Gianni Trovati, Il Sole 24 Ore 18/7/2007, 18 luglio 2007
IL SOLE 24 ORE, 18/7/2007
GIANNI TROVATI
Anche senza arrivare alle truffe e alle false timbrature, come quelle che ieri hanno portato ai 12 arresti di Perugia, le assenze in sanità sono un fatto tutt’altro che eccezionale. Nel 2005, secondo gli ultimi dati, ognuno dei quasi 636mila dipendenti del comparto è stato lontano dal lavoro 26,7 giorni.
Se nel calcolo si comprendono anche le ferie e i permessi non retribuiti, il conto schizza a 58,7 giorni pro capite. Un giorno lavorativo su quattro, insomma, si perde nei mille rivoli dell’assenza. A primeggiare sono le Province autonome di Trento e Bolzano, situazioni in cui pesano anche regole particolari sui permessi, mentre Abruzzo ed Emilia Romagna vincono la gara fra le Regioni a Statuto ordinario. I dipendenti della sanità abruzzese, poi, sono anche quelli più travagliati dai problemi di salute, che li costringono a presentare certificati medici per 17,5 giorni all’anno a testa.
Anche la sanità, insomma, partecipa a pieno titolo alla "deriva improduttiva" che colpisce il pubblico impiego. E che nel 2005, secondo la rilevazione più recente della Ragioneria generale dello Stato, ha provocato la valanga di malattie e permessi retribuiti che hanno tenuto lontano dagli uffici i 3,5 milioni di dipendenti della Pa per 67 milioni di giorni. Ad alimentare il diluvio di scrivanie vuote c’è di tutto. Ci sono i recordmen dell’assenteismo, artisti del raggiro per i quali stare lontani dall’ufficio diventa una missione impegnativa come un lavoro. Il loro principe è il vigile di quartiere milanese che in meno di dieci anni aveva cambiato 33 medici di base, riuscendo a infilare 1.620 giorni di assenza. Avrebbe potuto essere scalzato dal suo trono dalla dipendente di un provveditorato che in due anni era andata a lavorare 49 giorni, se la Cassazione nel 2005 non ne avesse fermato la corsa.
E poi c’è chi del posto di lavoro conosce più che altro l’ingresso, dive timbra un attimo prima di allontanarsi per occupazioni più urgenti. Come i 57 dipendenti comunali di Gallipoli e Nardò denunciati a marzo, pescati dai carabinieri tra le bancarelle del mercato rionale o ai tavolini di un bar poco dopo aver registrato la presenza in municipio. Ma ci sono anche i lavoratori che nelle statistiche sono penalizzati da gruppi di colleghi che collezionano assenze a raffica. Come alle Poste, dove la Corte dei conti ha scoperto che nel 2005 un terzo dei dipendenti non aveva mai saltato un giorno, e più di 600mila giorni di malattia erano stati accumulati da circa 12mila impiegati (meno di un decimo del totale).
Se è vero che per combattere un fenomeno bisogna conoscerlo, per l’assenteismo pubblico la lotta si annuncia dura. Come hanno mostrato anche le inchieste pubblicate dal Sole-24 Ore nei mesi scorsi, infatti, è sul fronte dei controlli più ovvi che si aprono le falle maggiori. Al Viminale, stando ai dati ufficiali, l’attaccamento al lavoro è più che esemplare, al punto che nel 2005 i dipendenti hanno totalizzato meno di 10 giorni di ferie a testa. Poco meno «virtuosi» i dipendenti delle Regioni Campania e Calabria, che si sono fermati vicino a quota 16 giorni di ferie l’anno. Al Comune di Siracusa e alla Provincia di Cremona nessuno si ammala e nessuno chiede permessi. In Provincia di Ascoli Piceno, invece, hanno dovuto aspettare la pubblicazione dei dati sul Sole per scoprire gli «errori materiali» con cui i loro uffici hanno gonfiato i numeri ufficiali. Ora la Ragioneria dello Stato prova a correre ai ripari, prevedendo moduli più dettagliati nei dati da inviare quest’anno e sottolineando le sanzioni per chi trasmette prospetti incompleti o sbagliati.
Ma i problemi nascono molto prima dei calcoli di via XX settembre. Al Comune di Napoli, per esempio, il 90% dei 13mila dipendenti lavora lontano dalla sede centrale di Palazzo San Giacomo, e non timbra il cartellino per il semplice fatto che i cartellini non esistono. E a Giugliano (110mila abitanti alle porte del capoluogo partenopeo) quando il sindaco ha deciso di introdurre un badge in grado di riconoscere l’indice della mano destra dei dipendenti, i sindacati hanno sbottato: «Qui non siamo alla Cia!».
LA STAMPA, 10/10/2007
Non sono contento, se fosse dipeso da me quelle persone non sarebbero state reintegrate». Maurizio Rosi, l’assessore regionale alla Sanità, non ci sta a far passare il sistema sanitario umbro come una cricca di nullafacenti.
Dopo gli arresti, la Regione aveva utilizzato lo slogan «tolleranza zero» contro gli assenteisti. Ora si scopre che tutti, tranne uno, hanno ripreso servizio nello stesso ospedale. Come lo spiega?
«Il reintegro non dipende da noi, né dall’azienda ospedaliera, ma soltanto dalla magistratura. Noi rispettiamo il lavoro dei giudici e aspettiamo di vedere la fine delle indagini. Non dimentichiamo che la Regione Umbria è parte lesa in questa vicenda».
E la tolleranza zero?
«Allora dissi "tolleranza zero" e lo ribadisco oggi».
Ma non è imbarazzante in ogni caso vedere quelle persone di nuovo al lavoro?
«Sì, e le dico di più: se dipendesse da me, non sarebbero mai stati reintegrati».
Cosa state facendo per contrastare il fenomeno dell’assenteismo?
«Intanto l’azienda ospedaliera di Perugia ha già attuato dei provvedimenti per migliorare il sistema di controllo dei dipendenti. Poi la Regione ha creato, nel luglio scorso, subito dopo gli arresti, una commissione d’inchiesta per capire davvero come sono andate le cose. La prossima settimana arriveranno i risultati e vedremo».
Secondo lei si tratta di un fenomeno più ampio di quello emerso dall’inchiesta della magistratura?
«Qui voglio essere chiaro: la gran parte dei dipendenti della sanità umbra è assolutamente onesta. Non bisogna generalizzare. Abbiamo investito tante risorse, e il Santa Maria è un ospedale all’avanguardia, che cura pazienti anche da fuori dell’Umbria. La nostra sanità funziona benissimo senza ticket. Lo scandalo dell’assenteismo non scalfisce tutto quello che c’è di buono». /
Tutti al lavoro. I fantasmi della corsia si sono rimaterializzati. Accusati a luglio di assenteismo e sospesi dal servizio, chirurghi, infermieri e impiegati dell’ospedale di Perugia sono già tornati a quel lavoro che spesso e volentieri abbandonavano per dedicarsi ad altro. Tutti tranne uno. Ieri, il tribunale del Riesame ha respinto l’ennesimo ricorso del caposala Luciano Brugnoni, 43 anni, quello che secondo l’accusa l’aveva combinata davvero grossa: arrivava, timbrava, poi saltava regolarmente su un’auto aziendale e se ne andava per i fatti suoi.
Verrà anche il suo turno, prima o poi reintegrano anche lui. Intanto, ecco gli altri 11 «fannulloni» alle prese con una vita che forse neanche ricordavano, tra degenti da operare, esami da refertare e pasti da consegnare, in questi stanzoni dove l’odore della malattia si mescola con quello del disinfettante. Sono tornati alla spicciolata e soprattutto in silenzio, ma la loro presenza non passa inosservata. Le maglie larghe della legge, l’abilità degli avvocati, l’eterno vizio italiano di scandalizzarsi un giorno e perdonare il giorno dopo, sono ora al centro di una dura polemica che attraversa i padiglioni e investe la città.
L’azienda si chiude in un imbarazzato silenzio, i colleghi («Niente nomi, per carità») si dividono. C’è chi se la prende con la giustizia morbida («Quelli hanno sputtanato tutti noi, dovevano essere licenziati in tronco») e chi ha già perdonato: «Sono padri di famiglia: avranno sbagliato ma bisogna pensare anche ai loro figli».
Nel frattempo continuano le indagini dei magistrati e, secondo le indiscrezioni, a breve si arriverà al processo. L’inchiesta peraltro non riguarda soltanto i 12 finiti in manette lo scorso luglio. Nel mirino ci sono altri 68 dipendenti iscritti nel registro degli indagati, dei quali la procura non rivela il nome, ma a quanto si apprende si tratta sempre di medici e infermieri.
L’unico a non poter tornare a lavoro è Luciano Brugnoni. Se ha davvero usato un’auto dell’ospedale dovrà rispondere anche di peculato. Negli interrogatori aveva giustificato così le fughe dalla corsia: «Vero, me ne andavo, ma lo facevo per assistere i malati a domicilio, sempre gratis». Lui e la moglie, l’infermiera della chirurgia Fabiola Rosati, furono i soli a finire in carcere. Dopo più di un mese, la detenzione di Brugnoni è stata tramutata in arresti domiciliari. Dal 3 settembre è libero. Ora vuole tornare in ospedale, ma ieri il tribunale ha rigettato il ricorso del suo legale, Giuseppe Caforio. Brugnoni protesta: «Sono tornati tutti, ora voglio lavorare anch’io, non è giusto».
L’azienda ospedaliera non vuole spiegare le proprie ragioni. E si capisce: il reintegro dei presunti assenteisti è stata una scelta obbligata, dal momento che il giudice per le indagini preliminari ha annullato il divieto al lavoro, e provvedimenti disciplinari potrebbero essere impugnati con relativa semplicità dagli avvocati. Intanto, sono state prese nuove misure per il controllo dei dipendenti, come l’impossibilità di duplicare il badge e molte restrizioni per i permessi.
Il ritorno degli undici sta turbando la vita dell’ospedale. Oggi come ieri a far discutere è più che altro la severità delle misure prese dalla magistratura e l’attenzione dei media, accusati di aver offeso la dignità dei lavoratori dell’azienda. Di questo atteggiamento non si stupisce padre Nicola, cappellano dell’ospedale, che con aria disincantata spiega: «Qui c’è stata soprattutto solidarietà verso le persone coinvolte».
Il fatto è che a Perugia l’operazione di luglio è sembrata a tutti eccessiva, e in molti si chiedono perché non si sia intervenuti con strumenti diversi. Tra questi Aurelio Dozzini, segretario di Chirurgia del Santa Maria della Misericordia e consigliere comunale dello Sdi: «Sarebbe stato meglio un provvedimento interno invece che far intervenire i carabinieri. Quelle sono cose da stato di polizia. Non si può considerare connivente chi lavorava con queste persone. In ogni caso oggi un po’ d’imbarazzo c’è».
A qualcuno, però, proprio non va giù il fatto di dover lavorare accanto a colleghi che con queste irregolarità hanno screditato tutta una categoria. «Non li dovevano far tornare - protesta con garbo un infermiere durante la pausa pranzo - la loro presenza danneggia quelli che lavorano davvero. Ora i pazienti ci chiedono se anche noi siamo dei nullafacenti. Il fatto è che chi sbaglia non paga mai, pensi che una di quelli è stata anche promossa, ora fa la segretaria di un primario». Malignità, certo, ma anche il segno che la serenità tanto sbandierata al Santa Maria della Misericordia è solo di facciata.
«Non si deve infangare il nostro lavoro, non siamo l’ospedale dei fannulloni», ripetono tutti. «La nostra struttura rappresenta un’eccellenza, qui vengono a curarsi da tutta Italia», spiega Lucio Crinò, primario di Oncologia. E aggiunge: «Non si può buttare tutto nel cestino solo per il comportamento censurabile di 12 persone, si tratta di personaggi marginali, per conto mio invece di riprenderli si doveva sospenderli per sei mesi, probabilmente le norme non lo consentono...».
Oggi, alle 6.30+++, l’infermiere che poche settimane fa lasciava camice e sigarette sul tavolo della caposala e fuggiva con un’amica, è atteso in sala operatoria. Buon lavoro.