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 2007  luglio 26 Giovedì calendario

Il primo gesto da sindaco è stato quello di sostituire il ritratto di Giorgio Napolitano con una vecchia foto di Sandro Pertini, perché "l’attuale presidente è un comunista che potrebbe far da seguito a Stalin"

Il primo gesto da sindaco è stato quello di sostituire il ritratto di Giorgio Napolitano con una vecchia foto di Sandro Pertini, perché "l’attuale presidente è un comunista che potrebbe far da seguito a Stalin". Se gli si fa notare che in verità Napolitano sarebbe un migliorista di cultura anglosassone, scuote la testa e taglia corto: "Comunque mi sta antipatico". Con il secondo provvedimento ha abolito il tappeto rosso che per tradizione viene steso dal palazzo del Comune all’Arena perché "fa sentire distanti i cittadini". Ma è sulla terza e molto pubblicizzata iniziativa, definita addirittura "creativa", che il neo sindaco leghista di Verona Flavio Tosi comincia a misurarsi con quel programma di ordine, sicurezza e legalità che ha convinto più del 60 per cento dei veronesi a votare per lui. Tra pochi giorni l’automobilista che si accosterà a una prostituta, dovrà mettere nel conto delle sue voglie anche una bella multa per divieto di fermata. Chi pensa si tratti di poca cosa, un po’ di smalto leghista per di più scopiazzato da un’analoga iniziativa del collega padovano di centrosinistra Zanonato, si aspetti invece un seguito a cascata. Sgombero del campo nomadi ("se qualche altra amministrazione li vuole, è libera di prenderseli"), smantellamento del centro sociale insediato da anni in un edificio di proprietà comunale ("fossero anche eschimesi li caccerei, dato che sono comunisti lo faccio più volentieri"), multe da migliaia di euro per chi acquista una borsa o un foulard dagli abusivi, sbarramenti per gli immigrati che aspirano a una casa popolare. E poi niente più pasti in piedi per strada, niente torsi nudi da calura estiva e via vietando, per demolire quella cortina di permissivismo che secondo lui opprime i nativi di Verona. Perché soltanto i concittadini indigeni sono il riferimento politico di questo sindaco pallido e iperattivo, che non prova neanche a camuffare una fiera avversione per gli extracomunitari, clandestini o regolari, per i rumeni, nomadi o no, e per chiunque altro non possa certificare puro sangue scaligero. Come il suo, del resto, che in città è nato e cresciuto e che oggi l’ha conquistata brandendo come clave due sentimenti primordiali, il senso di appartenenza e la paura dello straniero. Con lo slogan ’Verona ai veronesi’ ha preso voti soprattutto nei quartieri popolari, quelli dove una volta regnava la sinistra. Ma lui tratta la faccenda come un’ovvietà: "Se la sinistra nega il problema della sicurezza e invece di dare risposte sulle buche e sugli zingari sta lì a elucubrare sulle primarie che non interessano a nessuno, deve aspettarsi che finisca così". Nato nel 1969 in una famiglia della piccola borghesia cittadina, padre impiegato alla Mondadori, nonno carabiniere e madre casalinga che è la prima a scoprire la Lega e a propagandarla in casa, il giovane Flavio non si è mai staccato da Verona. Fa il pendolare quando, dopo il liceo classico, frequenta per un biennio ingegneria a Brescia. Fa su e giù con Venezia quando nel 2000 viene eletto consigliere regionale. Non smette di vivere come un fuori sede neanche quando, nel 2005, un successo elettorale clamoroso (è il candidato veneto più votato) gli consente di sedersi sulla ricca e potente poltrona della Sanità regionale. Ogni sera non può fare a meno di tornare da Venezia e passare qualche ora al bar di periferia in cui tiene da sempre una specie di ufficio, riceve gente, fa riunioni e tasta il polso alla sua città. Continua ad andarci anche adesso che ha una bella sede comunale e una confortevole casa coniugale. Dopo cinque anni di convivenza, ha sposato da poco Stefania Villanova, ex impiegata della regione Veneto, un po’ leghista e un po’ no, che dichiara di ispirarsi a Madre Teresa di Calcutta. La coppia ha fatto il suo debutto mondano alla prima dell’Arena: lei in fasciante abito Armani, lui come sempre senza cravatta. La città sembra ricambiare questa caparbia dedizione. Dal 1994, quando a 25 anni è eletto per la prima volta consigliere comunale, è sempre rimasto il leghista più votato. Lui, del resto, accarezza il consenso con continue trovate. Come quando, per fare pubblicità al ’Circo padano’, portò una tigre in una conferenza stampa dentro la sede del Comune. C’era anche il domatore ma ci fece lo stesso la figura dell’intrepido. O come quando mangiò pubblicamente pollo crudo per contrastare "quella grande bufala dell’influenza aviaria" e proteggere la produzione degli avicoltori veneti. Gli piace strafare, ma se la notizia supera i confini cittadini, l’accoglienza è meno benevola. accaduto, ad esempio, per quella brutta condanna del 2004, quando si prese sei mesi di reclusione con condizionale per ’incitamento all’odio razziale’. Era stato denunciato, insieme alla sorella Barbara e ad altri quattro leghisti, per aver promosso una raccolta di firme contro i nomadi. Ora fa notare che la pena è stata ridotta in appello e confida nella Cassazione.  andata ancora peggio con la proposta, lanciata quando era consigliere comunale, di far salire gli immigrati esclusivamente dalla porta anteriore degli autobus per controllare che pagassero il servizio. Il ’Wall Street Journal’, commentò così: "In una specie di ritorno alla vecchia segregazione dell’Alabama, un politico italiano ha proposto di creare entrate separate sui bus, da una parte gli immigrati, dall’altra gli autoctoni bianchi e rispettosi della legge". Lui ancora oggi difende l’idea, pur ammettendo che è un po’ superata per l’arrivo della nuova immigrazione dell’Europa dell’Est: "Non è più tanto facile riconoscere gli stranieri a prima vista". Più attento alla comunicazione di quanto voglia far apparire, Tosi diffonde con talento pubblicitario anche le scelte personali. In tempi di pubblica esecrazione per i costi e i privilegi della politica, ci tiene a far sapere a tutti i veronesi che detesta le auto blu, che ha fatto fare alla sua Audi più di 600 mila chilometri per non usare quella da assessore regionale e che ora, da sindaco, ha avuto una macchina in comodato gratuito, si è preso come autista un militante leghista e fa pagare al comune soltanto la benzina. Se lo si invita a raccontare il suo percorso politico, si trova però un uomo che sa dire poco di sé, salvo il fatto di essersi iscritto alla Lega a 20 anni trovandoci il compimento di un bisogno primordiale: la difesa della propria gente. In fondo è tutto lì, dice ancora oggi: "Il federalismo fiscale, l’autogoverno, l’autonomia significano semplicemente rimanere padroni in casa propria". Bossi è, ovviamente, idolatrato: " un grande statista, come Berlinguer, La Malfa e Almirante. Tutti politici che hanno avuto la capacità di capire le cose con un anticipo di 10 anni". Se gli si fa notare che, nella regione che fu la più bianca d’Italia non ha nominato neanche un democristiano in grado di guardare lontano, il paladino dell’etnia veneta tira fuori a stento il nome di Rumor. Non è neanche chiaro se Bossi ricambi tanto ardore, anzi qualcuno racconta che nel passato mostrò un certo fastidio per l’eccesso di protagonismo del giovane seguace, tanto che una volta avrebbe sibilato in pubblico: "Quel Tosi è morto". Ma l’impegno del capo per la sua candidatura a sindaco ha fugato le voci, anche se è vero che senza l’aiuto di Alleanza nazionale e l’intervento di Berlusconi che, in una cena risolutiva a Verona, consigliò all’ex direttore generale Rai, Alfredo Meocci, di farsi indietro e accontentarsi della carica di vicesindaco, Tosi sarebbe rimasto un candidato di lista. Ora invece, seduto su una poltrona da primo cittadino che sembra persino andargli un po’ stretta, anche lui può guardare lontano. Alla Chiesa per cominciare, che gli appare come "il baluardo dell’Occidente, contro l’invadenza dell’Islam". andato al Family day perché "la Costituzione dice che la famiglia è composta di un uomo e una donna che fanno figli per la continuità della società. Gli omosessuali non possono pretendere di aspirare alle case popolari". anche contento del ritorno della messa in latino e ritiene Ratzinger l’uomo della provvidenza: "Questo papa mi piace tanto, rispetta in pieno la mia idea di religione cattolica, difende i valori di tolleranza e non violenza, che poi sono quelli fondanti della nostra civiltà. tutto nei dieci comandamenti: basta rispettarli". Come si spieghi allora che il suo otto per mille finisca alla Chiesa luterana è domanda che Tosi non vuole nemmeno sentire: "Non rispondo. Si tratta di dati sensibili, che si mettono in busta chiusa. Aprirla è un reato". Nel suo nuovo sguardo lungo, non vuole più tenere nascosta neanche una certa cultura di base, nutrita in adolescenza dalla lettura di Kafka, Dostoevskij e Pirandello: "Vengo trattato da rozzo, come tutti i leghisti. Ma non funziona più perché siamo ormai classe dirigente e il folklore ci serve a stare radicati nel territorio". Per questo allo stadio lui continua ad andare in curva sud, mica in tribuna d’onore: "La sinistra crede di avere il monopolio culturale, ma gli è rimasto giusto il mondo dello spettacolo, dove pensano che a dirsi di destra non si trova lavoro. Sfateremo anche questo luogo comune". Forse andrà persino così, se il talento nel raccogliere consensi si sposerà in Flavio Tosi con "la politica come missione", espressione che ama ripetere e che lo porta, ogni volta, quasi alla commozione.