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 2007  luglio 20 Venerdì calendario

MILANO

Si saprà per certo fra tre settimane, con i primi risultati pubblici di Blackstone, ciò che molti sospettano da tempo: il principale azionista «esterno» del più grande fondo di «private equity» al mondo ha un indirizzo che porta a Pechino. Al ministero delle Finanze. In base ai documenti presentati a Wall Street, Blackstone conta l’agenzia di investimenti di Stato cinese fra i propri soci con poco meno del 10% e, a sua volta, partecipazioni in 43 gruppi industriali: dalla farmaceutica americana agli hotel Hilton, dall’energia in Africa occidentale alla produzione di cavi in Westfalia, fino a una quota di Deutsche Telekom.
Con una «fiche» in Blackstone di tre miliardi di dollari, pescata da un fondo cento volte più vasto, la Cina si è comprata una finestra sul mondo e sul sistema industriale tedesco. Non è dunque un caso se Angela Merkel ha messo a fuoco le mosse di Pechino con una smania difensiva persino più acuta di quella regolarmente dimostrata dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Come lui, ora la cancelliera tedesca ha scelto di rivolgersi a Bruxelles perché l’Europa risolva i suoi problemi. Prima in un’intervista a Handelsblatt, quindi di fronte alla stampa estera, questa settimana Merkel non ha fatto altro che martellare su un concetto: l’Unione europea deve darsi regole comuni per filtrare gli investimenti lanciati da fondi di Stato di Paesi economicamente emergenti ma politicamente tutt’altro che democratici e affini. Perché questi compratori – sostiene Merkel – «possono anche perseguire obiettivi politico-strategici e creare problemi in settori sensibili ». Cosa voglia dire la cancelliera lo mette in chiaro Stephen Jen, il banchiere (cinese) di Morgan Stanley che per primo ha attirato l’attenzione dei mercati sui muscoli dei «fondi sovrani»: circa 2.500 miliardi di dollari prodotti da anni di enormi surplus commerciali di Paesi come la Cina, Singapore, gli emirati del Golfo, la Russia. «Quei governi vorranno comprare aziende occidentali che contengono "know how" – sostiene Jen – grandi banche incluse».
Contro questi cacciatori di competenze e tecnologie, la cancelliera non propone barriere alla francese: non pensa a liste di attività intoccabili, magari includendovi lo yogurt come Parigi decise nel 2005 per tenere PepsiCo lontana da Danone. Piuttosto, Berlino preferisce procedure europee d’esame degli investimenti esteri, come regolarmente fanno il congresso e il Tesoro di Washington nel Cfius: così, con una raffica di domande davanti a un pugno di esperti e di politici, gli americani hanno già scoraggiato l’acquisto di Unocal (petrolio) da parte della cinese Cnooc e degli scali navali Usa della P&O da parte della Dubai Ports. Sulla scia di Merkel, ieri anche la Commissione Ue ha ammesso la sua «preoccupazione» e ha fatto sapere che studierà eventuali iniziative. Persino il governo di Londra, il più favorevole agli investimenti esteri, non ha chiuso a Merkel: «Ci riserviamo il diritto d’intervenire in fusioni che sollevino preoccupazioni per l’interesse pubblico», ha commentato una portavoce.
Ma non è detto che tutti siano d’accordo nell’alzare un filtro europeo contro i fondi «anti-democratici ». Fred Zuliu Hu, banchiere (cinese) di Goldman Sachs, preferirebbe piuttosto più reciprocità nei mercati aperti. Ma soprattutto, il problema è che da sempre il denaro è più rapido e seducente della legge: JSC Vneshtorgbank, seconda banca russa, ha già il 5% di EADS (il gruppo europeo di difesa-aerospazio), il Dubai Financial Centre è attratto dalle Borse scandinave e il governo di Singapore è un partner di rilevo di BI-Invest, primo azionista dell’italiana Ducati. Con un piccolo dettaglio in più: ai governi Ue magari non piacerà la pressione dei «fondi sovrani » d’Oriente, ma 2.500 miliardi di dollari pronti a dispiegarsi sui listini portano con sé promesse di rialzi di Borsa. Anche agli elettori di Angela Merkel farebbero piacere.