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 2007  luglio 22 Domenica calendario

Secondo la sua opinione, la morte del leader del Congo libero Lumumba è imputabile a qualche potenza occidentale, vedi Usa, per il suo accostamento all’Urss, o al Belgio che vedeva perdere il proprio Stato? Crede che il movimento, senza la morte di Lumumba, potesse espandersi in altri Stati africani e quali colpe ebbe l’Onu in quel contesto? Andrea Sillioni a

Secondo la sua opinione, la morte del leader del Congo libero Lumumba è imputabile a qualche potenza occidentale, vedi Usa, per il suo accostamento all’Urss, o al Belgio che vedeva perdere il proprio Stato? Crede che il movimento, senza la morte di Lumumba, potesse espandersi in altri Stati africani e quali colpe ebbe l’Onu in quel contesto? Andrea Sillioni a.sillioni@yahoo.it Caro Sillioni, ricordo ai lettori che Lumumba divenne primo ministro del Congo quando la colonia belga ebbe l’indipendenza, il 30 giugno 1960, e che fu per alcuni mesi protagonista di una drammatica crisi in cui vennero coinvolti l’Onu, il Belgio, gli Stati Uniti, l’Urss, i maggiori Stati africani e le grandi società internazionali, da tempo installate nelle ricche zone minerarie del Paese. La crisi costò all’Italia, sia detto per inciso, la vita di tredici aviatori membri di una missione dell’Onu, massacrati a Kindu nel novembre 1961. Sulla morte di Lumumba abbiamo ancora oggi notizie imprecise. Sappiamo che il presidente della Repubblica Kasavubu e il colonnello Mobutu lo privarono del potere nel settembre del 1960. Sappiamo che fu arrestato nella provincia del Kasai, in dicembre, per ordine delle autorità centrali, mentre cercava di raggiungere Stanleyville dove sperava di raccogliere intorno a sé un gruppo di seguaci. Sappiamo che fu incarcerato due giorni dopo nel campo militare di Thysville. E sappiamo infine che la notizia della sua morte venne data soltanto il 13 febbraio con un comunicato del ministro degli Interni del Katanga, la ricca provincia secessionista che Lumumba, nei mesi precedenti, aveva cercato di riconquistare. Ma su ciò che accadde nei giorni precedenti abbiamo notizie incerte e confuse. Maria Stella Rognoni, autrice di un ottimo studio sulla crisi del Congo («La scacchiera congolese», apparso per le edizioni Polistampa nella collana diretta da Ennio Di Nolfo), ricorda che nel campo di Thysville, il 13 gennaio, scoppiò una rivolta e che il governo di Léopoldville ne attribuì probabilmente la responsabilità a Lumumba. Secondo il rapporto di una commissione parlamentare belga, le autorità centrali avrebbero deciso di trasferire l’ex primo ministro, insieme a due compagni, e di consegnarlo ai suoi nemici katanghesi. Secondo una commissione dell’Onu i tre sarebbero stati uccisi il 17 gennaio, «vicino a Elisabethville, probabilmente alla presenza di alti funzionari del governo della provincia del Katanga». Nei pochi mesi passati al potere Lumumba si era dimostrato capace di suscitare grandi entusiasmi, ma anche forti timori e sospetti. La sua morte provocò reazioni diverse. In Urss gli fu dedicata la grande università che venne creata dalle autorità sovietiche per gli studenti del terzo mondo. Nelle democrazie popolari fu onorato come un combattente per la libertà, eroe dell’anticolonialismo. In alcune capitali africane fu considerato una vittima delle potenze (il Belgio in primo luogo) che desideravano continuare a sfruttare le ricchezza della vecchia colonia. Ma all’Onu e in molte capitali occidentali fu considerato uno spericolato e ambizioso opportunista, deciso a usare le rivalità delle grandi potenze e a collaborare con il migliore offerente. Maria Stella Rognoni ha ritrovato negli archivi del Foreign Office il ritratto che fece di lui Ian Scott, ambasciatore britannico a Léopoldville. Eccone un passaggio. «Lumumba aveva certamente una grande abilità naturale e un potere ipnotico come oratore. Aveva anche un’immensa energia, coraggio personale, un fascino intrigante e un certo gusto per l’azione drammatica. Era ambizioso, crudele, insensibile alle sofferenze umane, un tossicodipendente che fumava hashish come molti congolesi. (...) Da una posizione vicina al teatro dei combattimenti appare chiaro che furono i suoi stessi compatrioti che a poco a poco si allontanarono dal cammino su cui voleva condurli, ripudiarono i suoi metodi, rimossero i suoi consiglieri comunisti e i suoi simpatizzanti dalla scena, e alla fine lo uccisero». Credo che il ritratto di Scott, caro Sillioni, dia una implicita risposta alle sue domande. Non vi fu mai un «modello Lumumba», esportabile in altri Paesi africani. La sua vicenda appartiene alla storia della psicologia umana piuttosto che a quella delle vicende politiche. Ma dimostrò al tempo stesso che la decolonizzazione, in Paesi pressoché completamente privi di una classe dirigente, era destinata a produrre effetti