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 2007  luglio 20 Venerdì calendario

«Caro dottor Mucchetti, questo lo potrà scrivere solo dopo la mia morte ». Sembrava il vezzo noir di un banchiere fedele, come il suo maestro Enrico Cuccia, alla regola del segreto

«Caro dottor Mucchetti, questo lo potrà scrivere solo dopo la mia morte ». Sembrava il vezzo noir di un banchiere fedele, come il suo maestro Enrico Cuccia, alla regola del segreto. In realtà, Vincenzo Maranghi parlava sul serio. Lo capii a metà dicembre del 2006 quando gli resi visita per gli auguri di Natale nella sua casa di Milano, davanti alla basilica delle Grazie, un palazzo cinquecentesco, che era stato acquistato dal nonno della moglie, il senatore del Regno, Ettore Conti. Maranghi si manifestò con un mezzo fez per ingentilire gli effetti della chemioterapia. «Ricorda Anatole France?» disse indicando l’insolito copricapo che usava lo scrittore francese e si accese una sigaretta. Raccontò del dolore inconfondibile che aveva avvertito nel 2003, pochi mesi dopo le dimissioni forzate da Mediobanca: lo stesso di 17 anni prima, avvertenza di un male del quale allora aveva avuto ragione. Quattro anni di lotta silenziosa e poi la lucida preparazione all’addio. E’ in questo torno di tempo che l’ho conosciuto di persona. Gli avevo inviato una copia del mio primo libro, Licenziare i padroni?, con il bigliettino di rito. Lui aveva ringraziato con una lettera dattiloscritta avvertendo che, nel caso ci fossimo un giorno incontrati, l’avrei trovato «catafratto alla rivelazione di qualsiasi notizia d’ufficio». Catafratto, aggettivo d’origine greca, che sta per «coperto da armatura pesante e completa », segnale di una cultura classica che induce a guardare con disincanto alle tecniche della finanza. La prima telefonata avvenne quasi un anno dopo, nel 2004, all’indomani della scomparsa di Giovanni Agnelli. Si fece vivo lui, commentando la puntata dell’Infedele sull’Avvocato alla quale avevo preso parte: «Se è ancora interessato, le offro un caffè». L’uomo aveva una memoria d’elefante, che tuttavia confortava verificando date e luoghi sulle agende sue e di Cuccia. Mai domo, continuava a combattere e trattare persino quando lui stesso, in base all’analisi razionale, considerava persa la battaglia. Dopo la defenestrazione, la «sua» Mediobanca non sarebbe più stata la stessa. Non erano mancati i segni premonitori. Sul piano generale, l’apertura del merchant banking agli stranieri fatta dal Tesoro in occasione delle privatizzazioni – «dalla direzione generale del Tesoro soprattutto » precisava alludendo a Mario Draghi – aveva minato la posizione, fino ad allora quasi esclusiva, di Mediobanca. Erano gli anni Novanta: in apparenza quelli dell’influenza più estesa. Sul piano del potere, fu l’impossibilità di scegliere, scomparso Cuccia, il successore di Francesco Cingano alla presidenza a far emergere il suo isolamento. Francesco Cossiga rivelò che Maranghi l’aveva officiato per la presidenza senza risultati per il veto di Giovanni Agnelli e la moral suasion della Banca d’Italia. L’altro candidato di Maranghi era Pellegrino Capaldo, già presidente della Banca di Roma, ma un’ingiusta condanna per il crac Federconsorzi, poi annullata, rese impossibile la nomina: Capaldo si ritirò perfino dall’insegnamento all’Università La Sapienza di Roma fino alla completa riabilitazione. E però la piena consapevolezza che una stagione si era chiusa Maranghi l’ebbe quando, già fuori dalla banca, fu chiaro che Unicredito e Capitalia non avrebbero ridimensionato la loro partecipazioni. Ma anche dopo, e fino all’ultimo, cercò di salvare il salvabile di un modello irrimediabilmente figlio del Novecento: la banca d’affari dominante con un’alta dirigenza indipendente dagli azionisti pur eccellenti e blindati in un patto di sindacato. Di un modello e di un patrimonio, la partecipazione di comando nelle Generali, che lui soprattutto aveva costruito negli anni Novanta reinvestendo, con consumata perizia fiscale, gli utili non distribuiti di Mediobanca («macché comando», negava, «quelle azioni sono come un assegno, una riserva investita in titoli liquidabili tanto quanto i Btp o i Cct, ma meglio difesi dall’inflazione»). Negli ultimi mesi mi ha raccontato di aver rivisto Cesare Geronzi e Antonio Fazio, il presidente di Capitalia e il governatore della Banca d’Italia che, tra il 2002 e il 2003, guidarono le operazioni per estrometterlo. Al primo ha chiesto garanzie per la «squadra» di piazzetta Cuccia e per le Generali di fronte all’eventualità che i soci francesi potessero aprire un varco in favore del colosso assicurativo transalpino Axa. Con l’ex governatore, invece, si era riconciliato nella speranza che la sua lunga esperienza potesse offrire spunti e insegnamenti utili al futuro di Mediobanca. Dai tempi delle privatizzazioni non aveva grande simpatia per Draghi. «E’ curioso che sia io a dirlo, con tutto quel che c’è stato, ma di questo passo rimpiangeremo Fazio» ripeteva da un paio d’anni in controtendenza rispetto all’opinione generale. Pur essendo la persona più lontana dai banchieri disinvolti alla Fiorani o dai nuovi reucci romani del mattone, Maranghi non condivideva l’entusiasmo acritico per l’apertura del mercato italiano alle banche estere in stile anglosassone. Miopia protezionista, difesa della centralità di Mediobanca o solitaria presbiopia? Il dibattito oggi in corso sui derivati e gli hedge funds («spostare il rischio non lo elimina» mi diceva; «i bassi tassi d’interesse ne ottundono la percezione sia nel creditore che nel debitore; le banche centrali hanno grandi responsabilità») e l’allarme sui fondi di private equity internazionali come cavalli di Troia del capitalismo di Stato degli sceicchi, dei russi e dei cinesi nelle grandi imprese occidentali (che aveva intravisto prima delle cancellerie europee) consigliano di ritardare le sentenze. Del resto, l’«Iri dei privati», come Cossiga definì Mediobanca, si era «corretta» facendosi promotrice sul fronte esemplare di Telecom Italia del modello renano depurato dalle italiche presenze padronali. E lui chiosava senza giri di parole: «Non è più il tempo di Colaninno o di Confalonieri: ci vogliono soci che non tremano se devono tirar fuori un miliardo». Maranghi stava infine rielaborando sul piano teorico il rapporto stampa- finanza, avendo avuto un ruolo rilevante negli ultimi vent’anni di Rcs MediaGroup, sia pure all’ombra di Cuccia, secondo il quale il rapporto di Mediobanca con il Corriere si fermava all’edicola. Nel settembre 2006, quando stavo ultimando un altro libro, «Il baco del Corriere», gli sottoposi una paginetta sull’azionariato ideale di un grande giornale d’informazione privo di conflitti d’interesse. Era una bozza ispirata all’esperienza britannica della Reuters: in mancanza di un editore puro, una public company protetta da uno statuto antiscalata. Ho tenuto conto dei suoi consigli che mi autorizzò a usare in forma anonima fino a quando fosse stato in vita. Adesso posso dire che la sua concezione del giornale come bene pubblico, preminente rispetto al mero gioco del mercato, era la stessa che si ritrova nel mio libro e negli interventi di Martin Wolf, capo economista del Financial Times, sul perché Murdoch non dovrebbe diventare il padrone del Wall Street Journal.