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 2007  luglio 25 Mercoledì calendario

Quel principe libertino che anticipò il sionismo. Corriere della Sera 25 luglio 2007. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento l’Europa cominciò a guardare i suoi ebrei con occhi diversi

Quel principe libertino che anticipò il sionismo. Corriere della Sera 25 luglio 2007. Tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento l’Europa cominciò a guardare i suoi ebrei con occhi diversi. Voltaire aveva una sorta di allergia intellettuale per l’Antico Testamento, ma dichiarò, "generosamente", che non era giusto bruciarne i fedeli. La rivoluzione francese li emancipò dalle servitù e dalle interdizioni che li avevano confinati nei ghetti e privati di alcuni elementari diritti economici. Napoleone convocò nel luglio 1806 il Gran Sinedrio, un’assemblea durante la quale i rappresentanti dell’ebraismo francese e italiano discussero e definirono i diritti e i doveri delle loro comunità. I governi e gli uomini d’affari si accorsero che la finanza ebraica poteva essere il motore della rivoluzione industriale. La Germania, dove viveva la comunità europea più audacemente riformatrice, scoprì che potevano avere un grande talento filosofico (Moses Mendelssohn), musicale (Mendelssohn- Bartholdy) o letterario (Heine). E nell’impero zarista, vale a dire nello Stato in cui gli ebrei erano più numerosi, il principe Potiomkin decise di costituire un reggimento di cavalleria ebraica, l’"Izraelovskij", che avrebbe conferito una sorta di dignità biblica alle sue guerre contro i turchi ottomani sulle frontiere della Crimea. Ma lo sguardo più originale e, per certi aspetti, profetico, fu quello di un principe belga che attraversò la storia d’Europa maneggiando con altrettanta destrezza la spada e la penna. Si chiamava Charles-Joseph de Ligne, era nato nel 1735 ed era cresciuto in un castello severo sotto lo sguardo arcigno di un padre all’antica, che non amava la gioventù e aveva scarsa simpatia per suo figlio. Il giovane de Ligne era ambizioso. Voleva essere un grande soldato, un brillante cortigiano, un illustre scrittore, e riuscì assai bene in ciascuno degli obiettivi che si era prefisso. Divenne generale e maresciallo, combatté nei Balcani, partecipò alla guerra di successione bavarese e fu in Crimea come generale d’artiglieria a fianco di Potiomkin. Nell’Europa delle corti fu un gentiluomo raffinato, spiritoso, un po’ dandy (portava un anello d’oro all’orecchio sinistro), amante delle feste fastose, corteggiato dai re e vezzeggiato dalle donne, con cui aveva generalmente rapporti brevi e felici. Alla letteratura dedicava le sue mattine. Amava scrivere a letto, avvolto in una vestaglia di raso rosso, color del fuoco, decorata di pappagalli ricamati d’oro che riposavano su alberelli frondosi ricamati di verde. La fama letteraria giunse tardi, nel 1808, quando Madame de Staël pubblicò una raccolta di Lettere e pensieri del principe maresciallo di Ligne. Scelse i brani migliori fra i 34 volumi di una colossale Miscellanea (35 tomi) apparsa a Dresda fra il 1795 e il 1811, in cui uno studioso belga, Jean-Pierre Pisetta, ha rinvenuto una Memoria sugli ebrei, apparsa recentemente presso l’editore Bernard Gilson. A un primo sguardo l’immagine degli ebrei, in queste pagine del principe Ligne, è quella tradizionale e folcloristica che appare nella pittura e nelle incisioni dell’epoca. Sono umili, servili, carichi di pacchi in cui sono avvolte le povere cose che cercano di smerciare camminando faticosamente da una bottega all’altra. In alcune righe sembrano addirittura la caricatura di quei personaggi cenciosi con cui un grande pittore del Settecento, Alessandro Magnasco, amava popolare le sue scene notturne: "Colorito livido, sdentati, naso lungo e storto, sguardo timoroso e incerto, testa tremante, capelli crespi, occhi cavi, mento lungo e affilato". Ma l’aspetto esteriore riflette una condizione di cui, secondo il principe de Ligne, gli ebrei non erano responsabili, "Date loro uno Stato o un buon asilo – scrive – e cesseranno di rispondere a questa descrizione". Occorrerebbe anzitutto ricostruire i ghetti e rivestire gli ebrei con i dignitosi abiti orientali che appartengono alla loro tradizione. L’abito valorizzerebbe la costanza del loro carattere, le loro virtù intellettuali e (era questo forse ciò che maggiormente colpiva Ligne) la bellezza delle loro donne. Ma la soluzione migliore consisterebbe nel restituirli alla terra da cui provengono, Quelli che già abitano in Turchia dovrebbero chiedere al sultano il permesso di occupare il loro vecchio regno di Giudea. Molti rimarrebbero alla sua corte, ma i più andrebbero in Palestina, dove farebbero "fiorire le arti, l’industria, l’agricoltura e il commercio dell’Europa ". Il Tempio di Salomone verrebbe ricostruito. Le acque dei torrenti servirebbero ad irrigare la terra. Il deserto diverrebbe nuovamente abitabile. E scomparirebbero infine i "ladruncoli arabi che infestano oggi i luoghi santi". Qualcuno pensa che gli ebrei non possano essere buoni agricoltori? Ligne è convinto che basterebbe metterli all’opera. Questo non significa, beninteso, che tutti gli ebrei europei debbano emigrare. Mentre i più poveri partirebbero per la Terra promessa, i banchieri, i commercianti e quelli bene insediati nelle capitali europee (fra cui alcuni già nobilitati dal sovrano del Paese in cui abitano) potrebbero rinunciare a Gerusalemme e restare nella loro patria adottiva, rispettati e stimati. Scritta da un uomo del Settecento, questa memoria può sembrare un fantasioso esercizio intellettuale. Ma contiene una serie di impressionanti analogie con il progetto sionista di Theodor Herzl e con ciò che è effettivamente accaduto nel XX secolo. Anche Herzl, fondatore del movimento sionista, credeva che il sultano avrebbe avuto, per la creazione dello Stato ebraico, un ruolo fondamentale. Andò a Costantinopoli, chiese udienza a Abdülamit II e cercò di comprare una concessione palestinese con la somma di un milione e seicentomila sterline che egli avrebbe raccolto grazie a qualche generoso filantropo ebraico. E anche Herzl era convinto che la creazione dello Stato ebraico avrebbe indotto la diaspora a scegliere fra due prospettive: la nuova patria, a Gerusalemme, di cui sarebbero diventati cittadini, o la patria adottiva, in Europa, in cui si sarebbero definitivamente assimilati. Ma l’aspetto più interessante e profetico della Memoria di Ligne è la sua riflessione sul carattere degli ebrei, la convinzione che bastasse rompere la gabbia del pregiudizio perché il prigioniero liberato fosse capace di imprese a cui sembrava inadatto. Esiste fra Ligne e Herzl un’altra analogia. Né l’uno né l’altro presero in considerazione nel loro progetto l’esistenza di una popolazione araba. Per Herzl la Palestina era "una terra senza popolo". Per Ligne, in quella parte del mondo vi erano soltanto i conquistatori turchi e l’Islam, vale a dire un monoteismo che a lui, scettico e agnostico, sembrava molto simile all’ebraismo. In un passaggio della sua memoria notò che ebrei e musulmani erano ambedue circoncisi e che, dopo tutto, "il nome di Maometto viene da quello di Mosé, Solimano da Salomone, Ibrahim da Abramo, Jusuf da Giuseppe, Achmet da Isacco, Salim da Salomé e Zaira da Sara". La profezia di Ligne e quella di Herzl si avverarono. Ma quella dimenticanza fu il granello di sabbia che inceppò la macchina della loro visione e rese la realtà diversa da quella che avevano immaginato. Sergio Romano