Paolo Salom, Corriere della Sera 20/7/2007, 20 luglio 2007
DAL NOSTRO INVIATO
PECHINO – Il Dragone continua a correre. I dati resi noti ieri sulla crescita della Cina nel primo semestre dell’anno – 11,5% sullo stesso periodo del 2006 – sorprendono anche perché il Paese sta superando la Germania per diventare la terza potenza economica mondiale dietro Usa e Giappone. Considerato che fra aprile e giugno l’incremento è stato dell’11,9%, il più consistente dall’ultimo trimestre del ’95 e un segnale di possibile surriscaldamento, la domanda: «Per quanto ancora? », risulta tutt’altro che fuori luogo. «Questi numeri – ha commentato Stephen Green della Standard Chartered Bank – dimostrano che la Repubblica Popolare ha addirittura accelerato in primavera. Per quanto riuscirà a tenere questo passo? La retorica che si ascolta a Pechino lascia intendere che non è un gran cruccio».
Per la verità, il portavoce Li Xiaochao, sciorinando i dati su export e investimenti, ha detto che il governo intende correre ai ripari, considerato anche il dato sull’inflazione più alto del previsto, 4,4% a giugno. «Cercheremo di contenere e cambiare le modalità dello sviluppo, implementando le politiche di riforma suggerite dall’esecutivo», ha spiegato Li Xiaochao senza entrare nei particolari né annunciare aumenti del tasso di sconto o altre misure comunque attese. L’idea di fondo è sempre la stessa: restringere l’accesso al credito. Una pratica difficile in un Paese dove i finanziamenti sono spesso decisi dalla contiguità politica.
Alla fine Li Xiaochao ha cercato di minimizzare: «Stiamo osservando da vicino quale direzione stia prendendo questa crescita accelerata – ha detto ”. Ma il surriscaldamento dell’economia è un problema ampio, che va studiato da diversi punti di vista ». Anche Zhang Hanya, economista di punta della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, affermando che la Cina «può usare sia il mercato interno che quelli esteri per assorbire la sua capacità produttiva».
Capacità definita «incredibile» da Tai Hui della Standard Chartered Bank di Hong Kong, e da considerare nell’ottica più ampia del confronto con gli Stati Uniti. Pechino non vuole togliere concentrazione ed energie dal proprio sviluppo e prova a tenere «sotto la coperta» il conflitto economico con l’America, segnato nelle ultime settimane dalle polemiche sui prodotti Made in China difettosi.
Ma i segnali che manda sono tutt’altro che concilianti. L’altro giorno, un editoriale del «Quotidiano del Popolo», imitato dal «China Daily», organo governativo in inglese, attaccava «i media stranieri, soprattutto quelli americani, che mettono in dubbio gli standard dei prodotti cinesi. E cambiano il nero in bianco». Pechino sostiene che non sia giusto attribuire all’intera produzione cinese deficit di qualità riscontrati in singoli casi «che possono essere corretti e non si devono riversare su una nazione intera». D’altro canto, la Cina continua a godere di un vantaggio competitivo grazie alla sua divisa, lo yuan, che resta ancorata al dollaro e, nonostante le richieste pressanti (soprattutto di Washington), rimane sottovalutata, come ha confermato ieri il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke deplorando la «lentezza della Cina» in questa direzione: «La svalutazione dello yuan – ha detto – contribuisce a distorcere le dinamiche commerciali fra i nostri due Paesi».
In questo scenario, non stupisce che le banche d’affari abbiano «corretto » le previsioni sulla crescita del Pil cinese nel 2007. Dal 9,5 al 10,5% di prima, i meno ottimisti parlano ora di 11,3-11,5%. Abbastanza da contribuire a quello che ieri l’Fmi ha definito un «boom globale» oltre le previsioni, che ha spinto Wall Street a chiudere su nuovi record al rialzo.