Domenico Siniscalco, Corriere della Sera 23/7/2007, 23 luglio 2007
La stampa mondiale, negli ultimi tre giorni, ha ampiamente commentato la notizia che la Cina è ormai diventata la terza potenza economica mondiale, dopo Stati Uniti e Giappone, davanti agli altri partner del G7
La stampa mondiale, negli ultimi tre giorni, ha ampiamente commentato la notizia che la Cina è ormai diventata la terza potenza economica mondiale, dopo Stati Uniti e Giappone, davanti agli altri partner del G7. Il sorpasso è dovuto a quasi trent’anni di sviluppo impetuoso: tra l’avvio delle riforme, nel 1978, e il 2007, l’economia cinese è cresciuta a un tasso medio annuo del 9,7 per cento e tanto sviluppo ha cambiato la faccia del Paese. I primi commenti sui nuovi dati, in una logica quasi da «cronaca sportiva», si sono limitati a evidenziare il sorpasso ai danni di tutti i principali Paesi europei. Articoli più approfonditi, come quello di Francesco Sisci su La Stampa di venerdì scorso, hanno richiamato l’attenzione sui nessi tra la crescita e gli squilibri interni nell’economia cinese: migrazioni, inflazione, prezzi degli immobili, potere d’acquisto, distribuzione del reddito, corruzione. Alla base di tanti problemi un paradosso: l’apparente impossibilità di raffreddare la crescita, che ha ormai raggiunto il 12 per cento con punte del 25 per cento nella zona costiera, e la conseguente impossibilità di controllare i più gravi fattori d’instabilità. Nonostante cinque aumenti di tassi d’interesse negli ultimi quindici mesi, infatti, la crescita cinese continua ad accelerare trainata dalle esportazioni. In aggiunta a queste considerazioni, pur fondamentali per capire la crescita cinese, vale la pena di fare un passo oltre e discutere il ruolo della Cina nell’economia mondiale e in particolare il suo impatto sulle economie europee. La dimensione della Cina e le caratteristiche specifiche del suo modello di integrazione stanno cambiando la stessa natura della globalizzazione. E non sempre si comprende che le diverse dimensioni dell’integrazione hanno effetti combinati. Con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, e con la liberalizzazione del mercato dei capitali, si assiste a un salto qualitativo nell’integrazione economica mondiale. Sul piano reale, la Cina, seguendo il sentiero dell’Asia, diventa sempre più l’area manifatturiera per eccellenza, non soltanto nei prodotti tradizionali ma anche nei prodotti a media tecnologia. Alcuni prodotti, direi in gran parte, sono di buona qualità; altri, come si è visto, sono contraffazioni pericolose per salute e sicurezza. Gli enormi surplus commerciali, e l’accumulo di riserve che ne è seguito, si traducono specularmente in un afflusso di capitali negli Usa e in Europa. Così la ripresa sostenuta e senza inflazione che è seguita nel mondo all’11 settembre del 2001 è in qualche modo figlia della Cina, che ha tenuto bassa l’inflazione mondiale e soprattutto i tassi d’interesse. Per quasi un decennio le autorità cinesi hanno usato l’Occidente come una banca commerciale: investendo i propri fondi a breve, soprattutto in Usa, e prendendo a prestito a lungo termine dall’Occidente, sotto forma di joint ventures e investimenti esteri diretti. Più recentemente, questa struttura sta cambiando: le autorità cinesi hanno creato fondi sovrani per gestire la ricchezza e investono in aziende e immobili; il flusso di investimento si sta ribilanciando verso altre aree, tra cui l’Euro. Di qui l’attenzione e la preoccupazione dell’Europa e delle autorità Usa, che ipotizzano varie forme di golden share (diritti speciali dell’azionista), paventando acquisizioni massicce di aziende e attivi, fuori dalla logica del mercato; attraverso i fondi sovrani. A fianco dell’integrazione economica, vi è poi un’interdipendenza sociale, che appare forse l’area più critica. Lo sviluppo cinese, e l’emergere di una classe media in quel Paese, hanno messo sotto pressione le classi medie occidentali, ancora in cerca di politiche e modelli adeguati. La stessa immigrazione dalla Cina sta assumendo un peso crescente anche per le norme sociali e di convivenza in molti Paesi occidentali. Per tutti questi motivi è logico ritenere che l’integrazione tra Cina e Occidente sia solo agli inizi e richieda un misto di mercato, regolamentazione e buone politiche. In questa riflessione, è fuorviante pensare alla Cina come a un Paese emergente. La Cina è una delle civiltà più antiche e sofisticate del mondo. Ha generato il primo Stato unitario sin dal 200 avanti Cristo. Ha originato le grandi innovazioni dell’era moderna, dalla carta, alla stampa, alla polvere da sparo, alla bussola. Nessuna sorpresa, dunque, sul fatto che stia tornando ad assumere un ruolo egemonico in Asia e rilevante nel mondo. Il futuro dell’integrazione tra Cina e Occidente è ancora da definire, ma sicuramente sin da ora è possibile ipotizzarne alcune conseguenze di fondo. Sul piano economico occorrono mercati e meccanismi di tipo globale, che rendono ulteriormente obsoleti gli steccati nazionali. Sul piano sociale e politico, simmetricamente, ha senso ragionare su una transizione da un mondo di Stati nazionali a un mondo di «imperi» definiti in senso moderno e connessi tra loro sul piano economico e finanziario. Aree integrate per identità sociali e culturali (come gli Usa, l’Europa, o appunto la Cina), tenute insieme da interessi convergenti e decisioni politiche, dove contano meno gli Stati e pesano di più regioni e città. Una struttura più antica, spinta dalle tendenze più moderne.