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 2007  giugno 24 Domenica calendario

DUE ARTICOLI SU "I VICERÈ" DI DE ROBERTO

L´epopea del Risorgimento tradito. La Repubblica 24 giugno 2007. Federico De Roberto morì il 26 luglio 1927 a Catania, esattamente ottant´anni fa, in una giornata torrida, sbattendo la testa sopra un gradino. Era nato a Napoli il 16 gennaio 1861 e aveva sessantasei anni. Vitaliano Brancati lo ricorda negli ultimi anni di vita, «sempre vestito con molta eleganza, la caramella nell´occhio destro, pensieroso, assente», ancora attivo, ma amaramente incline al sospetto di essere "uno scrittore fallito", di cui nulla sarebbe rimasto. Da tempo circonfuso di un´aura di rispettosa indifferenza, neppure la morte gli rese giustizia, per la concomitanza con quella della assai più nota Matilde Serao. Da allora sono passati, come si diceva, ottant´anni e non si può dire che la fama dello scrittore sia rinverdita al punto da renderlo popolare. Ma certo nessuno oggi gli dedicherebbe meno righe che al "buon Enrico Castelnuovo" e a Mario Pratesi, come fecero rispettivamente Benedetto Croce e Natalino Sapegno; o, come Gianfranco Contini, giungerebbe a ignorarlo.
La sua fama resta legata al libro migliore, I Viceré, pubblicati in prima edizione nel 1894. Ma non sono poche le opere di rilievo, a partire dal romanzo L´illusione, uscito nel 1891, fino alla novella di guerra La paura, del 1921. Avviato agli studi tecnici dal padre, suo omonimo, gentiluomo e ufficiale dell´esercito borbonico, completò la sua educazione letteraria da autodidatta, affacciandosi presto alla carriera di scrittore. Il suo primo volume di scritti critici, Arabeschi, esce nel 1881; seguiranno tre raccolte di racconti, La sorte (1887), Documenti umani (1888) e Processi verbali (1890). In queste opere De Roberto appare al bivio tra due strade, quella di ossequio verghiano, o più genericamente naturalistico, e quella che fu definita "psicologistica", con riferimento a Paul Bourget. Da un saggio del 1890, Il secolo agonizzante, traspare la coscienza di trovarsi in un´epoca di sincretismi letterari, di coesistenze di opposti e di rapidi, talora repentini cambiamenti: «In arte oggi, come in politica, non si sa da quale parte rifarsi. Il naturalismo pareva l´ultima parola; ma non appena esso tentò di assodarsi, il simbolismo lo buttò giù; ed ecco che a sua volta il simbolismo boccheggia». Tutto ciò non è senza effetti sulla sua produzione narrativa e la rende, dal punto di vista tecnico, sempre estremamente interessante. Accade, ad esempio, in Ermanno Raeli, romanzo del 1889 rigurgitante di materia bourgetiana, di avvertire il senso di un dissidio tra coscienza e realtà in cui sembrano risuonare armoniche precorritrici del primo Svevo, quello di una Vita, pubblicata solo tre anni dopo.
L´illusione racconta la vita di una donna, tema che rinvia al Flaubert dei grandi romanzi e al Maupassant di Une vie. Protagonista è Teresa Uzeda di Francalanza, figlia del conte Raimondo, che nei Vicerè apparirà di scorcio, ancora bambina. Il racconto della sua vita parte dall´infanzia e giunge alle soglie della vecchiaia. Teresa è, nel contesto dell´ambientazione aristocratica, un´anima fervida, a suo modo buona e assetata d´amore, che si lascia prendere dalla vita e si ritroverà delusa e sola: «E sul momento di chiudere gli occhi per sempre, la vita che prima di essere vissuta era piena di tante promesse non si riduceva a un mero sogno, a una grande illusione, tutta?».
Il severo schopenauerismo di Maupassant si traduce in una vibrazione di timbro leopardiano, che ritroveremo, amplificata fino al nichilismo, nel romanzo postumo L´imperio. Dal punto di vista narratologico, L´illusione introduce nel romanzo italiano di fine Ottocento un fermento jamesiano: tutta la narrazione, benché in terza persona, è filtrata dal punto di vista di Teresa, e il discorso indiretto libero, grande vettore di obbiettività in Zola e Verga, consegna il mondo alla percezione prima della bambina, poi della ragazza e della donna.
Nei Viceré De Roberto riprende il proposito verghiano inadempiuto della rappresentazione della "vanità aristocratica", che doveva essere trattata nella Duchessa di Leyra, per poi proseguire con L´onorevole Scipioni e L´uomo di lusso. Il grande romanzo polifonico, che proietta l´assunto corale dei Malavoglia ai livelli più alti della scala sociale, si apre con la morte della vecchia principessa Teresa e le liti dei parenti intorno al testamento. Il tema della "roba" è strappato al mondo rusticano, pressoché immobile di Verga, e posto al centro di vasti, complicati scenari storico-politici: la conquista garibaldina, la formazione del Regno d´Italia, l´accesso nei quadri dirigenti del nuovo Stato della vecchia aristocrazia borbonica, abilissima nel riciclarsi. La narrazione abbraccia gli anni dal 1850 al 1880 e ingloba macro e microcosmi, storie individuali e collettive, in cui si scatenano passioni violentissime. Solo le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo possono competere con I viceré per la ricchezza del tessuto narrativo, il numero dei personaggi e le straordinarie coreografie, fra cui spiccano le scene delle sommosse popolari, le battaglie garibaldine, i matrimoni, i funerali, i comizi, gli uffizi religiosi, la fuga dalle campagne invase dal colera. Sul fondo, l´idea manzoniana della inconsistenza e inutilità della storia, eterno ritorno delle passioni, follie e stupidità umane, cui corrisponde la fissità del potere, sempre uguale a se stesso, quali che siano le sue forme. Sono temi che s´individuano in un balletto di maschere ricollegabile all´ultimo Verga e rinviano al gioco delle parti di Luigi Pirandello. Nascono qui i motivi del Risorgimento tradito, dell´inutilità del fare, la logica pervicacemente italiota della necessità di cambiare tutto perché nulla cambi. I Viceré inaugurano splendidamente una serie di opere a venire sulle recenti vicende della storia del meridione, e sulla storia d´Italia nel suo complesso, che ingloba, oltre al Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, anche I vecchi e i giovani di Pirandello, nonché i bellissimi Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e Signora Ava di Jovine, fino ad alcuni racconti del Mare colore del vino di Leonardo Sciascia.
Giuseppe Leonelli


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"Nelle sue pagine la natura del potere". La Repubblica 24 luglio 2007. Catania. Fu un uomo sfortunato Federico De Roberto, anche dopo la morte: il suo nome venne preso in ostaggio dall´esaltazione provinciale catanese, poi dal fascismo. Bisognerà aspettare il dopoguerra per la riscoperta, culminata nell´intervento di Leonardo Sciascia su Repubblica il 14 agosto 1977, cinquant´anni dopo la morte. Se nel Gattopardo la frase chiave è di Tancredi («Se vogliamo che tutto rimanga com´è, bisogna che tutto cambi»), nei Vicerè è il principe Uzeda a sostenere che «l´ideale della democrazia è aristocratico».
Lo storico Giuseppe Giarrizzo, ha, insieme con il professor Branciforti, la tutela dei manoscritti derobertiani ceduti dagli eredi. «Né I Vicerè né Il Gattopardo furono pensati e scritti con lo scopo di farne documento e testimonianza», spiega Giarrizzo, «per cui nessuna critica può ridurne l´opera a riassunto simbolico del tempo e dei luoghi. I Viceré vogliono essere una saga familiare che dà corpo narrativo a una storia "naturalistica" di decadenza morale e fisica di un ceto dominante, secondo tesi correnti in quegli anni di neo-darwinismo, di "selezione dei peggiori". Di quella saga L´imperio voleva essere il seguito. I due romanzi propongono un´interpretazione della natura del potere, del suo esercizio e della tragica ricaduta sui soggetti che lo detengono che colloca l´opera di De Roberto tra le maggiori della letteratura europea del periodo».
 un´analisi del potere ancora attuale?
«Oggi che De Roberto ha scontato il pregiudizio provinciale dominato dal confronto con Verga prima, e con Pirandello poi, la sua opera è riuscita ad alimentare interessi e confronti attuali attorno al carattere del potere, ai suoi modi di costituirsi e di trasmettersi. L´investitura, la legittimità su base ereditaria, il carisma diretto o invertito, il contagio endemico, l´imbalsamazione dei "mostri" in uno stanco collezionismo nobiliare fatto di mirabilia e di Wunderkammer».
I viceré, Il Gattopardo, la letteratura siciliana da Verga a Sciascia e Camilleri, hanno formato una certa idea della Sicilia, che sta tra l´oleografia, il trasformismo e il fascino della disperazione. Che cosa ne pensa la storiografia?
«Nessuno di questi libri è una chiave per interpretare la Sicilia passata e presente. La Sicilia e il Mezzogiorno rischiano di diventare anch´essi una metafora, che ne ignora le profonde diversità, e che tende a farne, attraverso la "questione meridionale", un soggetto politico unitario. Non è un caso che Sciascia abbia fatto propria la tesi di Mack Smith del trasformismo come carattere della nuova Italia, di tutta l´Italia, del Sud come del Nord».
Il Risorgimento nel Sud fu un fenomeno ristretto a una élite e con caratteri di trasformismo o ebbe una dimensione di massa?
«Tra la Rivoluzione francese (e napoletana) e la liberazione garibaldino-crispina del Mezzogiorno vi fu una crescente politicizzazione delle masse contadine del Sud. Non comprendo come si possa dare senso alla formazione dell´Italia a Stato nazionale interpretando l´iniziativa meridionale come un traino faticoso a opera di un Nord liberale ed eroico».
Ma che rapporto vi era nel Sud tra i concetti di libertà e di patriottismo?
«Il rapporto tra patria-nazione e libertà si modifica, e non solo nel Sud, in conseguenza dell´emigrazione nel periodo 1890-1915. Sono gli emigrati a dare corpo all´Italia "fuori d´Italia", con riflessi importanti anche nel costituirsi di un nazionalismo vero e proprio. La struttura che gli emigrati riproducono nella nuova terra è quella della solidarietà familiare e di vicinato, che si erano portati dietro dal contesto di origine e che ha reso possibile l´impianto delle mafie napoletana o siciliana. Ma non lo ha generato, come il caso veneto dimostra».
Giustino Fabrizio