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 2007  luglio 24 Martedì calendario

L’innovazione del conservatore. La Stampa 24 luglio 2007. Poche parole ricorrono oggi con maggior frequenza di «innovazione»

L’innovazione del conservatore. La Stampa 24 luglio 2007. Poche parole ricorrono oggi con maggior frequenza di «innovazione». Eppure a diffonderla nel linguaggio dell’economia fino a farne una sorta di architrave, destinata a reggere l’architettura analitica del capitalismo contemporaneo, è stato un personaggio che aveva modellato i suoi gusti e il suo comportamento su una cifra volutamente conservatrice, con un’autentica predilezione per il carattere aristocratico. Chi ha fatto dell’innovazione l’atto creativo, che mette in moto il processo dello sviluppo, è stato all’inizio del Novecento un grande economista, che ha tutti i titoli per figurare fra le figure qualificanti della cultura del secolo, Joseph Schumpeter, un uomo in bilico fra due mondi, fra la vecchia Austria asburgica in cui era nato nel 1883 e l’America ormai all’apice della potenza, in cui morì nel 1950. Una personalità straordinaria, comparabile a quella dell’altro maggiore economista del Novecento, John Maynard Keynes, che godette però di un successo e di un’influenza pubblica preclusi a Schumpeter. La nuova, amplissima biografia che oggi lo storico di Harvard e premio Pulitzer Thomas K. McCraw dedica a Schumpeter (Prophet of Innovation. Schumpeter and Creative Destruction, Harvard University Press, pp. 719, $ 35) presenta l’economista austriaco come il più originale studioso del capitalismo, la cui visione resta fondamentale per formulare una comprensione della dinamica interna del sistema economico. Forse Schumpeter avrebbe rifiutato per sé il ruolo di «profeta», dal momento che ostentò a volte un atteggiamento quasi di indifferenza verso le terapie pratiche che poteva suggerire l’analisi economica. Keynes ebbe molto più di lui il senso della missione pubblica dell’economista, sin da quando alla conferenza di pace di Versailles nel 1919 si era battuto contro l’imposizione delle riparazioni di guerra alla Germania sconfitta, intuendo in esse i prodromi di una catastrofe europea. Del resto, Schumpeter restò affascinato per tutta la vita dalla storia della cultura economica, mentre per Keynes, che preferiva rivolgere la sua attenzione al presente e al futuro, il passato contava poco. Schumpeter amava invece l’Europa delle élite dell’Ottocento, seguendo le inclinazioni della madre che l’aveva educato come un giovane aristocratico. Il libro di McCraw è bello soprattutto per l’ampia e molto documentata ricostruzione di una vita eccezionale, a cavallo di due epoche e di due continenti, piuttosto che per la lettura delle opere di Schumpeter che propone. Un’esistenza drammatica, la sua, che si dipana dagli anni dei successi accademici giovanili (Schumpeter era già un economista affermato e un noto docente universitario ben prima dei trent’anni) al periodo travagliatissimo fra le due guerre, che egli visse fra Austria e Germania, prima di rifugiarsi definitivamente a Harvard. Il biografo non tace nessuna delle stravaganze del suo personaggio: l’abitudine a vivere da gran signore, l’alta consapevolezza del suo valore intellettuale, l’irrefrenabile passione per le donne, che collezionava con facilità. Cambiò di professione più di una volta: durante la guerra cercò di entrare in politica e, cessate le ostilità, divenne ministro delle Finanze in un governo a guida socialista, proprio lui che aveva esaltato l’imprenditore come l’autentico eroe del capitalismo. Tentò anche di arricchirsi e per un po’ ci riuscì, esercitando la funzione di banchiere d’investimento. Ma poi i rovesci degli anni Venti lo travolsero, al punto che si ritrovò carico di debiti, dovendo lottare per dieci anni per poterli ripagare. Lasciata l’Austria, tornò a insegnare in Germania, a Bonn, sposando una ragazza di umili condizioni di vent’anni più giovane di lui. Schumpeter tra l’altro non aveva mai divorziato dalla prima moglie, un’inglese più anziana, figlia di un uomo di chiesa, e avrebbe rischiato l’accusa di bigamia, se la nuova compagna non fosse morta di parto, insieme col neonato. Il morale di Schumpeter - che negli stessi giorni aveva perso anche l’amatissima madre - non si risollevò mai più: il suo carattere divenne amaro e depresso, la sua conversazione rimase brillante ma improntata a un sarcasmo piuttosto cupo. Alla disgrazia Schumpeter reagì buttandosi a capofitto negli studi. Tramutò la sua stagione più triste in una febbrile occasione di lavoro intellettuale. Andò in America, scrisse grandi opere (fra cui spicca quel capolavoro di interdisciplinarietà che è Capitalismo, socialismo, democrazia, un libro che mescola scienza economica, sociologia, politologia). Si sposò ancora e la terza moglie, l’americana Elizabeth Boody, divenne la sua collaboratrice insostituibile: fu grazie a lei se Schumpeter, con una salute declinante, incalzato dalla depressione, riuscì a portare a termine in pochi anni una mole immane di ricerche. McCraw ha ragione a sostenere che gli Stati Uniti furono la tappa culminante della carriera intellettuale di Schumpeter. Nello scenario americano, poté riformulare le sue grandi domande sulle tendenze di fondo del capitalismo, focalizzando l’analisi sulle dinamiche evolutive delle maggiori corporation nel loro rapporto con le tendenze della società. Soprattutto, il conservatore Schumpeter gettò un ponte fra le scienze sociali, avviando una dialogo fruttuoso con la storia e adottando una prospettiva comparata che resta una lezione di metodo fondamentale per la comprensione dei differenti modelli di capitalismo. Giuseppe Berta ************ In stato di grazia contro Keynes. Joseph A. Schumpeter ha legato il suo nome a una visione dello sviluppo economico centrata sui fattori dell’innovazione e dell’imprenditorialità. Il processo di sviluppo si mette in moto allorché entra in gioco l’innovazione (tecnologica, organizzativa, di prodotto o di mercato) che spezza lo stato stazionario, quello che Schumpeter chiama il «flusso circolare» dell’economia. Artefice dell’innovazione è l’imprenditore, il soggetto che altera, con la sua capacità dinamica, l’assetto esistente della produzione. Per Schumpeter l’imprenditorialità è una sorta di stato di grazia che non si può cristallizzare in una funzione professionale. Non si è pertanto imprenditori a vita, perché si può essere innovatori solo in momenti particolari; dopo subentra inevitabilmente la routine. Schumpeter era solito dire che in tre generazioni una dinastia imprenditoriale andava «dalla tuta alla tuta» perché prima si elevava al rango imprenditoriale per poi decadere e tornare al punto di partenza. La sua rappresentazione del capitalismo era perciò quella di una forza travolgente, che operava attraverso un’incessante «distruzione creativa». Un’immagine lontana da quella dell’altro massimo economista del ”900, John Maynard Keynes, che sosteneva la necessità di politiche di regolazione del capitalismo.