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 2007  luglio 25 Mercoledì calendario

Il paravento della privacy sulle pensioni d’oro dei consiglieri altoatesini. Corriere della Sera 25 luglio 2007

Il paravento della privacy sulle pensioni d’oro dei consiglieri altoatesini. Corriere della Sera 25 luglio 2007. E’ successo di nuovo. Impermeabile alle sentenze già emesse, alle polemiche sui costi della politica, alle invocazioni per una maggiore trasparenza sull’uso del pubblico denaro, il presidente dell’assemblea consiliare del Trentino-Alto Adige, Franz Pahl, si rifiuta di dare i nomi di chi riceve dalla regione le 183 pensioni degli ex "deputati" locali che pesano sul bilancio 11.100.186 euro, pari a una media di 5.054 euro al mese. E perché? Per la privacy! Così ha risposto, il legnoso esponente della Svp ad Antonella Mattioli che per l’Alto Adige gli chiedeva l’elenco: "Piaccia o no, non darò mai l’elenco degli ex consiglieri regionali che percepiscono il vitalizio. C’è la legge sulla privacy e la rispetto. Punto e basta". Ciò detto, si è piantato sulla sua posizione rigido come un paracarro. Sordo alle proteste del presidente del consiglio provinciale Riccardo Dello Sbarba, che gli ricordava come il bollettino regionale pubblichi già i redditi dei consiglieri con dentro "tutto, dallo stipendio alle eventuali proprietà immobiliari" fino al possesso di "un motorino catalizzato". Sordo al rimbrotto del compagno di partito e presidente della giunta provinciale sudtirolese, Luis Durnwalder: "Quell’elenco deve essere divulgato: non ha senso nascondere i nomi degli ex consiglieri che vengono pagati con i soldi del contribuente. Anche perché pare che ci sia qualcosa da nascondere. In realtà i vitalizi, così come gli stipendi dei politici, sono regolamentati con legge". Sordo alla reazioni infastidite dei compaesani. " Nein, nein, nein! ". Tanta teutonica cocciutaggine meriterebbe d’essere meglio spesa. Il Garante della privacy infatti, come non si stanca di ripetere Lino Buscemi, combattivo presidente nazionale del comitato scientifico dei difensori civici, ha già spazzato via ogni equivoco sul tema. Basta consultare su internet il Bollettino numero 50 del maggio 2004 intitolato "Privacy e giornalismo. Alcuni chiarimenti in risposta a quesiti dell’Ordine dei giornalisti". Già allora il Garante, seccato per come venga "spesso lamentato che le pubbliche amministrazioni giustificano la propria decisione di non fornire informazioni ai giornalisti dietro una supposta applicazione della legge sulla privacy ", ribadiva di aver già spiegato che la legge 675/96 (quella sulla tutela dei dati sensibili) e poi il "Codice privacy " non avevano affatto "inciso in modo restrittivo sulla normativa posta a salvaguardia della trasparenza amministrativa ". Morale: "La disciplina sulla tutela dei dati personali non può essere in quanto tale invocata strumentalmente per negare l’accesso ai documenti". Fatti salvi, ovvio, i dati sulla fede religiosa, i gusti sessuali, le malattie. Tolti quelli, si ha diritto a sapere tutto sulle "situazioni patrimoniali di coloro che ricoprono determinate cariche pubbliche o di rilievo pubblico". Chiaro, no? Eppure la stessa scusa ipocrita e ridicola non finisce di essere invocata. Dal Tirolo alla Sicilia. Come nel caso, tempo fa, della lista dei 397 giovani assunti per chiamata diretta e senza concorso in alcune municipalizzate e società miste di Palermo: "Per ragioni di privacy quei nomi non ve li diamo". Spiegava il vice del sindaco Diego Cammarata, Giampiero Cannella: "Io li renderei pubblici, ma si rischia la gogna mediatica, un clima da Unione Sovietica, mi sembra una violenza ingiusta verso chi era disoccupato e ora ha finalmente un posto di lavoro ". Anche il difensore civico Antonino Tito, invitato a intervenire, si sfilò: "Non ho il potere di fare questa richiesta ". Quando finalmente i nomi saltarono fuori, si scoprì che tra i 397 c’erano anche Giuseppe e Tania Tito. I figli. Pura coincidenza, si capisce. Pura coincidenza. Gian Antonio Stella