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 2007  luglio 23 Lunedì calendario

Il voto-confronto tra le due anime della Turchia ha indicato, senza tentennamenti, vincitori e vinti

Il voto-confronto tra le due anime della Turchia ha indicato, senza tentennamenti, vincitori e vinti. I primi sono gli islamici moderati, i laici sono gli sconfitti. C’è quasi un plebiscito per l’Akp, il partito della giustizia e dello sviluppo, che si rafforza notevolmente in tutto il Paese. Per il suo leader Recep Tayyip Erdogan, di gran lunga l’uomo politico più popolare, è un trionfo. Avrà la maggioranza assoluta e potrà governare senza bisogno di aiuti esterni. Ma anche un evidente trionfo può avere un amaro retrogusto. Pur avendo raccolto una messe di consensi da far arrossire d’invidia molti leader europei, Erdogan non potrà contare, come sperava, su quei due terzi dei seggi necessari per eleggere il presidente della Repubblica e cambiare la Costituzione. Ci era andato vicino nelle elezioni del 2002, quando sbaragliò gli avversari con un modesto 34,3 per cento. Stavolta, pur osannato da quasi la metà dei sui compatrioti, è stato frustrato dall’aritmetica della legge elettorale. A fargli un fastidioso sgambetto non è tanto il previsto risultato del partito repubblicano del popolo (Chp), che si conferma seconda forza, ma sono gli ultranazionalisti (Mhp), che hanno quasi raddoppiato i voti e, con la loro affermazione, hanno portato a tre i partiti presenti in Parlamento, correggendo al ribasso le speranze dei vincitori. Tra tutti i risultati possibili, dalle urne turche è uscito un contagioso desiderio di stabilità. Più che le emozioni e le passioni dei laici, ha prevalso la convinzione che soltanto la vittoria dell’Akp avrebbe potuto cementare la già invidiabile crescita del Paese, accompagnandola a un benessere sempre più diffuso e alla volontà di accelerare le riforme. Era parso evidente, nelle ultime ore, come il mondo del business, tradizionalmente vicino ai laici, avesse deciso di abbandonare le suggestioni del passato e di scegliere l’uomo, Erdogan appunto, diventato sinonimo di apprezzato decisionismo. Anche le minoranze religiose – cattolica, ortodossa, protestante, armena – avevano annunciato che per frenare l’aggressività degli ultranazionalisti era necessario scegliere il minor male, cioè l’Akp. Ecco perché, a sorpresa, gli islamici moderati sono riusciti non soltanto a confermarsi nelle regioni che già controllavano, ma a sfondare anche in alcune roccaforti dei laici, umiliando le aspettative dei repubblicani di Deniz Baycall, impegnati a diffondere un incubo: che il rafforzamento di Erdogan avrebbe provocato la graduale e temuta islamizzazione del Paese. Una paura che invece ha fatto breccia nella parte più estrema dell’elettorato laico, come la crescita dei «lupi grigi in doppiopetto» dimostra. Gli altri partiti, che procedevano in ordine sparso a tutto vantaggio dell’Akp, sono andati a naufragare contro la diga del 10 per cento: salto obbligato per entrare in Parlamento. La Turchia si scopre socialmente più solida e compatta, anche se ora il rischio è una radicalizzazione degli estremismi. Ma il quadro generale potrebbe non dispiacere alle forze armate, custodi della tradizione laica del Paese. Seppur informalmente, numerosi generali, pur essendo convinti che l’onda Erdogan non si potesse fermare, avevano lasciato intendere che l’importante era evitare che l’Akp ottenesse i due terzi dei seggi. Se vi fosse arrivato, sarebbe stato facile eleggere il capo dello Stato e avere la possibilità di nominare i vertici militari e giudiziari. Ipotesi ritenuta inaccettabile, anzi catastrofica. Ma il trionfo di Erdogan, incoraggiato dai mercati internazionali, dalle centrali finanziarie, dagli Stati Uniti e dalla stessa Unione Europea, può avere molte positive ricadute.Liberato dalle convenienze della campagna elettorale, dove l’adesione all’Ue sembrava un argomento tabù, il premier può ora rilanciare l’urgenza di riprendere il cammino. E poi molti accostano all’immagine della nuova Turchia quella di un consolidato sistema islamico- moderno, e soprattutto democratico, da offrire come modello a tanti Paesi musulmani moderati in cerca di identità e di stabilità.