Barbara Romano, Libero 19/7/2007, 19 luglio 2007
Roma. Noi pensavamo d’incontrare il presidente della Regione Lombardia. Invece è Bobbi Mani di Forbice che abita qui al trentesimo piano del Pirellone
Roma. Noi pensavamo d’incontrare il presidente della Regione Lombardia. Invece è Bobbi Mani di Forbice che abita qui al trentesimo piano del Pirellone. Uno che taglia con gesto secco delle dita tutte le questioni personali. Guai a parlare del suo voto di castità. Zero. Inutile chiedergli della sua verginità. Niente. Proibito indagare sulle sue ex e attuali fidanzate. Zac. Roberto Formigoni è disposto a discutere solo di politica. E politica sia (per il momento). Ma non è stanco di stare in panchina in attesa che Berlusconi passi il testimone? «In panchina?! Venga qui a vedere se è una panchina questa. La Regione Lombardia è la posizione istituzionale più importante che in questo momento il centrodestra ricopra. Più in alto di questa ci sono solo il posto del presidente del Consiglio e un paio di ministeri: l’Interno e gli Esteri». Cui lei ambiva, durante il governo Berlusconi, e che non ha ottenuto. «Non ho mai ambito nel passato, potrei ambire per il futuro. Ma la Regione Lombardia non è una panchina. Gli altri ministeri, con tutto il rispetto per i ministri, valgono meno della presidenza della regione Lombardia. Io credo che questa volta si andrà a votare nel 2009 e il candidato sarà ancora Silvio Berlusconi». E se si votasse nel 2011, lei sarebbe in pista per leadership? «Finché c’è Berlusconi, spetta a lui la scelta del leader. Ma lui oggi mi sembra in forma e a cavallo. Alle politiche del 2009 io mi candiderò. Se noi non facciamo scemenze, il centrodestra potrebbe vincere. A quel punto valuteremo insieme se dovrò andare a Roma a fare il ministro o restare qui. Una cosa è certa: sarà Berlusconi a fare il presidente del Consiglio e nel 2013 potrebbe benissimo succedere a Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica». Così si toglie di torno e si libera il posto per lei. «Se Berlusconi andrà al Colle io ambisco a far parte della squadra in cui si sceglierà il successore». E chi lo dovrà scegliere? «Sarà scelto dal consenso popolare attraverso le primarie. Non sarà possibile un altro modo». Non lo deve scegliere Berlusconi il suo delfino? «No, non lo deve scegliere e non lo può scegliere lui, perché gli elettori chiedono di poter decidere loro chi sarà il nuovo leader del centrodestra. Diversi di noi avrebbero buone chances. Ho grande stima di persone come Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini, Giulio Tremonti...» Di Michela Brambilla, no? «Posso aggiungere la Brambilla?». Troppo tardi. «Voglio aggiungere Michela Brambilla! Per di più siamo conterranei, lei è lecchese come me». Non è credibile. «Davvero, secondo me la Brambilla ha dei numeri». In che senso? « una caparbia e tenace come me. Ha avviato i Circoli delle libertà, fuori dall’organizzazione partitica, con un taglio che aggiunge qualcosa al centrodestra. Per questo piace a Berlusconi». Ma lei quand’è che ha conosciuto il Cavaliere? «Molto prima di tutti quelli di Forza Italia». Cioè quando? «Ero appena arrivato a Milano, nel ’75. Lui era un giovane imprenditore, io ero il giovanissimo leader di Movimento popolare. Ci siamo incontrati, "usmati" (annusati, ndr), ci siam subito presi». Già nel ’74 Berlusconi pensava alla politica?! «Certo. Diede vita a dei seminari di formazione politica rivolgendosi a me, a Rocco Buttiglione, ad Angelo Scola, oggi patriarca di Venezia. Questo corso era un po’ "il bisnonno di Fi"». Che rapporto ha lei con Berlusconi? «Io e lui ci diamo del tu da più di trent’anni, questo ha sempre generato parecchia invidia. Io sono uno dei pochi a potergli dire tutto in faccia. Il nostro rapporto è sempre stato di grande sincerità reciproca». Cioè, vi mandate sinceramente a quel paese. «Certo, ci sono anche momenti in cui siamo in dissenso totale». Vi siete fatti parecchi dispetti: alle ultime politiche lui cercò di candidare Marcello Dell’Utri al suo posto e due mesi dopo, per ripicca, lei disse che Berlusconi non è adatto a diventare leader del Ppe. «Come tra amici ogni tanto ci punzecchiamo». Quel è il difetto che non può soffrire di Berlusconi? « difficile dire quale...». Perché ne ha troppi? «Onestamente, dal punto di vista politico...». Umanamente? «Quando decide di raccontartela è molto bravo. Ma io gli dico: Silvio, a me non me la conti. Discutiamo sulle sue scelte opinabili». Tipo? «Sul metodo elettorale, lui alla scuola di formazione ha detto che la legge elettorale si può correggere in due modi: o tenendo quella che c’è e correggendo il premio di maggioranza al Senato, o facendo un sistema proporzionale con sbarramento. Questa seconda, su cui io sono d’accordo, nasce dalle lunghe conversazioni che abbiamo avuto io e lui, che all’inizio era contrario al sistema proporzionale». Lei è la sua musa ispiratrice. «Non la musa». Una delle muse. «Sì, sono una delle persone con cui parla di politica. Ma lui se non è convinto non la vinci mica». Ma sul partito unico di centrodestra lei non l’ha spuntata, Berlusconi per ora non ne vuole sapere. «Neanch’io ne ho voglia adesso. Il partito unitario è l’obiettivo a cui tendere, però dobbiamo starci tutti. Se accelerare significasse perdere un pezzo, per esempio l’Udc, sarebbe un errore clamoroso». Berlusconi dice che ormai può fare a meno dell’Udc. «Io penso, invece, che non dobbiamo rompere con Casini. del centrodestra e sono sicuro che non tradirà mai. Ha una diversa sensibilità. Ma guai se non facessimo la fatica di trovare una sintesi nuova». A proposito, cos’ha provato quando Berlusconi, riferendosi alle cose che dice Prodi, ha pronunciato la parola "stronzate" alla sua scuola di formazione? «La parola non è molto british, ma considerato il contesto, quel termine ci stava». Con Berlusconi non siete d’accordo neppure su Saddam. Quando lui lo paragonò a Hitler, lei protestò. «Saddam era un dittatore, ma continuo a ritenere che la guerra all’Iraq è stata sbagliata. Sono convinto che anche Bush, se potesse, tornerebbe indietro». Quando, dopo l’11 settembre, un aereo si schiantò sul Pirellone, lei cosa provò? «Io ero in India. Appena sbarcato a Bombay, mi avvertirono di cosa stava accadendo a Milano e ci sintonizzammo subito su tre tv. Fu impressionante la similitudine con le Due Torri. Pensammo subito all’attentato terroristico. Ma mi telefonarono sia Ciampi che Berlusconi per dirmi che si trattava di un folle gesto suicida». Tornando a Saddam, secondo la Commissione d’inchiesta Onu sullo scandalo "Oil for food", la sua amicizia con lui le avrebbe fruttato numerose partite di petrolio. «Ma quale amicizia! L’ho incontrato una volta sola, il 6 dicembre del ’90, quando ero vicepresidente del Parlamento europeo. Organizzai una delegazione per andare a chiedere la liberazione i 350 ostaggi italiani che Saddam minacciava di usare come scudi umani». Perché andò proprio lei? «Perché erano già stati lì tutti, americani, francesi, inglesi, senza ottenere niente. Quindi me ne assunsi io la responsabilità ed ebbi un tempestoso colloquio di tre ore con Saddam». Cosa vi siete detti? «Lui entrò vestito da militare, prese la pistola e la mise sul tavolo. In quella conversazione un po’ kafkiana gli dissi che era pazzo a usare gli ostaggi». E lui? «Era un dittatore, però stette lì tre ore ad ascoltarci e a dirci le sue... stronzate. E alla fine accettò di liberare gli ostaggi. Io telefonai subito all’allora ministro degli Esteri De Michelis dicendo: "Dovete inviare un jumbo, perché ci sono 350 persone da portare indietro". Non ebbi l’impressione che fossero entusiasti del mio successo». Faccia capire: il governo ce l’aveva con lei perché aveva liberato gli ostaggi italiani? «Altroché. Tant’è vero che noi eravamo pronti a decollare dall’aeroporto di Bagdad alle sei del mattino e ci fecero aspettare 20 ore per farci arrivare dopo mezzanotte, quando le tv ormai se n’erano andate, perché, mi si disse, non potevano sopportare che andasse in onda sui tg il trionfo della nostra missione». E lo yacht che lei avrebbe comprato con il petrolio iracheno è tutta un’invenzione del Sole-24 Ore? «Dopo la prima Guerra del Golfo, le Nazioni Unite lanciarono la famosa campagna "Oil for food", invitando tutto il mondo a comprare petrolio dall’Iraq versando i soldi all’Onu, che avrebbe inviato là medicinali e cibo. Campagna che io rilanciai presso le aziende lombarde. Con quello che poi queste aziende fecero con il petrolio iracheno, io che c’entro?». Pare che lei sia un vanitoso. «Molto vanitoso», ride.