CHRISTIAN NEEF MATTHIAS SCHEPP , La Stampa 25/7/2007, 25 luglio 2007
A 88 anni lei prova ancora il bisogno di lavorare, nonostante la salute non le permetta più di girare per casa
A 88 anni lei prova ancora il bisogno di lavorare, nonostante la salute non le permetta più di girare per casa. Da dove deriva la sua forza? «Ho sempre provato questa spinta interiore, fin dalla nascita. E mi sono sempre dedicato con gioia al lavoro, al lavoro e alla lotta». In questa stanza ci sono quattro scrivanie. Lei disse una volta di aver scritto anche durante le passeggiate nel bosco. «Nel Gulag succedeva di scrivere perfino sui muri di pietra. E su pezzi di carta, per poi imparare a memoria il contenuto e distruggerli». La sua forza non l’ha abbandonata nei momenti di maggiore disperazione? «Sì. Spesso penso: ”Sia quel che sia”. E dopo le cose vanno nel verso giusto, è come se da questi stati venisse fuori qualcosa di buono». Forse non la pensava così quando venne arrestato. «Sono sempre rimasto ottimista. Ho resistito e mi sono fatto guidare dalle mie idee». Quali idee? «Ovviamente, si sono evolute nel tempo. Ma ho sempre creduto in quello che facevo e non ho mai agito contro la mia coscienza». Al suo ritorno dall’esilio, 13 anni fa, rimase deluso dalla nuova Russia. Respinse un premio di Gorbaciov e di Eltsin. Ma oggi lei ha accettato il Premio di Stato da Putin, nonostante fosse stato capo dell’Fsb, successore di quel Kgb che l’aveva perseguitato. «Il premio del 1990 veniva non da Gorbaciov, ma dal Consiglio dei ministri della Russia, all’epoca repubblica dell’Urss. Era per l’Arcipelago Gulag. Non potevo accettare un premio per un libro scritto con il sangue di milioni di persone. Nel 1998, il Paese era al suo punto più basso, in miseria. Eltsin mi assegnò la più alta onorificenza statale, ma non potevo riceverla da un governo che aveva portato la Russia in crisi. Il premio che ho adesso ricevuto non viene assegnato dal presidente, ma da una comunità di migliori esperti. Vladimir Putin, sì, è stato ufficiale dello spionaggio, ma non un inquirente del Kgb, né il capo di un campo del Gulag. Servire nello spionaggio estero non è mai stato negativo, in alcun Paese, qualche volta è pure un merito. George Bush Sr. non è stato criticato per aver guidato la Cia». Lei ha chiesto alle autorità di pentirsi per il Gulag e il terrore comunista. stato ascoltato? «Sono ormai abituato che, in tutto il mondo, il pentimento pubblico sia inaccettabile per un politico moderno». Putin ha definito il crollo dell’Urss il maggior disastro geopolitico del XX secolo. «C’è una crescente preoccupazione in tutto il mondo riguardo al modo in cui gli Usa affrontano il loro ruolo di unica superpotenza. Per quanto riguarda il passato, purtroppo la confusione tra ”sovietico” e ”russo” non si è ancora estinta. La generazione di politici più anziana dei Paesi comunisti non era pronta al pentimento, mentre la nuova è fin troppo felice di dar voce ad accuse e lamentele, di cui Mosca oggi è un bersaglio comodo. Si comportano come se si fossero liberati eroicamente da soli per una nuova vita, mentre Mosca resta comunista. Spero però che questa fase insana passerà, e tutti i popoli che hanno vissuto il comunismo capiranno che è questo regime che ha la colpa delle pagine più amare della loro storia». Inclusa la Russia? «Se riusciamo a guardare la nostra storia con sobrietà, non proveremo più la nostalgia per il passato sovietico. Non si possono attribuire le cattive azioni di singoli leader o regimi a colpe innate dei russi, alla loro ”psicologia malata”. Solo accettando spontaneamente e consapevolmente la propria colpa una nazione può guarire. Rimproveri da fuori possono essere solo controproducenti». Novant’anni fa la Russia venne scossa dalla rivoluzione di febbraio, e poi da quella di ottobre. Lei sostiene che il comunismo non è stato frutto del regime precedente. Lenin era un personaggio accidentale, bravo solo a prendere il potere con l’aiuto tedesco? «No. Solo un personaggio straordinario può trasformare l’opportunità in realtà. Lenin e Trockij erano politici straordinariamente abili e forti. Ma la ”Rivoluzione d’Ottobre” è un mito creato dai vincitori, i bolscevichi, e inghiottito in blocco dagli ambienti progressisti in Occidente. Il 25 ottobre 1917 a Pietrogrado ha avuto luogo un violento colpo di Stato, brillantemente pianificato da Trockij (Lenin era ancora in clandestinità per evitare il processo per tradimento). La vera rivoluzione russa del 1917 fu quella di febbraio, le cui radici affondano nel periodo prerivoluzionario, innanzitutto nella profonda sfiducia reciproca tra il potere e la società colta. Chi, se non il capitano, è da accusare del naufragio? Ma questo non significa che Lenin fu un caso, o che l’assistenza finanziaria dell’imperatore Guglielmo rimase senza conseguenze. Però non ci fu nulla di naturale per la Russia nella Rivoluzione d’Ottobre, che semmai la spinse indietro, e il terrore rosso ne è una prova». Il suo Duecento anni insieme è stato un tentativo di superare il tabù sulla storia di russi ed ebrei. Si può dire che gli ebrei hanno una maggiore responsabilità per il fallito esperimento sovietico? «Evito esattamente ciò che la domanda implica: non voglio assegnare punteggi e fare paragoni tra la responsabilità morale di diversi popoli. Escludo completamente la nozione stessa di responsabilità di una nazione di fronte a un’altra. Chiedo soltanto di riflettere su se stessi, sui propri errori, sulle nostre vergogne». Quanto ha contribuito Arcipelago Gulag alla distruzione del comunismo? «Non deve chiederlo a me: l’autore non può dare questi giudizi». Come giudica Putin in confronto a Eltsin e Gorbaciov? «Il governo di Gorbaciov fu sorprendentemente ingenuo, inesperto e irresponsabile. Ma chiariamo una cosa: è stato Gorbaciov, e non Eltsin, a dare per primo libertà di parola e movimento. Il periodo di Eltsin è stato altrettanto irresponsabile verso la vita della gente, ma in modo diverso. Putin ha ereditato un Paese saccheggiato e smarrito. E ha cominciato a fare il possibile, una ricostruzione lenta e graduale». E l’assenza dell’opposizione? «Ovviamente, un’opposizione è necessaria e auspicabile per lo sviluppo sano di ogni Paese. Ma è difficile trovare qualcuno all’opposizione, eccetto i comunisti. Lei probabilmente intende i partiti democratici degli anni 90. Ma se lancia uno sguardo non prevenuto a quegli anni, vedrà che il crollo del tenore di vità colpì tre quarti delle famiglie, e tutto questo con slogan democratici. Non stupisce perciò che la gente non voglia sostenere più quei vessilli. triste che in Russia non ci sia ancora un’opposizione costruttiva e vasta. Ci vorrà più tempo ed esperienza». Tra i ricchi e i poveri in Russia resta un grande divario. «Un fenomeno estremamente pericoloso che richiede l’attenzione immediata dello Stato. Per quanto ai tempi di Eltsin molte fortune si fecero con il saccheggio, l’unica soluzione non è dare la caccia ai grandi imprenditori - che oggi cercano di amministrare queste proprietà con la massima efficacia - ma dare respiro alle piccole e medie imprese». Le relazioni tra la Russia e l’Occidente sono diventate più fredde. Perché? «Posso menzionare molti motivi, ma i più interessanti sono psicologici, cioè lo scontro delle speranze illusorie con la realtà. Quando sono tornato in Russia nel 1994, l’Occidente era praticamente venerato, non per scelta consapevole, quanto per disgusto naturale verso il regime bolscevico e la sua propaganda antioccidentale. Questo umore cominciò a cambiare con i crudeli bombardamenti della Nato in Serbia. Tutti gli strati della società russa ne furono profondamente e indelebilmente choccati. La situazione peggiorò quando la Nato cominciò a espandere la sua influenza e includere nelle sue strutture le ex repubbliche sovietiche, soprattutto per l’Ucraina. La percezione dell’Occidente come ”cavaliere di democrazia” è stata sostituita dalla delusione, e dalla convinzione che al cuore delle politiche occidentali ci sia un pragmatismo spesso cinico ed egoista. Per molti russi fu un autentico crollo di ideali. E l’Occidente assaporava la vittoria dopo l’esasperante guerra fredda. Era facile abituarsi all’idea che la Russia fosse ormai quasi un Paese del Terzo mondo, e lo sarebbe rimasto. Quando invece riprese forza, la reazione occidentale - forse quasi nel subconscio - è stata di panico». La Chiesa ortodossa sta diventando una Chiesa di Stato, legittima il capo del Cremlino come il rappresentante divino. «Al contrario, c’è da restare sorpresi per come la nostra Chiesa ha conquistato una posizione indipendente. Per ”legittimazione del Cremlino” intende il funerale di Eltsin? Anche. «Probabilmente era l’unico modo di tenere a freno la rabbia della gente, ed evitarne le manifestazioni durante i funerali. Ma non vedo motivi per sostenere che questo sarà d’ora in poi il protocollo per i funerali di tutti i presidenti». Cosa significa per lei la fede? «Il fondamento e il sostegno della vita di un uomo». Ha paura della morte? «No, non più. Quando ero giovane la morte prematura di mio padre gettò un’ombra su di me. Morì a 27 anni - e temevo di morire prima di realizzare i miei piani letterari. Ma tra i 30 e i 40 anni il mio atteggiamento verso la morte divenne tranquillo ed equilibrato. Penso che sia la conclusione naturale dell’esistenza umana». Le auguriamo ancora anni di creatività. «No, no. Non fatelo. Basta». © DER SPIEGEL, DISTRIBUITO DAL NEW YORK TIMES Stampa Articolo