Corriere della Sera 25/07/2007, pag.31 Sergio Romano, 25 luglio 2007
Palestina: guerra dei falchi e sconfitta delle colombe. Corriere della Sera 25 luglio 2007. Vorrei che mi aiutasse a capire la natura di Hamas
Palestina: guerra dei falchi e sconfitta delle colombe. Corriere della Sera 25 luglio 2007. Vorrei che mi aiutasse a capire la natura di Hamas. E’ un movimento politico? Con quale programma elettorale ha vinto le elezioni? Chi, con armi e finanziamenti, dà la forza ad Hamas di sbaragliare l’esercito regolare palestinese e conquistare Gaza? Sul piano internazionale si possono prevedere gli obiettivi che Hamas si prefigge? Renato Malgaroli Caro Malgaroli, Hamas è una costola della Fratellanza musulmana, nata nei territori occupati all’inizio dell’Intifada (1987), quando agli israeliani non spiaceva che esistesse un’organizzazione capace di fare concorrenza all’Olp di Yasser Arafat. Aveva una forte dose di fanatismo religioso, ma era anche un movimento di liberazione ed ebbe aiuti finanziari o logistici da tutti i Paesi che, per una ragione o per l’altra, avevano motivi di risentimento verso Israele o avevano fatto dell’antisionismo la loro bandiera nazionale. Acquistò credito e popolarità a Gaza e in Cisgiordania, dopo la creazione dell’Autorità autonoma palestinese, per molte ragioni: la svolta conservatrice della politica israeliana dopo l’avvento del Likud al potere, la macchina corrotta e clientelare che Arafat aveva creato per l’Olp e Al Fatah nei territori occupati, la grande rete di assistenza sociale con cui aveva saputo provvedere alle più elementari esigenze della popolazione. Quanto più i "laici " dell’Olp si dimostravano inetti e venali, tanto più gli austeri miliziani di Hamas acquistavano credito agli occhi della società palestinese. Come accadde in tutti i movimenti di liberazione (il Fronte algerino, l’Ira irlandese, l’Eta basca), la dinamica del terrorismo e della guerriglia spinse al vertice dell’organizzazione la sua componente più estrema, violenta e inflessibile. Esistevano anche le colombe, ma venivano escluse o messe a tacere dal diabolico ingranaggio che è tipico delle guerre di guerriglia. Ogni attentato inaspriva le reazioni degli israeliani, ogni reazione "giustificava" e incoraggiava l’attentato successivo. La situazione accennò a cambiare dopo il successo di Hamas nelle elezioni politiche del gennaio 2006. Le colombe divennero più visibili e cercarono probabilmente di orientare la politica del nuovo governo. Ma i falchi, per ragioni ideologiche e interessi di parte, non intendevano fare concessioni che avrebbero intaccato il loro potere. L’episodio più interessante di questo braccio di ferro tra il partito del rigore e quello della flessibilità fu un documento scritto da quattro esponenti del movimento palestinese detenuti nelle carceri israeliane: Marwan Barghouti (Al Fatah), Abdel Khalek al-Natsheh (Hamas), Abdel Rahim Malouh (Fronte popolare per la liberazione della Palestina), Sceicco Bassam al-Sadi (Jihad Islamica). Il documento era composto da 18 punti e comprendeva proposte (ad esempio il ritorno dei rifugiati palestinesi nelle terre da cui erano partiti nel 1948 e nel 1967) che il governo israeliano non avrebbe accettato. Ma proponeva la nascita di uno Stato palestinese a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, vale a dire in territori conquistati da Israele durante la Guerra dei sei giorni. Pur senza dirlo esplicitamente, quindi, il documento Barghouti, come veniva allora generalmente chiamato, conteneva un implicito riconoscimento dello Stato d’Israele. Per alcuni giorni sembrò che il documento sarebbe potuto diventare la base di un compromesso politico fra Hamas e l’Olp. La risposta dei falchi fu la cattura del caporale israeliano Gilad Shalit, il 25 giugno 2006. Ma è probabile che anche a Gerusalemme esistessero ambienti decisi a evitare che il compromesso privasse Israele del suo nemico. Un nuovo tentativo venne fatto qualche mese dopo dall’Arabia Saudita quando re Abdallah convocò alla Mecca, nel febbraio di quest’anno, il Primo ministro di Hamas Ismail Haniya e il presidente Mahmud Abbas per la ricerca di una soluzione concordata. Il documento finale di quell’incontro si compone di otto capitoli interamente riprodotti e commentati da Antonio Napolitano in una "Lettera" del 23 marzo pubblicata dal Circolo di studi diplomatici di Roma. Napolitano mette in evidenza la frase del primo capitolo in cui è detto che il nuovo governo palestinese "rispetterà la legittimità internazionale delle risoluzioni e degli accordi firmati dall’Olp". Non è esatto quindi sostenere che Hamas rifiuta ostinatamente di riconoscere l’esistenza di Israele. In questo e in altri passaggi del documento della Mecca esiste una implicita accettazione di quella che veniva chiamata "entità sionista". Come ha scritto Arrigo Levi in un recente articolo apparso su La Stampa ("Israele, la pace si fa con i nemici", 20 luglio), il "riconoscimento pubblico e finale" potrebbe giungere alla fine della trattativa. Se è questa la materia principale del negoziato, è comprensibile che Hamas non voglia gettare sul tavolo, all’inizio della partita la sua carta migliore. Ma anche questo documento, come sappiamo, è stato messo in disparte dalla breve guerra civile di Gaza e dall’estromissione dell’Olp dalla Striscia. Sarà opportuno non dimenticare tuttavia che all’origine di quegli scontri vi fu anche il rifiuto di Mohammed Dahlan, il "duro " dell’Olp, di rinunciare al controllo delle milizie palestinesi, un piccolo esercito forte di circa 70.000 uomini. Evidentemente ciascuno ha i suoi falchi. Sergio Romano