Varie, 20 luglio 2007
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DiRocco Michele
• Foligno (Perugia) 4 maggio 1982. Pugile. Campione superleggero dell’Unione europea • «[...] Vincenzo Cantatore [...] è stato deferito dalla Federpugilato per aver dichiarato che ormai sul ring buttano dentro ”ex criminali e zingari”. In quanto zingaro Michele Di Rocco [...] si è sentito chiamato in causa: ”Per forza: i professionisti rom in Italia siamo io, Spada e Di Silvio. [...] Di Rocco è considerato il vero unico fuoriclasse della boxe italiana, parola di Nino Benvenuti che lo ha definito una sua ”fotocopia”. Oltre che bravo, il ragazzo ha anche la faccia giusta: moro, occhi azzurri, bel tipo. ”L’immagine aiuta”, dice. ”Il pugile brutto e ignorante non funziona più. La mia boxe, poi, piace alla gente perché sono molto fantasioso, tecnico, elegante. Ho un repertorio completo, posso dare anche quattro o cinque colpi diversi consecutivamente e ho un bellissimo gioco di gambe, sia in attacco che in difesa. Un po’ alla Cassius Clay”. La timidezza e la modestia non devono far parte del bagaglio di un pugile, si sa. Il soprannome che Michele ”è scelto è The King, ”perché per riuscire a fare quello che ho fatto io bisogna veramente essere grandi in ogni situazione. Muhammad Alì è il mio mito perché era un campione anche fuori dal ring: è uno che è andato in carcere per difendere le sue idee. Tra un secolo sarà ancora ricordato, mentre Tyson se lo rammenteranno solo per le cose brutte che ha fatto nella vita privata”. Avrebbe potuto ribattezzarsi Gipsy King, ma forse non ci ha pensato: nonostante non abbia mai vissuto in una roulotte, il suo orgoglio gitano è forte. ”Molti pensano che i rom siano tutti stranieri ma non è così, noi siamo italiani già da almeno quattro generazioni. I miei nonni erano napoletani e giravano l’Italia in carovana. Mio nonno addestrava cavalli, mia nonna [...] leggeva le carte. Loro vivevano di espedienti, mio padre invece s’è fermato a Bastia Umbra, dove sono nato e vivo, per fare il muratore. diventato imprenditore edile e ha avuto dieci figli: nove femmine e il sottoscritto. A Bastia ci hanno sempre rispettato e voluto bene” [...] ha iniziato a boxare a 9 anni con l’allenatore Gerardo Falcinelli che tuttora lo segue, ha sposato una rom, Filomena, quando avevano 16 anni lui e 17 lei. Organizzarono, secondo tradizione, una ”fuitìna’ e poi due settimane di feste in famiglia. E due figlie, Anna e Jennifer. ”Gli zingari sono odiati perché hanno fama di ladri e sfruttatori di donne e bambini. Non che non sia vero, ma al telegiornale ogni giorno mi pare di vedere padri che violentano figlie e figli che uccidono padri, anche se non sono rom: la verità è che sono tutti fuori di testa e il mondo fa schifo, non solo per colpa di zingari ed extracomunitari. Noi non siamo tutti brutti sporchi e cattivi. Il mio sogno è avere i soldi un giorno per aprire una scuola di boxe per i bambini rom. Non riesco a capire perché li mettano al mondo se non hanno niente da dargli da mangiare. Quando mi capita di essere fermato al semaforo da chi chiede l’elemosina, provo a parlarci e a fargli capire che devono cercarsi un lavoro, tirare fuori l’orgoglio perché non si può campare lavando vetri per venti centesimi. Ma qui lavoro ce n’è poco per tutti, figurarsi per gli zingari, che oltretutto vengono da Paesi dell’Est con una mentalità arretrata di trent’anni”. Di Rocco ha difeso i colori italiani alle Olimpiadi di Atene del 2004 (fino ai quarti di finale) poi è passato professionista ed è ancora imbattuto dopo 18 incontri (17 vittorie e un pareggio). campione italiano superleggeri (pesa 64 chili) dal 2005 e della Ue dal 2006. [...] Si allena dalle 4 alle 6 ore tutti i giorni: ”So fare solo questo, so solo allenarmi e combattere. Ma ho ottenuto dai miei manager garanzie per il futuro: in questo sport oggi combatti e domani chissà. Se in allenamento mi fratturavo una mano, la mia carriera era già finita. Fare pugilato in Italia è molto difficile perché siamo messi male a livello economico. Tanti di noi combattono per due lire e siamo in pochi a poter ambire di andare negli Stati Uniti a fare i milioni. Mi hanno detto che sono il miglior talento emergente italiano e che ho le carte in regola per sognare, ma tanti altri rischiano di finire in mezzo ad una strada [...] la gente non va più nelle palestre: tutti vogliono fare il calciatore perché si diventa ricchi e vip. Tanti anni fa la boxe era più seguita, c’erano i veri campioni e la tv li faceva conoscere. Ora farsi vedere in diretta su un canale in chiaro è un’impresa. Spesso si incontrano manager che se ne approfittano, sia che tu sia un campione o un miserabile, e ti stroncano la carriera: bisogna stare sempre con le antenne dritte. Io per fortuna me la passo bene perché i miei manager mi accudiscono come un figlio e mi riconoscono anche uno stipendio mensile. Diciamo che in due anni e mezzo ho guadagnato come un funzionario o un direttore di banca, sono tranquillo. Certo che se mi chiamassero a fare un reality show ci andrei, se non mi creasse problemi di classifica, perché poi potrebbe aiutarmi ad andare in tv anche quando combatto”» (Emilio Marrese, ”L’espresso” 26/7/2007).