Carlo Vulpio, Corriere della Sera 23/7/2007, 23 luglio 2007
BUCAREST
una delle tre cose che, dicono, si vedono dalla Luna, insieme con la Muraglia cinese e il Pentagono americano. La Casa del Popolo romena è un palazzo enorme, un inno al Potere assoluto e centralizzato, che il Conducator di Romania, Nicolae Ceausescu, e sua moglie Elena fortissimamente vollero, ma che per pochi mesi non fecero in tempo a inaugurare, perché furono entrambi fucilati quando il regime venne rovesciato, alla fine del 1989.
Seconda per superficie soltanto al Pentagono, la Casa del Popolo è il terzo edificio al mondo per volumetria, dopo il Cap Canaveral Rocket Building, in Florida, e la piramide di Quetzalcoatl, in Messico. stato anche grazie ai suoi grandi numeri, se l’ultima piramide di uno degli ultimi faraoni contemporanei è sopravvissuta alla rabbia e alla voglia di abbatterla dei romeni, che in questo palazzo hanno versato le lacrime e il sangue di una generazione.
Di questo edificio, in realtà, ancora oggi si sa poco, tanto che quasi tutte le notizie che lo riguardano e che circolano su Internet sono sbagliate. Come, per dirne solo una, le 7.000 stanze (che in realtà sono 3.107) attribuitegli dal Guinness book. Ma soprattutto è «cosa c’è sotto» che non si era mai potuto sapere, vedere, raccontare. E che oggi, dopo l’ingresso nella Romania nella Ue, il Corriere può svelare, grazie anche a Ion Iliescu, l’ex compagno di partito che detronizzò Ceausescu e poi è stato presidente della Romania per dieci anni. La Casa del Popolo, dice Iliescu, «nacque per soddisfare la megalomania del Conducator ». Ma poiché doveva anche custodire i segreti del regime, ecco la cura particolare dedicata ai sotterranei. Ufficialmente, qui sotto vi sono 3 piani, che si aggiungono ai 17 fuori terra. «Ma quanti sono in realtà nessuno lo dirà mai, potrebbero essere anche il doppio», dice Daniela Popa, vicepresidente della Camera dei deputati e probabile futuro ambasciatore in Italia. I segreti della Casa sono in gran parte sconosciuti ai suoi stessi inquilini.
Mentre i visitatori, circa 1.500 al giorno, possono accedere solo a quella parte dell’edificio che ospita il Parlamento e le sale più eleganti (nelle altre tre ali dovevano alloggiare il governo, il Consiglio di Stato e il comitato centrale del partito). Sotto, invece, e solo per la parte che si può vedere dopo una trafila di autorizzazioni a cui, come dicono qui, «manca soltanto la firma di Dio», ecco la «cittadella » descritta da Ion Iliescu. Piccoli appartamenti antiatomici attrezzati di tutto punto, «in cui la famiglia e l’entourage di Ceausescu avrebbero potuto rifugiarsi in caso di grave pericolo o attacco militare ». Un labirinto di stanze ed enormi magazzini in cui stivare tonnellate di viveri e ogni altra cosa ritenuta necessaria. Un reticolo di tunnel percorribili in auto che collega la Casa del Popolo, l’Accademia militare, la presidenza della Repubblica e i due aeroporti di Bucarest. Vietato fotografare, naturalmente. L’area, come le altre in cui si sono accasati Nato, servizi segreti e organismi di sicurezza internazionali, è coperta da segreto di Stato.
L’idea di realizzare l’opera, dice Iliescu, «nacque dopo che Ceausescu criticò l’Unione Sovietica per l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Da allora, Mosca lo tenne nel mirino e Ceausescu, per evitare l’isolamento e forse qualcosa di peggio, guardò ancora più a Est». Alla Cina di Mao Tse Tung, al Vietnam di Ho Chi Min. E alla Corea del Nord del terribile Kim Il Sung. Visite sempre più frequenti, fascinazione sempre più intensa, voglia sempre più esplicita di importare a Bucarest, che per la sua architettura pre-regime veniva chiamata «la piccola Parigi», il modello-Pyongyang.
«E infatti, questo palazzo è un raro esempio di stile "greco-coreano" – dice Razvan Teodorescu, storico dell’Arte ed ex ministro della Cultura ”. In pratica, è una schifezza che i romeni non accetteranno mai. Non potrà mai diventare il simbolo del Paese, come la Torre Eiffel per la Francia».
Dopo diciassette anni, le lacerazioni estetiche e urbanistiche si sono un po’ affievolite. Non quelle umane.Perché per far posto al Palazzo e al maestoso boulevard Unirii, più lungo (di 4 metri) degli Champs Elyseés di Parigi, vennero abbattute diecimila case e venti monasteri, rasa al suolo una collina e cacciate dalle proprie case 40 mila persone. Molti di loro non ce la fecero a sopportare lo sradicamento, ma ancora oggi non si conosce il numero di tutti coloro che per questa ragione si suicidarono. Solo in un altro caso si era intervenuti con la stessa brutalità. A Berlino, nel 1938, per volere di Hitler. Lì, per costruire il Palazzo del Turismo, il primo edificio di un serpentone lungo 7 chilometri e largo 120 metri, «l’architetto del Reich » Albert Speer fece abbattere 52 mila appartamenti e buttar fuori dalla sera alla mattina chi vi abitava.
L’architetto del regime romeno, invece, è una donna. Si chiama Anca Petrescu e oggi è deputato del Prm, partito di estrema destra. Era lei che ogni sabato, dal 1984 al 1989, accompagnava in giro per il cantiere Elena e Nicolae Ceausescu (o il suo sosia, dal quale ogni tanto il Conducator si faceva sostituire per il timore di essere assassinato). Ma Anca Petrescu, che ha vinto il concorso nazionale per progettare la Casa del Popolo nel 1981, proprio l’anno in cui Speer è morto, difende la sua «creatura» e non vuol sentir parlare di piramidi. «Una ragione ci sarà – dice la signora Petrescu ”se Newsweek ha incluso la Casa del Popolo tra le nuove meraviglie del mondo moderno, accanto all’Opera di Sidney e al Golden Gate di San Francisco».
Secondo lei, che dei sotterranei dice di conoscere l’esistenza di un solo piano, adibito ad «area tecnica», ciò che più conta di quest’opera è l’imponente lavoro umano. «La casa del Popolo – dice con orgoglio – è l’ultima grande opera dell’architettura moderna e contemporanea i cui progetti, anche quelli delle decorazioni, non sono stati disegnati al computer, ma a mano e in dimensione naturale». L’opera però non è stata ancora completata. Il restante 20 per cento, forse, sarà terminato entro l’anno prossimo. Ma per farne cosa, non lo sa nessuno.
Infine i costi di gestione, elevatissimi. Appena alleviati dagli introiti di summit e convegni e, da poco, anche del cinema. Quando la Chiesa gli ha negato il permesso di girare in Vaticano il suo ultimo film, Costa Gavras ha scelto la Casa del Popolo. E «Amen». Che è il titolo del film.
Carlo Vulpio