Telmo Pievani, la Repubblica 20/7/2007, 20 luglio 2007
Un uomo con due zampe sintetiche, simili a quelle di un ghepardo, sotto le ginocchia vince la finale olimpica dei 400 metri sconfiggendo una batteria di campioni anatomicamente normali: è una notizia che avremmo classificato nella fantascienza fino a qualche anno fa, ma che potrebbe diventare realtà, a Pechino 2008 o a Londra 2012, dopo che l´atletica ha conosciuto la storia emozionante di Oscar Pistorius
Un uomo con due zampe sintetiche, simili a quelle di un ghepardo, sotto le ginocchia vince la finale olimpica dei 400 metri sconfiggendo una batteria di campioni anatomicamente normali: è una notizia che avremmo classificato nella fantascienza fino a qualche anno fa, ma che potrebbe diventare realtà, a Pechino 2008 o a Londra 2012, dopo che l´atletica ha conosciuto la storia emozionante di Oscar Pistorius. E´ una notizia che, un secolo e mezzo fa, avrebbe offerto un argomento in più alla satira contro il darwinismo di Samuel Butler. Finirà prima o poi che l´evoluzione biologica, ammoniva lo scrittore inglese, sarà surclassata da quella tecnologica e l´uomo, perso il controllo sulle sue protesi, sarà dominato da un esercito di macchine evolute e coscienti. L´incubo della tecnica che ci soppianta, o ci sostituisce pezzo per pezzo, è ricorrente nell´immaginario scientifico, anche se spesso lo abbiamo confuso con il problema, piuttosto inestricabile per un evoluzionista, di distinguere il naturale dall´artificiale. La specie umana è inserita in contesti "artificiali" da almeno una dozzina di millenni, dall´invenzione dell´agricoltura in poi. Per limitarsi allo sport, già l´utilizzo di una banale sostanza dopante pregiudica la naturale correttezza di una gara sportiva. Gli ecosistemi terrestri sono oggi quasi totalmente antropizzati e cercano di adattarsi faticosamente (loro a noi, e non più viceversa) alle attività perturbatrici umane. Ma la specie umana è un esperimento evolutivo unico anche per altre ragioni: siamo in grado di modificare l´identità genetica nostra e delle altre specie; saremo presto capaci di costruire il primo organismo "sintetico" dotato di un genoma appositamente selezionato; i neuroscienziati dialogano con gli studiosi di intelligenza artificiale per capire le possibili interazioni future fra i due mondi. Qualcuno sta proponendo di fissare i primi principi di una futura "robo-etica": appunto, l´allarmata premonizione di Butler. E adesso c´è Pistorius, a rammentarci quanto siamo "artificiali" per natura e "naturali" per artificio. Il punto è che un mammifero di grossa taglia anatomicamente identico a quello che centomila anni fa armeggiava con una clava – e con il 98% di Dna in comune con gli scimpanzé – oggi guida un´astronave. Sappiamo che è successo circa quarantamila anni fa per ragioni forse contingenti: siamo diventati una specie mentalmente sapiens, in mezzo ad altre "diversamente sapiens". Probabilmente siamo stati capaci di riutilizzare in modo opportunista abilità precedentemente sviluppatesi per altre funzioni. Ne abbiamo tratto vantaggi adattativi così potenti da bilanciare le debolezze collaterali. Ma l´inventiva umana ha poi trasformato a sua volta la nicchia in cui ci siamo trovati immersi, generando un effetto di ritorno che ha ulteriormente accelerato l´evoluzione culturale e tecnologica. Quest´ultima presenta caratteristiche solo in parte riconducibili alle dinamiche biologiche darwiniane: si trasmette in orizzontale, come un contagio di idee, ed è molto più rapida. La corsa dentro il futuro di Pistorius evoca peraltro una transizione evolutiva, più antica, che ci ha separato dagli altri cugini primati: il bipedismo, un adattamento per lo spostamento in spazi di radura. La locomozione bipede riduce la superficie esposta al sole e al contempo aumenta il risparmio energetico: un´invenzione potente, che poi è servita per tutt´altri utilizzi. Abbiamo così inaugurato la nostra carriera ominide come scimmie della prateria, tre milioni di anni prima che il cervello cominciasse a espandersi. Si è trattato di un espediente evolutivo, adottato anche da altre specie per ragioni diverse, che ci ha però lasciato in eredità alcuni sgradevoli effetti collaterali, a cominciare dal mal di schiena. Come sempre, l´evoluzione rimaneggia ciò che ha a disposizione e raramente il risultato è perfetto da ogni punto di vista. Più di frequente è un compromesso fra esigenze contrastanti. La falcata felina di Pistorius colma una grave amputazione fisica con una protesi tecnologicamente avanzata, pensata per ottimizzare la funzione della corsa in spazi aperti. A modo suo, integra un´evoluzione tecnologica individuale con un´evoluzione biologica di specie. Da buon sapiens, questo conturbante bipede biotecnologico si inventa strategie di sopravvivenza fisica, e di competizione, per via culturale. Rovescia un handicap in un´inedita esplorazione di possibilità. Con quelle due gambe leggere e ultraresistenti di carbonio composito - e un record personale di 46´´ e 56 sui 400 metri - definire il ventunenne sudafricano un "disabile" diventa piuttosto anacronistico, al punto che la Federazione internazionale di atletica valuterà se non vi siano i presupposti per considerare paradossalmente quelle protesi un vantaggio sugli avversari normali, nel tentativo sempre più arduo di delimitare i confini di una competizione "naturale" fra esseri umani. Prima che i vecchi buoni polpacci umani siano archiviati fra le anticaglie della storia evolutiva ci vorrà tempo, ma dal punto di vista del diversamente bipede Pistorius la tecnica, che siamo abituati a vedere come il distacco da una presunta condizione biologica vergine, è in realtà l´estremo tentativo dell´evoluzione naturale di rinnovare se stessa. Il che induce a sospettare che il post-umano sia, a ben guardare, assai più umano di quanto non sembri.