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 2007  luglio 22 Domenica calendario

LUGANO

Entra in scena ed è un´apparizione buffa e stregata. Chioma fluente e selvaggia con striature bianche, tacchi alti su cui incede con qualche incertezza, giacchetta nera col bordo sghembo. E sotto, uno dei suoi gonnoni vasti e fuori dalle mode. Una profuga di nobili ascendenze o un´avventuriera in fuga. Il volto è chiuso, emana quasi imbarazzo. Come a dire: non guardatemi troppo, non mi giudicate, attenti che sono pronta a scappare. «Subito prima del concerto mi assale il panico», confesserà più tardi Martha Argerich. «Da giovane avevo veri e propri attacchi, mani gelate, gambe che tremavano così forte che dovevo colpirle per bloccarle. Ma quando suono passa tutto». E infatti appena siede alla tastiera c´è il miracolo. Lievità nella padronanza ferrea dello strumento, profondità del gioco emotivo, naturalezza che dà l´illusione di un suono che sembra sgorgarle dalle dita. Il viso prende luce, conquista magnetismo e bellezza.
 la bellezza leggendaria della Argerich, oggi la massima pianista al mondo. Detto così pare semplificatorio e di cattivo gusto. Certe classifiche funzionano per le vendite dei dischi, o quando si confrontano i cachet dei concerti. Ma che nel pianoforte Martha sia la migliore tra le donne è un fatto. Persino su quel versante "commerciale" che detesta, non per snobismo o per artifici moralistici, ma perché è un´artista libera e senza briglie, allergica ai condizionamenti di mercato. «Di denaro ne ho avuto pochissimo, poco e molto», spiega, «e non è mai cambiato nulla». La verità è che potrebbe registrare con chi vuole la musica che vuole, le basta alzare un dito e ha i discografici ai suoi piedi. O una mattina potrebbe svegliarsi e decidere di suonare in una sala l´indomani, e avere il tutto esaurito. Però quel tipo di valore non c´entra. La misura della sua grandezza è altrove, nel talento prorompente e irrinunciabile, nel suo stile troppo personale per adattarsi alle categorie stilistiche segnate dalle poetiche del pianismo. In più ha una personalità debordante, irregolare e incline a farsi enfatizzare: un po´ come la Callas, Edith Piaf, Glenn Gould o Nureyev. Creature "diverse", spesso sofferte nel rapporto tra arte e vita, portatrici di un´ispirazione che ci sfugge e di una possibilità di contatto con zone sconvolgenti, che sanno farci intravedere l´espressione pura, ciò che non può dirsi se non in un linguaggio che si nutre di se stesso.
Nata nel 1941, e frutto della prodigiosa scuola di Buenos Aires, la stessa di Daniel Barenboim, l´argentina Martha Argerich, che dai cinque ai dieci anni studiò col magico didatta Vincenzo Scaramuzza, conta rari pianisti al suo livello, come Alfred Brendel e Maurizio Pollini, unica donna nel ristretto olimpo dei campioni. Il suo pianismo esorbita dalla "sola" bravura. Possiede qualcosa che non si studia e che ha a che fare col carisma di miti scomparsi: Rubinstein, Horowitz (lo definisce «la cosa migliore che sia mai arrivata al pianoforte»), Richter e Arturo Benedetti Michelangeli, con cui studiò nel ”61: «In pratica non parlava mai. Ma trascorrendo con lui qualche ora ho imparato la musica del silenzio».
Siamo a Lugano, in uno studio della Radio della Svizzera italiana, ed è notte. Lei è lì, circondata da lucidi pianoforti neri, pronta a lanciarsi nella consueta maratona notturna. «Fa sempre così», riferisce il musicologo Carlo Piccardi, ex direttore della rete culturale della Rsi. «Termina il concerto, gli altri musicisti vanno a cena e lei resta a suonare fino all´alba». in questo studio che avviene il nostro incontro. Di interviste Martha non ne dà mai. Per principio. Fa parte del suo pudore senza affettazione, del suo rifiuto di aspetti promozionali. Va acchiappata come per caso, come se non lo sapesse. Per fortuna a Lugano è in vena, rilassata dal contesto. Qui, da sei anni, ha dato vita a un festival, il Progetto Martha Argerich, sponsorizzato dalla banca Bsi e coordinato da Piccardi. Nell´ultima edizione ha ospitato 17 eventi, con nomi come Mischa Maisky, Lylia Zilbertsein, Renaud Capuçon, Nicholas Angelich e accanto a loro artisti freschi e sconosciuti. «Si lavora insieme. Giovani solisti con musicisti d´esperienza. Un laboratorio di scambio in un clima di entusiasmo. Niente star-system, è molto rigenerante. Una specie di famiglia che da un anno all´altro si ritrova e si rinnova».
Martha ha bisogno del consolidamento "familiare": è una costante necessaria del suo mondo. Le piace lo stare insieme «dove non si danno né si prendono lezioni e si può contare sugli altri. Ci si sente perduti, si ha un dubbio e c´è qualcuno a sostenerti. A chi esibisce sicurezze preferisco le persone che dubitano. Stesso discorso per l´interpretazione. Mi piace quando qualcosa sfugge al controllo. Uno squarcio imprevisto, visioni inaspettate e preziose».
A Lugano, appuntamento fisso d´inizio estate, Martha è serena. Non flagella mai gli organizzatori con i suoi celebri forfait dell´ultima ora. famosa per le sue fughe: un incubo per i programmatori di concerti. Ma non si sente in colpa: «Non ho mai obbligato nessuno a invitarmi. Non ho mai disdetto un impegno per la semplice ragione che non firmo contratti. Non mi sento costretta a suonare se non me la sento». Cancellò per la prima volta a diciassette anni: «Leggevo Delitto e castigo e volevo sentirmi trasgressiva. Avrei dovuto suonare a Empoli, ma scrissi che rinunciavo per una ferita alla mano. Poi mi spaventai della bugia e per non essere scoperta mi feci un taglio a un dito con un coltello, mettendomi fuori gioco per un po´».
C´è chi ragiona, pianifica, analizza, e chi si lascia travolgere dal flusso della vita: la vita con le sue passioni, i suoi dolori e i suoi paradossi. Martha è così, cova uno spirito sfrenato. Forse per questo ha avuto tre figlie da tre uomini diversi, tutti musicisti. Padre della maggiore, Lyda, oggi violista e unica musicista fra le tre, è il compositore Robert Chen, sposato nel ”63, mentre Annie, nata nel ”70, è figlia del direttore d´orchestra Charles Dutoit, e il padre di Stéphanie, la più giovane, è il pianista Stephen Kovacevich. «Sono un casino, credo di non essere nata per l´amore», dice. «E poi ogni volta che ti danno il caviale ti tolgono il pane».
Bisogna risalire alla sua infanzia a Buenos Aires, tormentata dagli obblighi di enfant prodige, per comprendere le radici della sua inquietudine: «A due anni e otto mesi un amichetto mi sfidò: non sai suonare il pianoforte. Mi piazzai davanti allo strumento e riprodussi all´istante l´aria che canticchiava la mia tata. Ho dato il primo concerto a quattro anni e ho continuato, ma detestavo esibirmi. Amo il pianoforte, non essere pianista. Sognavo di diventare un medico. Non sopporto l´idea di essere la sacerdotessa di un´arte, né i troppi viaggi. Da bambina ero capace di cose orrende per far saltare le serate, tipo mettermi carta bagnata nelle scarpe per provocare la febbre».
Nel ”55 la portano a studiare a Vienna con Friedrich Gulda, una delle icone del pianismo del Novecento: «Era un genio della curiosità e della ricerca, uno sperimentatore straordinario. Mi ha influenzato più di chiunque». Studia anche a Ginevra con Nikita Magaloff, che dice di lei: « un cavallo da corsa, non si potrà mai metterla al trotto». Nel ”57, a 16 anni, vince i concorsi di Bolzano e Ginevra: «Presi a vivere come una quarantenne: viaggiavo da una città ignota all´altra, non avevo amici, ero timidissima. Nello studio ero caotica. Una bella pittura senza cornice. Giocavo d´azzardo. Studiando non suonavo mai un concerto dall´inizio alla fine. Lo imparavo a pezzi e lo eseguivo per la prima volta tutto insieme solo davanti al pubblico. Dormivo di giorno e studiavo di notte. Il Terzo Concerto di Prokofiev l´ho imparato così, in modo quasi subliminale».
Nel ”60 un arresto, un equilibrio che si spezza. Martha va a vivere a New York e smette di suonare per tre anni: «Tutto ciò che facevo durante il giorno era guardare la televisione». Riprende con l´aiuto del pianista polacco Stefan Askenase e di sua moglie: «Li andavo a trovare molto spesso, e più che suonare parlavamo. Grazie a loro ho ritrovato la fiducia». A 24 anni vince lo Chopin di Varsavia, un trionfo: «Fu in quel periodo che a mia figlia Lyda spuntò il primo dente». Nel ”67 la sua incisione del Terzo Concerto di Prokofiev con la direzione di Claudio Abbado è un successo da hit-parade. Eppure, con la carriera alle stelle, affiorano altri periodi di silenzio. Altre sospensioni, paure, sofferenze. Viene aggredita da un grosso male, un´affezione cancerosa, e sparisce per un po´, andando a operarsi negli Stati Uniti. Poi però risorge con più energia di prima. E ogni volta meno jet-set, maggiore discrezione e ancora più determinazione nel negarsi ai ricatti del divismo.
Ormai da tempo la Argerich non suona più come solista. Basta coi recital dedicati a Chopin, a Schumann e soprattutto a Ravel, l´autore forse più compreso e amato. Vuole esibirsi con gli altri, fare musica da camera e concerti con orchestra, sempre con partner con i quali è in sintonia anche personale: Maisky, Gidon Kremer, Abbado o l´ex marito Dutoit, con cui il 19 novembre sarà al Carlo Felice di Genova, insieme alla Ubs Verbier Festival Orchestra. E prima, il 5 agosto, suonerà a Cortina d´Ampezzo, con l´Orchestra di Padova e del Veneto, in un concerto promosso dall´Associazione Dino Ciani, «pianista che morì a soli 33 anni, dotato di una sensibilità talmente cristallina da mettere paura». Racconta che suonare da sola la faceva sentire una reclusa, «forse perché da piccola mi esercitavo per ore, in solitudine, senza giocare con gli altri bambini. I miei dicevano che il mio unico compagno di giochi doveva essere il pianoforte. Oggi stare insieme a musicisti che ammiro, e sono anche persone che mi piacciono, mi dà un conforto speciale».
Teme l´età che avanza? «Macché. Mi cullo nell´idea di diventare una vecchia piuttosto ridicola». Il presente e il futuro sono i "suoi" ragazzi, i giovani pianisti che promuove nelle rassegne che fonda e dirige (oltre a quella di Lugano ne guida una in Giappone, a Beppu, e prima ancora ne organizzò una a Buenos Aires). Li accoglie spesso nella sua casa di Bruxelles, in Rue Bosquet, detta "Rue des Pianistes" per la presenza di Martha e dei suoi amici: «Vengono per farsi conoscere e aiutare. Arrivano, mi pregano di ascoltarli, io lo faccio. A volte mi sentono suonare e sono loro a darmi consigli. Non insegno perché non potrei imporre niente a nessuno. Ho ancora troppe cose da imparare».