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 2007  luglio 24 Martedì calendario

Perché è difficile rimpiangere la Prima repubblica. Corriere della Sera 24 luglio 2007. Leggo la sua risposta e la critica riguardo ai laudatores temporis acti

Perché è difficile rimpiangere la Prima repubblica. Corriere della Sera 24 luglio 2007. Leggo la sua risposta e la critica riguardo ai laudatores temporis acti. Può essere che lei abbia ragione, però ricordo che ai tempi della cosiddetta Prima repubblica, allorché la magistratura milanese non aveva ancora messo in opera quella specie di colpo di Stato che rischiò di buttare all’aria le istituzioni e che, comunque, cambiò, forse in peggio, non tanto il volto politico del Paese, quanto il modo di pensare la politica, il quotidiano italiano scorreva con i normali, fisiologici sussulti, la Legge finanziaria non era uno spauracchio e generalmente passava in Parlamento senza che i cittadini quasi se ne accorgessero, ogni tanto cadeva il governo e se ne faceva un altro e, se si era all’avvio dell’estate, il nuovo esecutivo si chiamava «balneare» e così via. Le polemiche tra maggioranza e opposizione erano pressoché inesistenti e, a parte qualche raro scandalo di normale amministrazione, di intercettazioni, inchieste, avvisi di garanzia ed imperversare delle procure in genere, manco si parlava per sentito dire. Oggi tutto è maledettamente diverso. Più imbrogliato, più litigioso, più sporco. Ma, soprattutto, si sente aleggiare, palpabile, cupa e orrenda, un’atmosfera di odio che avvelena tutto e tutti. Sì, obietterà lei, ma prima rubavano. Sarà probabilmente anche vero. Oggi, però, si continua lo stesso a rubare, ma con molto, molto meno senso del reciproco rispetto e della forma. E anche questo conta. Bernardo Pianetti della Stufa - Firenze Caro Pianetti della Stufa, per coloro che non hanno visto la corrispondenza precedente, ricordo che alcun lettori, negli scorsi giorni, mi hanno scritto per elogiare il regime austro- ungarico delle province italiane unite all’Italia nel 1866 e nel 1918. Conosco questi elogi, abbastanza comuni da qualche anno soprattutto in Trentino e Venezia Giulia, e le confesso che provo, leggendoli, un certo fastidio. In primo luogo perché l’Austria era allora un vecchio Stato, conservatore, bigotto, più o meno bonariamente poliziesco, diviso fra una vivace intellighenzia e una classe burocratico-militare assillata dall’angoscia del proprio declino e desiderosa di fermare, per quanto possibile, l’orologio della storia. In secondo luogo, perché intravedo in queste manifestazioni di nostalgia asburgica i sentimenti antirisorgimentali che si sono introdotti come un virus nel corpo della società italiana. questa la ragione per cui ho risposto a un lettore che la nostalgia è un vizio ricorrente del nostro Paese ed è spesso basata su una visione idealizzata dal passato. Temo di doverle dare la stessa risposta. So che l’Italia sta attraversando un brutto momento e che il clima politico è pessimo. Ma i suoi ricordi della cosiddetta Prima repubblica non coincidono con i miei. Mentre lei ricorda sussulti normali e fisiologici, io ricordo una cinquantina di governi, crisi ricorrenti e lunghi periodi di stasi durante i quali ogni grande progetto veniva bloccato e restava nel cassetto in attesa che un nuovo ministro buttasse tutto per aria e ricominciasse da capo. Dove lei ricorda Leggi finanziarie affrontate ogni anno senza angosce, io ricordo lunghi mercanteggiamenti che in qualche caso si prolungavano al di là del 31 dicembre e rendevano necessaria l’adozione dell’esercizio provvisorio. certamente vero che i rapporti con l’opposizione furono in alcuni momenti abbastanza civili. Ma dietro i governi di centrosinistra e di solidarietà nazionale vi furono parecchi compromessi trasformistici fra cui la lottizzazione della Rai e molte leggi di spesa concordate in Parlamento con vantaggi per tutti coloro che le avrebbero votate. Mi è difficile provare nostalgia per un sistema politico che permise al ’68 di diventare terrorismo, che non seppe impedire la diffusione della criminalità organizzata in molte province italiane, che consentì ai partiti di percepire, sotto forma di tangenti, una imposta sugli affari, e che alla fine produsse un colossale debito pubblico. Anche a me, caro Pianetti della Stufa, non è piaciuta la «rivoluzione giudiziaria» della prima metà degli anni Novanta. Ma non ho rimpianti per gli anni in cui la Procura di Roma veniva definita il «porto delle nebbie». Sergio Romano