Paolo Beltramin, Corriere della Sera 22/7/2007, 22 luglio 2007
MILANO
Estate del 1907, un secolo fa. In giro per l’Italia tra tante novità destinate a un certo successo, dal cinematografo all’automobile, i cartelloni pubblicitari annunciano l’arrivo di una «nuova bibita gassata ». Le caratteristiche del prodotto saranno illustrate perfettamente dalla reclame pubblicata su un quotidiano qualche anno più tardi: «Bevetela durante i pasti. Facilmente digeribile, contenente sostanze toniche e nutrienti. indicata anche per le donne, i vecchi e i bambini. Assicura sonni tranquilli e umore lieto ».
L’avete riconosciuta? Probabilmente no. E oggi comunque nessuno si sognerebbe di metterla nel biberon del suo bebè. Perché in cent’anni la birra è molto cambiata. E, soprattutto, sono cambiate le abitudini degli italiani: la bibita dissetante e nutriente è diventata la bevanda (non troppo) alcolica preferita dai giovani. Ne sa qualcosa il sindaco di Milano, Letizia Moratti, costretta a recintare le centralissime Colonne di San Lorenzo perché ogni notte diventavano un campo minato di lattine e soprattutto bottiglie di vetro, ancora più cool.
Un secolo fa, quando i pochi birrai italiani che già la producevano da decenni decisero di riunirsi in associazione, la si vendeva nelle piazze di paese assieme al ghiaccio (altro bene raro) da fine giugno a inizio settembre. Ma non è che la gente impazzisse: se ne beveva, in media, mezzo litro all’anno. Oggi è un simbolo, un’etichetta, un trend. E non solo al pub o in pizzeria. Quest’estate, nei ristoranti stellati, va molto con il pesce. Qualche abbinamento? «Salmone affumicato e weizen, oppure ostriche e stout, la scura irlandese», consiglia Marco Bolasco, curatore della guida «Ristoranti d’Italia» del Gambero Rosso. Risultato: il consumo ha superato quota 30 litri. Record assoluto. Il doppio di 25 anni fa (nel frattempo il consumo di alcol si è dimezzato). E, per la prima volta, la birra è l’alcolico più bevuto nei pasti fuori casa durante la settimana. Esattamente dal 19,8% degli italiani, mentre il vino è preferito dal 18,8 per cento.
La storia della «bibita gassata» che in cent’anni ha conquistato l’Italia è molto antica. Pare che, nel quattordicesimo secolo, bevesse birra papa Clemente V, pontefice nato nell’attuale Germania. E prima ancora dei tedeschi furono egizi e sumeri a fermentare strane «zuppe » di cereali. Prendendola molto seriamente: il Codice di Hammurabi (1792 avanti Cristo) condannava chi non rispettava i criteri di fabbricazione, per esempio annacquando-la, alla morte per annegamento. In Italia i primi a produrla furono i monaci di Montecassino, nel Medioevo. Solo che non ne fecero un business come accadde (molto più tardi) nelle abbazie trappiste di Olanda e Belgio. Risultato: per gli italiani la birra è sempre stata la bevanda degli stranieri. Spesso degli invasori. Longobardi, lanzichenecchi, austriaci. Almeno fino al 1907, appunto. Quando una manciata di piccoli produttori – come la Pedavena di Feltre, la varesina Poretti, la Moretti di Udine e la Società Ghiaccio e Birra Peroni fondata a Vigevano – decidono di dar vita all’Unione industriali della birra. Ma sono piccole imprese, a gestione poco più che familiare. Di grandi industrie non c’è l’ombra. E tanto meno di un vero mercato.
Qualcosa si muove quando, con la «redenzione» di Trento e Trieste, il Paese conquista la meranese Forst e la giuliana Dreher. Ma nel Ventennio, per favorire l’«italica» produzione vinicola, i birrifici subiscono una pesante accisa ad hoc e la produzione continua a non decollare. E se oggi quei marchi semisconosciuti sono diventati
brand, il merito è soprattutto di due elettrodomestici simbolo dell’Italia del boom economico: il frigorifero e la tv. Ne sa qualcosa Renzo Arbore, che ha passato 9 anni a ripetere «Birra... e sai cosa bevi» in uno degli spot più noti dell’etere. «Arrivato alla mia età, sono rimasto famoso per due cose: il cacao meravigliao e la birra – scherza ”. Il primo non esiste, ma di birra ne bevo da quando avevo 9 anni». Quando deve suonare, sceglie l’analcolica. «Buona idea – risponde il presidente di Assobirra Piero Perron ”. Ma a chi preferisce la tradizionale, due ordini: mai berne più di tre bicchieri nell’arco di una giornata. E nemmeno assaggiarla se poi si deve guidare».