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 2007  luglio 24 Martedì calendario

Così la burocrazia soffoca le aziende del Nord-est. La Repubblica 24 luglio 2007. Padova. E pensare che ci aveva pure brindato su, Antonio Marchetti, 52 anni, padovano, titolare di Ptm Technology (azienda meccanica di 25 dipendenti e 4 milioni di fatturato annuo, legati per il 90 per cento all´export), quel giorno del 2002 in cui dal Comune di Este gli era arrivata notizia di essere uno degli assegnatari dei lotti di una nuova zona produttiva

Così la burocrazia soffoca le aziende del Nord-est. La Repubblica 24 luglio 2007. Padova. E pensare che ci aveva pure brindato su, Antonio Marchetti, 52 anni, padovano, titolare di Ptm Technology (azienda meccanica di 25 dipendenti e 4 milioni di fatturato annuo, legati per il 90 per cento all´export), quel giorno del 2002 in cui dal Comune di Este gli era arrivata notizia di essere uno degli assegnatari dei lotti di una nuova zona produttiva. Ottomila metri quadri, l´ideale per aprire uno stabilimento più moderno in una fase di forte concorrenza internazionale. Peggio per lui: ha dovuto aggiungere il costo di un´inutile bottiglia di Prosecco ai 170mila euro aggiuntivi (Ici a parte…) «che siamo stati obbligati a sostenere solamente per aver deciso di fare lì il nostro investimento». Il salatissimo conto del signor Antonio se ne è andato tutto in costi burocratici le cui voci vanno a comporre un´autentica odissea. Qualche esempio: 20mila euro in più perché alla Commissione edilizia non andava bene la recinzione; 25mila per potenziare il sistema antincendio, visto che la rete idrica comunale non era in grado di assicurare la pressione minima di 3 bar prescritta dalla normativa; 50mila per acquistare una cabina di trasformazione dell´energia elettrica e predisporre le condutture interrate per gli allacciamenti, considerando che al lotto erano stati assegnati solo 30 kW di potenza a fronte dei 150 necessari. «E io vorrei che qualcuno mi spiegasse quale insediamento produttivo oggi si può far funzionare con 30 kW…», sottolinea Marchetti. Oltre al danno, le beffe di ritardi che hanno dell´incredibile, quando finalmente a inizio 2007 (cinque anni dopo…) è finita la via crucis: «Siamo rimasti senza gas fino a metà gennaio, senza telefono fino a fine gennaio, senza internet fino a febbraio e senza energia elettrica fino oltre a metà gennaio. Per quasi due mesi ci siamo scontrati con i call center, con operatori anonimi che al primo cenno di problemi o contestazione facevano cadere la linea. L´attività è rimasta completamente bloccata, e abbiamo dovuto acquistare stabilizzatori di corrente per usare i computer, oltre a noleggiare un generatore (altri 10mila euro) senza avere la possibilità di far ripartire la produzione». Amara la sua chiosa finale: «C´è da riflettere e vergognarsi». E´ vero: l´Enel gli ha chiesto scusa, e si è affrettata a completare i lavori di sua competenza. Ma si è anche premurata di chiarire che le responsabilità non sono sue, non tutte comunque, che ci sono tempi tecnici di istruttoria in cui entrano altre amministrazioni, che alcuni dei costi sono legati a provvedimenti Cipe. Ma Giancarlo Piva, sindaco di Este, è categorico: «Il signor Marchetti ha ragione da vendere. Ci sono delle aberrazioni nella gestione dei servizi pubblici, i cui monopoli creano situazioni nelle quali i cittadini non sono clienti ma sudditi». E ci va giù dura l´associazione di categoria: «Quello della Ptm non è un caso isolato, nella nostra zona ci sono altre aziende che si trovano a dover gestire situazioni simili; è come se ci fossero due Paesi, uno che lavora e l´altro col freno a mano tirato», denuncia Roberta Gallana, responsabile di zona di Unindustria. Il cui presidente provinciale Francesco Peghin parla di «un castello kafkiano di disservizi, sovraccosti, irresponsabilità diffusa, arroganza dei monopoli pubblici e privati che lastrica il rapporto tra impresa privata soprattutto piccola, e settore dei servizi e dell´amministrazione pubblica». Con tutta la sua dirompente evidenza, la storia di Antonio Marchetti è solo una delle tante che spiegano perché la burocrazia sia il nervo più scoperto del Nordest, dopo le tasse: il termometro del settimanale Osservatorio gestito per Il Gazzettino da Demos & Pi la pone al secondo posto, con il mal di pancia di un nordestino su quattro, percentuale addirittura doppia rispetto al calvario delle infrastrutture, altro tormentone dell´area. Al capo geografico opposto della provincia di Padova rispetto alla "meridionale" Este, Sergio Zen, di Cittadella, presidente degli elettricisti di Confartigianato, denuncia che ci vogliono dai 12 ai 16 mesi di attesa per le aziende prima di poter ottenere dall´Enel l´allacciamento per impianti superiori a 1.000 kV: «Ci sono almeno dodici ditte della nostra zona la cui attività è paralizzata perché non arrivano i nulla-osta per gli allacciamenti; molti in attesa della linea finiscono per noleggiare generatori». E´ un virus che contagia tutte e tre le regioni dell´area, segnala Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest, che ha effettuato una ricerca su un migliaio di imprese con meno di 50 dipendenti. Oltre una su quattro dichiara di aver perso due giorni, nell´ultima settimana, tra pratiche e carte bollate; e oltre una su due protesta che il carico è eccessivo. Altro che bello, piccolo è doloroso, denuncia Vendemmiano Sartor, presidente di Confartigianato Veneto: «A Nordest i costi burocratici superano i 3 miliardi l´anno, oltre il 22 per cento del totale nazionale. E´ chiaro che a soffrirne sono soprattutto le microimprese, ciascuna delle quali ogni dodici mesi deve sacrificare 11.114 euro per rispettare gli adempimenti amministrativi connessi all´attività produttiva, una somma che incide per quasi il 30 per cento sul costo del lavoro. E´ una situazione non più sostenibile». Condividono e sottoscrivono, fra i tanti, gli artigiani del settore edile della friulana Pordenone, dove hanno fatto un conto particolare: in ogni cantiere, oltre a quelli da custodire nella sede legale dell´azienda, vanno obbligatoriamente conservati ben 50 documenti diversi solo per rispettare le norme sulla sicurezza. Commenta acido Claudio Dorigo, responsabile provinciale di categoria per Confartigianato, e vice presidente nazionale: «Sembra quasi che i legislatori credano all´assunto burocrazia eguale sicurezza. Nulla di più falso, perché tutto il tempo perso a compilare carte è sottratto alla valutazione sul campo dei rischi e alla prevenzione. E´ una sicurezza di carta che piace ai burocrati, ma non evita un solo infortunio». Per non parlare di controlli e sopralluoghi: «Gli enti che a vario titolo possono entrare in cantiere sono ben 19, c´è perfino la Guardia Forestale. E spesso veniamo sanzionati non per violazioni sostanziali, ma per aver dimenticato di fare qualche inutile fotocopia da mantenere in cantiere, accanto a sacchi di cemento, martelli e picconi». Non sfugge alla regola neppure il super-autonomo Trentino. Da dove Francesca Polli, presidente provinciale dei giovani imprenditori, spiega: «Anche da noi la burocrazia è un fardello, e a livello di settore la più penalizzata è l´edilizia. Molti dei colleghi titolari di aziende edili scherzano sul fatto che ormai sono più lunghi i corsi di aggiornamento obbligatori cui devono mandare gli operai, che non quelli di effettivo lavoro nei cantieri». E meno male che hanno ancora voglia di scherzare… Francesco Jori ************ Produce corde da violini ma lo frena mucca pazza. Di sicuro si può considerare la vittima più anomala della "mucca pazza". Mimmo Peruffo, titolare dell´azienda Aquila di Caldogno, alle porte di Vicenza (il paese di Roberto Baggio), si ritrova con la produzione a rischio proprio per via della normativa legata alla Bse (l´encefalopatia spongiforme). Il bello, anzi il brutto, è che lui opera in tutt´altro campo che gli alimentari: fa corde armoniche per chitarre, violini e altri strumenti. Un´attività antichissima, risalita dal sud al nord, nel Modenese e in Veneto. Oggi Aquila è una delle due sole aziende italiane del settore (l´altra è a Pescara), e una delle poche europee: la più vicina è a Norimberga. E´ una questione di burocrazia, legata a un regolamento europeo del 2001, che l´Italia ha recepito in modo estensivo, non limitandolo al solo uso alimentare. Accusa Peruffo: «Un´estensione assurda, perché il materiale che noi usiamo per la produzione è assolutamente inadatto al consumo umano. Viene tagliato a strisce longitudinali e conservato sotto sale; a fine processo le corde vengono verniciate, e in certi casi addirittura ricoperte con un filo di rame argentato. Oggi, con i vincoli posti dal decreto italiano, possiamo acquistare la materia prima solo da un´azienda argentina, troppo poco per poter garantire la produzione». Così ha fatto ricorso al Tar, ma intanto deve continuare a pagare dazio alla Bse della burocrazia.