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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

Debiti. Vanity Fair 26 luglio 2007. «Nel 2000 mi sono sposato e ho acceso un mutuo per comprare casa», mi racconta Luca G

Debiti. Vanity Fair 26 luglio 2007. «Nel 2000 mi sono sposato e ho acceso un mutuo per comprare casa», mi racconta Luca G., «ricevevo uno stipendio di 1.000 euro e pagavo una rata di 750. Per comprare la cucina, arredare e ristrutturare l’appartamento ho chiesto un prestito a una finanziaria di 15.000 euro. E ho comprato un’automobile a rate. Poi ho cambiato lavoro perché non riuscivo più a stare dietro alle spese. Ricevevo 1.500 euro per 13 mensilità, ma due anni dopo l’azienda è fallita. Allora mi sono messo in proprio. In aggiunta, ho iniziato a fare il procacciatore per un’altra società, con un fisso di 800 euro più le provvigioni quando concludo un preventivo, ma non basta. Perché nel frattempo mi sono separato e sono dovuto andare via da casa mia. Ho chiesto di trattare nuovamente le condizioni del mutuo, però non ho ottenuto niente. Oltre al mutuo, devo pagare 400 euro di affitto al mese insieme a tutte le rate. Lavoro 12-14 ore al giorno. Non ce la faccio più. Non posso neanche ammalarmi. Sono stato un irresponsabile, forse. Comunque non so come uscirne». «Debito ergo sum», scrive Beppe Grillo nel suo blog. «Si paga con i debiti, non con i contanti. Il guadagno è nell’interesse applicato, il prodotto acquistato solo un richiamo. Quando saranno finiti del tutto i soldi si potrà indebitare il debito. Il debito sul debito potrà aprirci nuovi orizzonti, nuove prospettive, nuovi baratri argentini. Ci saranno gli indebitati multipli, complessi e derivati e, di quando in quando, i suicidi da salto della rata». Il prezzo dell’indipendenza. Il guaio è che questo non è esattamente il nostro futuro: è il nostro presente. Per avere un’idea della situazione attuale, basta fare un giro all’Adiconsum (associazione difesa consumatori) e scambiare due chiacchiere con chi gestisce il Fondo di prevenzione usura. «Fino a cinque, sei anni fa l’indebitamento medio di una famiglia era di circa 18.000 euro», mi spiegano Silvia Landi e Francesco Iorio, «oggi è salito a 32.000 euro. E si parla di una media. C’è chi arriva qui con debiti da 80 o 100.000 euro, e percepisce uno stipendio da 1.500». Un problema che non riguarda solo le fasce più povere della società, come capitava fino a poco tempo fa. I grandi strozzati ormai appartengono alla classe media. E sono sempre di più. Se si cerca di tracciare un profilo degli italiani indebitati, si resta di stucco. Spesso sono famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano. Gente che porta a casa uno stipendio mensile che oscilla tra i 1.500 e i 2.500 euro. A testa. Oppure coppie di sessantenni, economicamente tranquille fino a qualche anno fa. Che oggi s’indebitano fino al collo per aiutare i figli a sistemarsi: comprano una casa per loro, danno un contributo per l’arredamento, si fanno carico delle spese per il matrimonio, quando non li mantengono. Moltissime sono le donne separate, di solito con bambini. Secondo le statistiche, gli uomini dopo il divorzio tendono a tornare dai genitori. Le donne invece no. Loro non sono disposte a rinunciare all’indipendenza, che però ha un prezzo, spesso troppo alto. Insomma, si tratta di persone che non eravamo abituati a considerare «a rischio». Allora? Cosa ci sta succedendo? Perché stiamo diventando un popolo di indebitati? Revolving alla tempia. Grillo si è inventato il nome di un nuovo reato: «istigazione al debito». Purtroppo non è una battuta. Basta entrare in un qualsiasi grande negozio di elettrodomestici e hi-tech. Ti offrono uno sconto vertiginoso se scegli di pagare a rate, tanto per cominciare. Uno sconto che in realtà non c’è, calcolando gli interessi («tasso zero » scrivono, ma il Taeg, il tasso con cui si calcola l’effettivo costo del prestito, è altissimo). Poi, dato che stare dietro ai bollettini è noioso, ti propongono subito una bella carta Revolving, così non ti devi più preoccupare delle scadenze. Solo che una carta Revolving non funziona come una normale carta di credito. Intanto perché non si appoggia necessariamente al tuo conto, ma a un fido aperto da una finanziaria per te, un fido «eterno», che si ricarica in continuazione. E poi perché una carta Revolving ti può anche costare il doppio di una normale carta di credito. Ma questo non te lo dicono. Non a caso la carta si attiva automaticamente, appena la usi. Molto spesso ti evitano persino la fatica di leggere e firmare il contratto. Wow, comodissimo. Il denaro speso sembra meravigliosamente lontano. Lontano nel tempo («pagherò in un anno, con calma»). Lontano dal tuo personale conto in banca, magari in rosso («uso una carta che non me lo prosciuga»). E soprattutto lontano da te («me ne vado a casa con il televisore al plasma nuovo senza neanche aprire il portafoglio, che bello!»). Il dramma si consuma in un attimo. Non è un gioco di parole: da consumatore ti ritrovi consumato. Aggiungi al mutuo per la casa le rate per il televisore, il divano, la macchina, la lavatrice, la vacanza che puoi pagare in un anno. Aggiungi agli interessi di tutti questi vantaggiosi prestiti le spese per la sopravvivenza. Beh, non ci stai più dentro. Per fortuna esistono le carte Revolving, pensi, da cui puoi prelevare anche contanti al bancomat (con costi stratosferici, ma non lo sai). Per fortuna puoi prelevare da un conto che non è il tuo. Invece è tuo eccome. Non ti chiamerà la banca, ma lo farà la finanziaria con cui ti stai ferocemente indebitando. Presto. Il coraggio di parlarne. Poi succede. E ti rendi conto di non avere scampo, all’improvviso. Allora che fai? Per un po’ rimandi e rimandi. Poi cerchi di trovare una soluzione. Quindi ricorri alla cessione del quinto. Solo che i creditori (anche se non potrebbero farlo) richiedono un quinto del tuo stipendio contemporaneamente a te. « arrivata da noi gente a cui restavano 300 euro al mese, partendo da uno stipendio di più di 2.000 euro», racconta Silvia Landi. A quel punto sei disperato. Sei costretto a parlarne in famiglia (molti non lo fanno fino all’ultimo, non trovano il coraggio). Quasi sempre la coppia entra in crisi. E tutto questo ha una ricaduta sul lavoro, dato che sono altri i pensieri per la testa. « una tragedia. Moltissimi entrano in depressione », spiega ancora Silvia. «Non sanno a chi rivolgersi per uscirne. Allora lasciano le cose come stanno, le lasciano peggiorare esponenzialmente e si chiudono a guscio». Invece bisogna farsi coraggio e prendere la situazione in mano, senza rimandare («di solito lo fanno le donne»). Non bisogna commettere l’errore di cadere nelle mani di usurai o di altre finanziarie, che ti propongono un «risanamento debiti» (a tassi altissimi, ma lo scoprirai dopo) e ti offrono l’ennesimo prestito-fregatura. No. Bisogna rivolgersi alle associazioni no profit, le uniche che ti garantiscono una consulenza specialistica senza guadagnare su di te, anzi su quello che non hai. Perché oggi il business sui soldi immaginari si sta facendo cattivo: c’è un mercato che si sta impegnando a sottrarre realtà al denaro. Anzi, è un mercato che sottrae realtà a tutto. Caterina Bonvicini