10 tra investimento fatto e ritorno dell’investimento propiziato nel giro di 24 mesi? Quanti possono dire di aver fatto incassare 10 al proprio "azionista" avendo speso 1 due anni fa? Per quanto possa sembrare strano (e magari porre interrogativi anche su limiti e rischi di una sorta di mutazione genetica del ruolo del pm, sempre più orientato all’aspetto patrimoniale delle sanzioni), a poter esporre questi risultati è proprio una Procura come quella di Milano nell’inchiesta Antonveneta: il cui attuale bilancio segna circa 8 milioni di euro alla voce passivo,
ma già almeno 102 milioni di euro (soldi veri, acquisiti definitivamente con i primi patteggiamenti e disponibili per le "tasche" istituzionali del Ministro dell’Economia) alla voce
attivo. Una voce che potrebbe in futuro incrementarsi, in tutto o in robusta parte, di altri 350 milioni di euro finora sequestrati agli indagati: dunque in teoria passibili anch’essi di confisca in caso di condanna/patteggiamento, ma anche di dissequestro in caso di assoluzione.
Fare i conti in tasca all’inchiesta non è semplicissimo neppure per gli avvocati che pure potranno esaminare le centinaia di mandati di pagamento per le spese di giustizia affrontate nell’indagine. Ma alcune voci, quelle maggiori, sono già quantificabili. Ci sono i circa sei milioni di euro spesi per il compenso al custode giudiziario all’epoca dei sequestri di azioni e beni, e per il complesso dei relativi adempimenti fiscali. C’è mezzo milione di euro per la perizia informatica svolta dalla società che ha estratto ed esaminato una gran mole di dati dai computers man mano posti sotto sequestro. C’è il costo di un altro paio di consulenze contabili stilate da docenti universitari, attorno ai 150 mila e ai 250 mila euro. Tutto sommato – e aggiunte anche sia una stima larga del costo delle intercettazioni telefoniche attivate nei due mesi caldi dell’estate 2005, sia la spesa per le trasferte in Italia e all’estero del personale inquirente – l’inchiesta è costata tra i 7 e gli 8 milioni di euro. Ma si è ampiamente già ripagata, a prescindere dal fatto che a rimborsare le spese allo Stato in teoria dovrebbero essere gli eventuali condannati alla fine del processo. Anzi, lo Stato, oltre che andare in pari, ha guadagnato molto già soltanto con le confische (delle plusvalenze realizzate dagli indagati con il reato di aggiotaggio) legate ai primi patteggiamenti formalizzati: 94 milioni consegnati dall’attuale ente giuridico della ex Banca Popolare di Lodi protagonista della scalata occulta sotto la gestione Fiorani, e 8 milioni di euro da due dei cinque indagati che ieri hanno scelto di patteggiare.