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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

ARTICOLI SUL RINVIO A GIUDIZIO DI 56 PERSONE PER IL CRAC PARMALAT (26/7/2007)

CORRIERE DELLA SERA
PAOLO BIONDANI
MILANO – Prima verità giudiziaria, con qualche sorpresa, per il crac da 15 miliardi di euro del gruppo Parmalat. Il giudice Domenico Truppa ha rinviato a giudizio 56 imputati e ne ha assolti 9. Lo stesso gup ha inflitto le prime tre condanne con rito abbreviato e convalidato altri 16 patteggiamenti.
IL MAXIPROCESSO – Il dibattimento per la storica bancarotta del dicembre 2003 si aprirà il 14 marzo 2008: imputati principali, l’ex patron Calisto Tanzi e il direttore finanziario Fausto Tonna, che si erano visti negare dalla procura il «patteggiamento allargato ». Delle accuse più gravi rispondono i più stretti collaboratori di Tanzi.
Rinviati a giudizio anche gli otto dirigenti di Capitalia sotto accusa per l’operazione Ciappazzi.
Il banchiere Cesare Geronzi è imputato di bancarotta e usura, l’ex amministratore delegato Matteo Arpe solo del primo reato e con un ruolo giudicato «secondario e subordinato».
Per la bancarotta-bis di Parmatour, il gruppo turistico della famiglia Tanzi, è stato rinviato a giudizio anche il banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani.
Come ex amministratori di Parmalat verranno processati, tra gli altri, il banchiere di Cariparma Luciano Silingardi e l’avvocato Sergio Erede, assolto però dall’accusa di associazione per delinquere.
LE ASSOLUZIONI – Il giudice ha assolto tutti gli imputati per la primissima accusa: la quotazione iniziale di Parmalat in Borsa nel 1990. La Procura la contestava perché Tanzi ripianò i debiti precedenti senza sborsare una lira, ma il giudice ha dato ragione alle difese: l’operazione di per sé portò soldi in azienda, per cui non si può considerare un «elemento causativo» del fallimento del 2003. La prima vera manovra «dolosa», secondo il verdetto di ieri, fu l’aumento di capitale del 1993: è questa la data in cui comincia il crac, è da allora che Parmalat nasconde i debiti sempre crescenti falsificando i bilanci.
Tra gli assolti spiccano il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, l’ex numero uno del Monte dei Paschi Carlo Zini con il direttore generale Benito Bronzetti, l’ex rettore della Bocconi Luigi Guatri con il consulente (ed eurodeputato) Stefano Podestà e il finanziere Giuseppe Gennari.
LE CONDANNE – Il gup Truppa ieri ha chiuso anche il primo giudizio abbreviato con pene superiori alle richieste: 9 anni per Maurizio Bianchi, revisore dei conti della Grant Thornton; 7 anni e 10 mesi per l’avvocato Gian Paolo Zini, creatore dei fondi off-shore; 7 anni per Luciano Del Soldato, il capo dei contabili di Collecchio. Se venissero confermate anche in appello e Cassazione, i tre già arrestati rischierebbero di tornare in carcere nonostante l’indulto e lo sconto di pena per il rito.
GERONZI E ARPE – La Ciappazzi era un’azienda di Ciarrapico indebitata con Capitalia, che secondo l’accusa impose a Parmalat di comprarla, nel 2002, per rientrare dalla propria esposizione. Il prezzo di 18 milioni di euro, per il pm Vincenzo Picciotti, era la condizione per ottenere un finanziamento- ponte di 50 milioni, indispensabile a salvare le società turistiche di Tanzi: per la procura è la prova che la banca di Roma era già consapevole della «sostanziale insolvenza » di Parmatour e Parmalat. Il giudice ieri ha contestato a Geronzi uno «strapotere decisionale» confermato dal fatto che «non vi è un documento, un atto, una lettera che comprovi la decisione di concedere» quel finanziamento con «tempi record di definizione, istruttoria quasi inesistente e falso ideologico in motivazione».
Mentre Capitalia ribatte che «si costituirà parte civile» contro le «truffe» di Tanzi, l’avvocato di Geronzi, Ennio Amodio, definisce il rinvio a giudizio «un atto abnorme» annunciando un durissimo «ricorso in Cassazione»: «La motivazione è una sentenza di condanna, un’invasione di campo vietata dal codice». La stessa ordinanza viene invece citata dai legali di Arpe là dove ne «ridimensiona» il ruolo per la sua «chiara opposizione al finanziamento-ponte », che poi «eseguì» con «l’escamotage» di farlo passare «per prudenza» dalla Parmalat anziché dalle società personali di Tanzi.

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CORRIERE DELLA SERA
MASSIMO SIDERI
MILANO – I conti li ha fatti l’avvocato dei creditori Carlo Federico Grosso appena uscito dall’aula del tribunale di Parma. Quaranta milioni di euro. Il 10% dei soldi che i 35 mila risparmiatori rappresentati al processo avevano fiduciosamente prestato a Tanzi & co., sottoscrivendo i bond Parmalat, prima di vivere le drammatiche giornate del crollo dell’azienda nel dicembre del 2003. Così su due piedi potrebbero sembrare spiccioli. Ma non lo sono. Anzi non lo sarebbero. Uno perché la cifra che dovrebbe essere pagata, in aggiunta alle pene detentive, dall’ex revisore di Grant Thornton Italia Maurizio Bianchi, dall’ex direttore finanziario Luciano Del Soldato e dall’avvocato d’affari e inventore del fondo Epicurum Giampaolo Zini, è stata riconosciuta dal giudice Truppa come «danno morale», quindi teoricamente sommabile a un eventuale risarcimento del «danno materiale». Due perché questo 10% dovrebbe andare a sommarsi a quanto gli stessi ex creditori del polo che mischiava indiscriminatamente finanza creativa al latte stanno già ricevendo in Borsa con le azioni frutto del concordato Bondi.
Il problema è che quel 10% sembra la classica «vittoria di Pirro». « poco probabile che la cifra sia nella disponibilità di Bianchi, Del Soldato e Zini – riconosce lo stesso avvocato Grosso che rappresenta i 32 mila clienti del Sanpaolo – visto che dietro di loro non ci sono istituti. Ma per noi è un risultato importante perché speriamo che si arrivi a delle condanne anche per le banche chiamate a rispondere in altri tronconi del processo». In quel caso cambierebbe tutto vista la disponibilità di fondi. E forse ora, sulla scia emotiva di questo primo risultato, potrebbe anche scattare la corsa degli altri 65 mila risparmiatori accertati dell’ex impero Tanzi per costituirsi come parte civile. C’è tempo fino al 14 marzo del 2008 visto che con il rinvio a giudizio si riaprono i termini per la riammissione. Anche se i costi individuali non sono così bassi e in Italia si sente sempre la mancanza delle procedure di class action, cioè della possibilità di azioni collettive sulla falsariga di quelle statunitensi, da anni discusse ma mai diventate realtà.
Nel frattempo per gli ex obbligazionisti non resta che controllare le quotazioni in Borsa del titolo Parmalat e seguire le cronache finanziarie del braccio di ferro tra Enrico Bondi e le banche che hanno ricevuto le «revocatorie » e le cause. Sulla base del concordato, infatti, i 100 mila obbligazionisti hanno ricevuto rimborsi parziali sotto forma di azioni della nuova Parmalat, in pratica il gruppo risorto dalle ceneri del precedente con l’amministrazione straordinaria e ora quotato a Piazza Affari. Il rimborso prevedeva il conferimento di un pacchetto di azioni del valore nominale di 1 euro per coprire (per la maggior parte degli obbligazionisti) il 12% dell’investimento iniziale andato in fumo. Un meccanismo pensato per permettere ai creditori di guadagnare con la crescita del valore di Borsa.
Un esempio: se un obbligazionista azionista avesse venduto il proprio pacchetto quando il titolo aveva toccato il suo massimo a 3,5 euro circa avrebbe guadagnato il 250% rispetto al valore di un euro. E dunque avrebbe coperto oltre il 40% dell’investimento andato in fumo. Una percentuale di recupero che grazie al meccanismo aggiuntivo dei warrant (opzioni convertibili in altre azioni) avrebbe potuto toccare il 50% nel caso di piccoli risparmiatori. Più di quanto percepito, tanto per fare un confronto, dagli altri malcapitati risparmiatori del crac Cirio di Sergio Cragnotti (2002) e di quel lo della Repubblica Argentina (2001). Numeri che potrebbero indurre qualcuno a mangiarsi le mani visto che proprio ieri il titolo Parmalat ha chiuso a 2,75 euro dopo aver perso nel giorno della presentazione dei conti semestrali il 2,45%. L’andamento del titolo non è difatti collegato ai processi penali in corso. Ma alla gestione industriale della società, che ieri ha presentato conti in crescita ma deludenti per il mercato, e alle trattative in corso con le banche per chiudere le partite in sospeso con delle transazioni. Per ora la strategia di Bondi sembra aver dato qualche buon risultato. Ma per l’appuntamento più importante, la sentenza della causa da dieci miliardi di dollari negli Usa contro Bank of America e Grant Thornton che potrebbe cambiare la storia del salvataggio e dei risparmiatori, bisognerà attendere la prossima primavera.

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LA REPUBBLICA 26/7/2007
ETTORE LIVINI
ETTORE LIVINI
DAL NOSTRO INVIATO
PARMA - Cesare Geronzi «ha dato appoggio a Calisto Tanzi al di là delle regole che presiedono alla valutazione del merito creditizio» approfittando del suo «strapotere decisionale» in Capitalia. Non solo. La banca romana, almeno dal 2002, era «a sicura conoscenza dello stato di decozione delle attività turistiche della famiglia di Collecchio e di quello di insolvenza della Parmalat». E quindi non vi è dubbio che «questi elementi possono costituire un pilastro per sostenere validamente l´ipotesi di consapevole contributo dei suoi vertici alla determinazione del dissesto».
La maledizione delle acque minerali colpisce per la seconda volta il neo-presidente di Mediobanca, che comunque non vedrà compromessa la sua posizione fino a quando non arriverà una sentenza definitiva. La prima tegola era arrivata nel febbraio 2006, quando la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in bancarotta e usura per l´affare Ciappazzi (le fonti passate dal gruppo Ciarrapico a Collecchio con la pressione, sostiene l´accusa, dell´istituto romano) gli era costata un´interdizione di due mesi. E ieri sulla sua testa sono piovute le 27 durissime pagine di motivazioni con cui il giudice per le udienze preliminari Domenico Truppa ha rinviato a giudizio Geronzi e altri 7 manager dell´istituto, tra cui l´ex ad Matteo Arpe.
Il caso Ciappazzi risale a inizio 2002. Quando Tanzi pagò 18 milioni per rilevare le fonti siciliane di Ciarrapico (prive peraltro del diritto d´estrazione dell´acqua) su «suggerimento» di Capitalia in cambio di un finanziamento di 50 milioni della banca romana. Soldi formalmente destinati a Parmalat, ma finiti nelle casse disastrate della Parmatour, il business turistico personale di casa Tanzi. Una partita di giro ad hoc - sostiene il giudice - fatta non solo perché al patron del gruppo emiliano serviva liquidità, ma «soprattutto perché dell´affare aveva bisogno Capitalia» per risolvere la partita Ciarrapico, molto esposto con la banca di via Minghetti.
La difesa di Geronzi ha da sempre respinto le accuse, ricordando che non è spuntato un solo documento firmato dal neo presidente di Mediobanca nell´operazione Ciappazzi. Non serviva, sostiene invece Truppa. A Geronzi «bastava un colloquio informale a latere del cda per dare l´input alla struttura per finanziare Tanzi», si legge nel dispositivo. E solo così si spiegano «la fretta, la caoticità e i tanti errori formali» della procedura con cui Capitalia ha concesso 50 milioni in soli 3 giorni e con un´istruttoria d´ufficio all´ex patron di Collecchio. Geronzi - scrive ancora Truppa - era in posizione «apicale e decisionale». Gli altri imputati avevano invece solo un ruolo «attuativo ed applicativo». Arpe compreso. La posizione dell´ex amministratore delegato di Capitalia «va sicuramente ridimensionata alla luce della sua opposizione al finanziamento». Anche se la sua firma sta sotto la proroga del credito che secondo Truppa ha mantenuto artificialmente in vita Parmatour e di conseguenza allungato anche l´agonia di Collecchio.
La difesa di Geronzi (già condannato in primo grado per bancarotta preferenziale nel crac Bagaglino e in attesa di un altro possibile rinvio a giudizio sul caso Eurolat) ha preannunciato ieri sia la sua intenzione di costituirsi parte civile contro Tanzi, che quella di ricorrere in Cassazione per «l´abnormità del provvedimento» di rinvio a giudizio. Non tanto per la decisione in sè (viste le testimonianze di Tonna e Tanzi e i documenti raccolti dai pm un proscioglimento era francamente improbabile) quanto per le motivazioni durissime che l´accompagnano. «Il giudice di Parma - ha dichiarato Ennio Amodio, legale del presidente di Capitalia - si è spinto ad esprimere diffusamente il suo convincimento, arrivando a scrivere una vera e propria sentenza di condanna».
Il processo Ciappazzi inizierà, con il resto dei tronconi del crac Parmalat, nel marzo 2008. Se i procedimenti resteranno separati e´ probabile che possa arrivare a sentenza in tempi brevi. Se invece la Procura di Parma optera´ per la riunificazione, una prima sentenza sul giallo delle acque minerali potrebbe arrivare solo in due - tre anni. E il rischio di prescrizione sarebbe molto piu´ vicino.

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LA STAMPA 26/7/2007
FRANCESCO MANACORDA
osì vicini e così lontani. Così vicini, Cesare Geronzi e Matteo Arpe, su quelle pagine del decreto del Gup di Parma che chiede anche per loro due il rinvio a giudizio sulla vicenda Ciappazzi; così lontani sia per le responsabilità che dal magistrato vengono loro attribuite, sia per le posizioni che occupano dopo la clamorosa rottura in Capitalia di cui il primo era - e sarà ancora per qualche settimana - presidente, ed il secondo è ormai ex amministratore delegato.
Non stupisce allora che dal suo posto di presidente del consiglio di sorveglianza Mediobanca, quello che oggi è forse il banchiere più potente d’Italia reagisca con forza al procedimento giudiziario che lo coinvolge, preannunciando immediatamente per bocca dei suoi legali il ricorso in Cassazione. Questa volta, comunque, non c’è ancora all’orizzonte alcun rischio di sospensione di Geronzi dalla sua carica, come invece gli è accaduto due volte - per un’interdizione decisa dalla magistratura di Parma e per una condanna in primo grado nel caso Italcase-Bagaglino - alla presidenza di Capitalia.
E Arpe? Lui, l’esule della finanza con liquidazione plurimilionaria che in queste settimane fa la spola tra l’Italia e Londra per mettere a punto un ancora misterioso oggetto finanziario, non può certo dirsi soddisfatto di un rinvio a giudizio, ma spiega che in ogni caso già dal Gup è venuta una chiara distinzione di ruoli e responsabilità rispetto al suo ex-presidente.
Il giudice dell’udienza preliminare, in effetti, non risparmia le accuse a Geronzi, rinviato a giudizio per usura e concorso in bancarotta fraudolenta. E’ convinto, il Gup, che dai verbali della discussione finale dei difensori di tutti gli imputati emerga l’«esistenza di uno strapotere decisionale di Geronzi, che tutti indicano senza nominare come colui che ”ha deciso” - al fine di enfatizzare il ruolo meramente esecutivo... di tutti gli altri alti dirigenti bancari - di dare appoggio finanziario a Tanzi al di là delle regole che presiedono alla valutazione del merito creditizio». Anche la linea difensiva seguita finora dai legali del presidente di Capitalia, ossia il fatto «che non vi è un documento, un atto, una lettera che comprovi la decisione di concedere il finanziamento bridge» al patron di Parmalat, secondo il magistrato «non fa che avvalorare la tesi dell’accusa secondo cui bastava un colloquio informale a latere di un consiglio di amministrazione per dare l’input alle strutture bancarie di ”giustificare» in qualche modo il sostegno finanziario a Tanzi». Un quadro a cui la difesa del presidente di Capitalia - e adesso di Mediobanca - reagisce in due round. Il primo è affidato agli avvocati Amodio e Vassalli che definiscono il provvedimento del Gup «sorprendente», visto che «Capitalia è stata oggetto di una truffa che ha coinvolto il sistema bancario nazionale e internazionale». E su Geronzi in particolare, «non vi è alcuna prova del suo coinvolgimento nelle operazioni che gli vengono contestate». «Proprio per colmare il ”vuoto” di prove su cui è basata l’accusa - dicono ancora i legali - il pm di Parma è stato costretto a prospettare un ruolo svolto ”dietro le quinte” e a proporre l’etichetta di un ”regista” che parla senza dire niente». Poi l’annuncio di un immediato ricorso in Cassazione «per abnormità del provvedimento», ossia l’«invasione di campo del giudice che non solo ha ordinato il rinvio a giudizio, ma si è spinto ad esprimere diffusamente il suo convincimento, arrivando a scrivere una vera e propria sentenza di condanna».
Una «sentenza» che a quel che si capisce, colpisce in misura assai inferiore Arpe - rinviato a giudizio per concorso in bancarotta fraudolenta - di cui il Gup scrive che «nonostante il ruolo apicale ricoperto dall’imputato nelle strutture del gruppo bancario all’epoca dei fatti, il suo grado di compartecipazione complessiva agli avvenimenti descritti in imputazione sia stato di fatto ”secondario” e subordinato agli accordi presi da Tanzi e Geronzi». Così i legali dell’ex ad di Capitalia ostentano fiducia: «In sede dibattimentale verrà dimostrata l’assoluta estraneità del dottor Arpe anche riguardo ai marginali e secondari aspetti a lui contestati».