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 2007  luglio 22 Domenica calendario

L e scelte degli Agnelli influenzano da un secolo l’economia italiana. Merita dunque che, dopo le dichiarazioni rese da John Elkann a Dario Di Vico, si guardi ai conti della società in accomandita per azioni Giovanni Agnelli

L e scelte degli Agnelli influenzano da un secolo l’economia italiana. Merita dunque che, dopo le dichiarazioni rese da John Elkann a Dario Di Vico, si guardi ai conti della società in accomandita per azioni Giovanni Agnelli. Qui infatti si concentra la metà dell’Ifi (ma con tutti i diritti di voto), che a sua volta possiede il 66% dell’ Ifil, la vera finanziaria di partecipazioni con in portafoglio il 30% della Fiat. L’accomandita ci dice che gli Agnelli sono tornati felicemente Fiatdipendenti. Ma con qualche, non trascurabile differenza rispetto agli anni d’oro ghidelliani. Per la famiglia, l’anno terribile è stato il 2002, quando il bilancio consolidato dell’intero gruppo segnò una perdita di 3,9 miliardi, per il 10% di competenza dei soci dell’accomandita, ovvero degli Agnelli. Il bilancio civilistico, quello dal quale dipendono i dividendi della famiglia sulla base di quanto arriva dalle partecipazioni, non ha mai, in pratica, chiuso in rosso, anche se i profitti sono stati modesti fino al sostanzioso 2006, contrassegnato dal balzo dell’utile da 20 a 305 milioni. Quest’ultimo risultato deriva non solo dal maggior flusso di dividendi proveniente dall’Ifi, ma anche da un’erogazione extra dell’Exor, che recepisce tra l’altro i 67 milioni guadagnati con l’equity swap sui titoli Fiat. L’accomandita ha usato queste risorse per consolidarsi: non più di 23 milioni a remunerazione dei soci; 149 milioni per rilevare azioni proprie da alcuni membri della famiglia; 174 milioni per il 3% dell’Ifil, che rappresenta sì un investimento liquidabile ma anche una posizione che, ove fosse un po’ arrotondata, ridurrebbe la diluizione dell’accomandita in caso di fusione Ifi-Ifil. Questa operazione avrebbe, per gli Agnelli, il duplice effetto di avvicinare le fonti del valore eliminando gli sconti di holding (cosa utile se si vuol vendere) e di dimezzare la leva finanziaria (cosa meno utile se la famiglia vuol mobilitare risorse di terzi, oltre alle proprie, per investire). Oggi il valore di mercato delle attività di competenza dell’accomandita si aggira sui 4-4,5 miliardi. Esso si compone del residuo di Exor (circa 200 milioni), della quota Ifil (300 milioni) e della partecipazione Ifi (circa 3,8 miliardi di net asset value). L’accomandita segue regole più conservative, che riducono il suo valore sui 3 miliardi, per fissare il prezzo delle azioni proprie. Nell’anno nero 2002, il valore dell’accomandita era crollato a 1,35 miliardi. Il clamoroso recupero è targato Fiat, croce e delizia della dinastia. Nel nuovo secolo, due sono state le grandi scelte. Nel 2000, quando Giovanni Agnelli rifiutò di vendere Fiat Auto a Daimler-Chrysler, nonostante l’ottima offerta. Nel 2003, quando gli eredi dell’Avvocato si impegnarono per 250 milioni al servizio degli aumenti di capitale di Ifi, Ifil e Fiat e, al tempo stesso, passarono il cospicuo pacchetto Fiat dell’Ifi all’Ifil allontanando da sé rischi e opportunità a questo connesse. Nel 2000, la Fiat pesava per il 33% nel valore dell’accomandita, segno della diversificazione perseguita in precedenza. Nel 2003, era scesa al 20%, soprattutto per il tracollo delle quotazioni. A metà 2007, nonostante la manovra prudenziale, sta al 60%, grazie al rialzo del titolo che rappresenta, peraltro, un gruppo più legato al core business e meno arrischiato nella gestione. E ora? A valori di mercato, Ifil ha 7,5 miliardi investiti in Fiat e 4,5 fuori. La sua potenza di fuoco, data la prudenza di Elkann, è di un paio di miliardi. In teoria, potrebbe essere usata per sostenere l’espansione Fiat. In pratica, servirà a bilanciare auto, camion e trattori. Gli Agnelli sono più simili ai Wallemberg e ai Wendel che ai Quandt e ai Porsche.