Varie, 24 luglio 2007
Tags : (Di Stefano) Nunzio
Nunzio DiStefano
• Cagnano Amiterno (l’Aquila) 14 maggio 1954. Scultore. Ha esordito nel 1981 con una mostra a Bolzano. Ha esposto alla Galleria L’Attico di Roma, da Annina Nosei a New York, a Belgrado, alla Civica di Modena, a Bari, Basilea, Parigi, Siena, Milano, Vienna, Liegi, al Festival di Spoleto (1993), alla Kodama Gallery di Osaka, a Parma, Bologna e Venezia ecc.. Con mostre collettive ha partecipato alle principali rassegne di arte contemporanea, al Pac di Milano, alla Nouvelle Biennale di Parigi, alla Sesta Biennale di Sydney, alla Biennale di Venezia (1986), alla Fiera di Basilea (1987), a Francoforte, Helsinky (1989), a Darmstadt, Madrid, Taiwan (1990), a Toronto, Osaka, Vienna (1991), Caracas, Bogotà, alla III Biennale di Istanbul, (1992), alla Biennale di Venezia (1993), a Parigi e in Giappone, a Hiroshima, Chiba, Kochi e Nagano (1994). Dalla Biennale di Venezia ha ricevuto nel 1986 il premio Duemila per il miglior artista sotto i quarant’anni (’Il Foglio” 5/2/1997) • «Di lui, Giuliano Briganti ha scritto: ”Nunzio non cammina, corre. Ha il passo del selvaggio che attraversa a piedi nudi la savana, ritrovando il ritmo che gli era stato trasmesso da un’età immemoriale, il giusto equilibro tra tempo e distanza, energia da impiegare e spazio da percorrere.” In effetti, lo scultore si muove nello spazio con la grazia di un primitivo che sfida nell’immaginazione le leggi del tempo e della gravità. [...] Ferro e piombo [...] sono il punto d’arrivo d’una ricerca iniziata alla fine degli anni Settanta con opere in gesso e tempera come ”Quarto Ponte”, quattro coppie di frammenti sospesi sulla parete, un’essenziale composizione legata alla memoria. ”In quel periodo il mio lavoro consisteva nel creare attraverso colate di gesso forme presenti, che con l’uso del colore diventavano immateriali. Concavo e convesso erano per me i parametri d’una stessa esperienza, che mirava a sottrarre l’idea di corporeità implicita in ogni dimensione plastica. Quando sono passato al legno, ho usato la combustione per eliminare tutta la piacevolezza del materiale, sfruttandone invece le qualità più oscure, come per tirarne fuori il simulacro. Adesso, è vero, lavoro su altri materiali. Ma per me ferro, piombo o bronzo non sono che gli strumenti attraverso i quali mettere in rapporto forze contrarie per far nascere nuove possibilità di creare spazio.” Gli anni Settanta, quando [...] ha iniziato a lavorare, erano un periodo di forte innovazione nelle arti visive. ”Allora frequentavo l’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Toti Scialoja. Come artista ho iniziato prestissimo per scelta e inclinazione. In quegli anni non c’era la scultura o il quadro, c’era l’opera, l’intervento dell’artista. Quello che contava era il senso dell’evento. Era l’epoca degli happening, delle performance, dell’arte povera. Esperienze molto stimolanti. Poi c’è stata la Transavanguardia. Io ho iniziato a esporre negli anni Ottanta, insieme con altri artisti che come me erano passati attraverso la sperimentazione, ma ritenevano fondamentale il ritorno alla centralità dell’opera.” [...] L’artista [...] è il depositario dell’eredità della visione. E la visione è una funzione primaria connessa con la natura stessa dell’uomo, con il fatto che l’uomo esiste perché vede. L’artista è un sismografo con capacità e qualità particolari, che probabilmente solo il tempo e la storia possono giudicare. In questo senso, è inaspettato l’uso che egli fa degli strumenti che lo circondano, dalle tecnologie più avanzate agli elementi primari. In ognuno di questi mezzi l’artista cerca quello che di fondante c’è nell’essere. E se la sua opera sarà Arte, avrà la capacità di proiettarsi nel futuro, un futuro che sarà contenitore e molla del passato. Così, per esempio, si spiega facilmente come mai una fotografia scattata da un fotografo resti sempre un documento, sia pur interessante. Mentre se quella stessa fotografia viene utilizzata da un artista, assume una valenza diversa. Perché la cosa fondamentale, nel fare arte, è il modo di porsi rispetto al mezzo utilizzato. [...] In un mondo che ha bisogno di eroi, e non può fare a meno di miti, l’artista ha una posizione interessante. La società contemporanea è tutta basata sulla velocità, che vive nel tempo e si consuma nel tempo. Tutto passa e sparisce con una rapidità che amplifica il nostro senso d’immortalità. Avendo visto molto e molto superficialmente, noi moderni ci illudiamo di essere un po’ più immortali dei nostri predecessori. Ma in questo nostro vivere veloce, in questa consumazione così rapida del tempo, le arti visive hanno nel loro intimo la capacità di stabilire un tempo a sé, slegato dal momento in cui si manifestano. Se un’opera diventa un’opera d’arte, è perché stabilisce un proprio tempo interiore, attraverso strumenti, linee, forme, tecnologie che supereranno il presente per proiettarsi nel futuro. Thomas S. Eliot diceva che tutto il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. Se esiste un’essenza dell’opera d’arte è proprio quel quid che stabilisce un tempo a sé. Chi si confronta con una realtà come l’arte, si dispone con questo stato d’animo. Ed è un tentativo di per sé degno di encomio. [...] L’arte nasce sull’arte. Personalmente, io rifuggo dalla catalogazione. Di inquadramenti in una tradizione se ne fanno un’infinità. E ogni tentativo di incanalare l’arte, discettando sulla sua morte o sulla fine dell’avanguardia lascia il tempo che trova. Quello che conta, per un artista, è la necessità interiore. Il suo bisogno espressivo. L’artista compie sempre un’operazione cerebrale, ma nel suo lavoro sussiste sempre una dose d’imprevedibilità. Ed è proprio questo scarto che fa la differenza tra un’opera e un’opera d’arte.” Giuliano Briganti ha paragonato la sua lotta col ”principio dell’ordine” alla lotta di Giacobbe con l’angelo sul torrente Iabbok, quando disse ”non ti lascerò se non mi avrai benedetto.” C’è un’essenza religiosa nell’arte contemporanea? ”Io ho sempre pensato che l’arte fosse un atto di fede. Perché un’opera sia, perché acquisti una sua autonomia, c’è bisogno di crederci. E questo è difficile in una società come la nostra, che esalta l’hic et nunc. Da questo punto di vista, penso che esista un’essenza religiosa nell’arte moderna. [...]”» (’Il Foglio” 5/2/1997).