Antonella Rampino, La Stampa 19/7/2007, 19 luglio 2007
ARTICOLI SCRITTI IN MORTE DI MARANGHI
CORRIERE DELLA SERA 18/7/2007
SERGIO BOCCONI
Vincenzo Maranghi è morto ieri sera nella sua casa milanese di Corso Magenta. Aveva 70 anni e da tempo era malato. La sua storia è legata a doppio filo a quella di Enrico Cuccia e di Mediobanca. Maranghi è stato il braccio destro del fondatore della banca d’affari milanese: il «Delfino». Direttore centrale dall’82 all’88, poi direttore generale quindi amministratore delegato di Mediobanca, nel 2003 aveva lasciato il palazzo di Via Filodrammatici dopo quarant’anni di servizio.
Alla scomparsa di Cuccia, nel 2000, il banchiere milanese, ma fiorentino di nascita, aveva raccolto la sua eredità. Poi nel 2003 con il varo di un nuovo patto di sindacato era uscito di scena insieme al presidente Francesco Cingano, lasciando la guida a Gabriele Galateri di Genola e ai due direttori generali Alberto Nagel e Renato Pagliaro.
Maranghi era malato da tempo ma aveva preferito affrontare le cure nella sua casa, il palazzo noto come Casa degli Atellani, in corso Magenta, di fronte alla chiesa di Santa Maria della Grazie, dove ieri sera poco dopo le 8 è morto.
MILANO – Un episodio quasi privato dice di lui molto di più della lunga vita pubblica ma riservatissima. Vincenzo Maranghi discute con un funzionario di Mediobanca su un tema ben lontano dalla grande finanza: la polizza malattia per chi lavora nel gruppo. Di fronte all’ipotesi di contratti diversi per dirigenti e impiegati, lui chiede: crede che il mio cuore sia diverso da quello di un fattorino? In Piazzetta Cuccia molti lo ricorderanno soprattutto così: il banchiere che ha vissuto e descritto la sua banca e i suoi dipendenti come un «corpo mistico», è scomparso ieri sera a Milano, nella casa di Corso Magenta.
E certo nessuno ha dimenticato l’ultimo, lungo, applauso che lo ha salutato l’11 aprile 2003. Il giorno dell’addio. Da allora non è più tornato in istituto. Anzi, probabilmente non ha nemmeno più percorso via Filodrammatici. Il suo carattere passionale, incline all’intemperanza ma capace di grande generosità, conosceva bene gli «assoluti»: è stato il Delfino di Enrico Cuccia, il custode della sua eredità e il comandante che ha difeso fino all’ultimo il Tempio del Capitale trasformato in fortino assediato. Ha trascorso nel palazzo seicentesco quasi ogni giorno della sua vita. Ma l’amarezza non lo ha più riportato indietro. Così come la fedeltà non lo ha mai condotto altrove. Dopo Mediobanca, il nulla. Per scelta.
stato l’ultimo banchiere del silenzio. Come Cuccia, Silvio Salteri, Franco Cingano, è stato il Sacerdote del capitalismo italiano, inaccessibile e riservatissimo crocevia di affari e relazioni, custode degli assetti delle grandi famiglie industriali. In silenzio si è ritirato alla vita privata dopo che nell’aprile 2003, è stato «licenziato» da Piazzetta Cuccia al termine di una lunga battaglia finanziaria che ha portato l’istituto a un nuovo patto di sindacato e a una nuova governance. Dopo una lunga trattativa, che ha svolto in nome dell’autonomia della banca e dei suoi uomini, e non certo a difesa dei suoi interessi personali, Maranghi ha dovuto lasciare. Senza chiedere o accettare buonuscite (la sola somma «extra» ricevuta è stato il pagamento di 1,6 milioni per le ferie non godute come direttore generale) e anche in quel caso senza parlare.
L’unica volta che ha rotto la consegna del silenzio (a parte le dichiarazioni spese nella sola occasione ufficiale di comunicazione: l’assemblea degli azionisti) è stato per replicare ad Antonio Fazio, che il 27 gennaio 2004 in Parlamento aveva detto che «un gruppo francese attraverso Mediobanca » aveva tentato «la scalata alle Generali». L’11 febbraio Maranghi invia ai presidenti delle Camere (allora erano Marcello Pera e Pierferdinando Casini) una lettera che inizia così: «Egregio dott. Fazio, la ricostruzione che Ella ha fatto sulle vicende occorse nel 2003 in Mediobanca e Generali è inveritiera». Fazio aveva detto che il gruppo francese che si era lanciato su Mediobanca-Generali «era stato favorito da alcuni amministratori. C’è stata la rivolta di tutti i 41 azionisti di Mediobanca nei confronti dell’amministratore e si è arrivati a un cambio della gestione ». Affermazioni secondo Maranghi «lesive» e «infondate». Il Delfino ricostruisce dunque il cammino che ha portato alle dimissioni. Primo passo: sabato 25 gennaio 2003. Maranghi ricorda: quel giorno «accompagnato» da Nagel e Pagliaro, «ho incontrato a Verona» Paolo Biasi, «presidente della Fondazione Cariverona, nella sua veste di rappresentante del principale azionista di Unicredito. A lui ho comunicato che il deteriorato clima dei rapporti con i due maggiori soci di Mediobanca, Unicredito e Capitalia», influiva in modo così negativo «da indurre il dott. Cingano e me nell’interesse dell’istituto a rimettere il mandato». Un’uscita «in punta di piedi» subordinata a tre condizioni: salvaguardia dell’ autonomia «con soluzione radicale del conflitto d’interessi delle banche socie»; «salvaguardia dell’alta direzione della banca»; «continuità del vertice delle Generali». Una quarta condizione, «l’impegno delle banche a ricollocare sul mercato i titoli Generali », Maranghi afferma di averla aggiunta il 10 marzo 2003, in «una riunione a Milano presso il ministro Tremonti». Il negoziato si è concluso il 7 aprile 2003.
E’ la data che ha segnato forse più di ogni altra la vita di Maranghi, che una settimana più tardi lascia dunque Mediobanca e si ritira, limitandosi a dare consigli (senza parcella) a persone a lui vicine. La vita pubblica si conclude lì. Una vita da banchiere che peraltro di pubblico ha avuto ben poco. Il privato si può raccontare in un paio di righe: quattro figli e due hobby, pesca soprattutto al salmone (con il «privilegio» di un piccola riserva sul Ticino vicino a Bereguardo) e auto sportive (Alfa Romeo e Maserati, sempre rigorosamente lucidissime). Per il resto: lavoro. Fiorentino, Maranghi inizia giornalista a Il Sole ma abbandona in fretta le redazioni. Ha più o meno trent’anni quando viene presentato a Cuccia. Sua moglie, Anna Castellini Baldissera, viene da una famiglia di banchieri, azionisti della Banca «Lombardona». In Mediobanca fa la gavetta. Da segretario di Cuccia all’ufficio studi, poi agli affari speciali (le partecipazioni), quindi all’area affari e al servizio crediti.
il 1988, una data che segna uno spartiacque per Mediobanca: si avvia la privatizzazione con un patto tra le «Bin», Comit, Credit e Banca di Roma e il «salotto buono » degli imprenditori italiani: Agnelli, Pirelli, De Benedetti, Ligresti, Pesenti, Marzotto, Pecci, Ferrero, Cerutti. Maranghi viene nominato amministratore delegato al posto di Salteri, Cingano sostituisce Antonio Maccanico alla presidenza. In quegli anni Mediobanca è un tempio inviolabile e la trasparenza non prende certo la forma delle dichiarazioni o delle comunicazioni al mercato o alla stampa. Maranghi parla solo in assemblea. E qualche volta facendo molto «chiasso», nel senso che le sue dichiarazioni scrivono pagine della storia finanziaria. Per esempio nel ’96. «Mediobanca finora non è stata chiamata a partecipare ad alcuna privatizzazione italiana ». Dice che così si è tolto una sassolino dalle scarpe che «non sono da yachting». E tutti capiscono che si riferisce al Britannia: lo yacht sul quale Mario Draghi nel ’92 ha «presentato» le cessioni di Stato a economisti e banchieri internazionali.
Un altro esempio significativo è di un paio di anni dopo, quando Maranghi sorprende i soci dicendo che anche «Mediobanca è scalabile». Quando, il 23 giugno 2000 muore Cuccia, Maranghi ne raccoglie l’eredità. La successione è stata decisa da tempo anche grazie alle uscite di giovani banchieri come Gerardo Braggiotti e Matteo Arpe (il primo catturato subito da Lazard, il secondo da Banca di Roma) diventati «incompatibili» con il Delfino. Per il quale l’addio al maestro rappresenta dunque la vera incoronazione. Tuttavia ci si accorge ben presto che la governance di Cuccia (Mediobanca al centro di tutto, guidata in totale autonomia dal top management) non potrà essere replicata da Maranghi. I grandi soci bancari, Capitalia e Unicredito, mostrano progressivamente insofferenza per la gestione indipendente dell’amministratore delegato. Al quale il carattere difficile, impulsivo, passionale, intemperante, non sarà certo d’aiuto: rivelerà la sua forza, ma si rivelerà anche il suo più grande limite.
Il tempio del capitalismo si trasforma così in fortino assediato. Maranghi punta sulla fusione tra Falck e Montedison. Ma fallisce anche per l’opposizione di Capitalia, Intesa e Sanpaolo critici sul concambio. Nell’estate 2001 è la Fiat a uscire allo scoperto, dopo che Giovanni Agnelli aveva accusato Maranghi di scarsa lungimiranza e ammonito Mediobanca: è finita l’era dell’autoreferenza. Torino guida la scalata a Foro Buonaparte. Maranghi in extremis sfila Fondiaria e la cede a Salvatore Ligresti. La Fiat tenta comunque di conquistarla con la Toro, ma alla fine si ritira dalla partita. Maranghi ribalta i vertici di Generali: prima licenzia Alfonso Desiata poi il suo successore, Gianfranco Gutty. Rivuole a Trieste Antoine Bernheim, legato a Vincent Bolloré che guida la cordata francese. Infine, nel pieno della crisi Fiat, con le banche del prestito convertendo che stanno studiando la quotazione della Ferrari, Maranghi vuole ricucire i rapporti con Torino e rileva il 34% della casa di Maranello: l’operazione è alternativa al collocamento nel quale erano impegnate in pool anche Unicredito e Capitalia e per poco non mette in crisi l’intesa tra Fiat e le banche creditrici. Nell’audizione parlamentare dell’11 luglio 2002 Maranghi nel descrivere l’intervento parla di «vocazione istituzionale» dell’istituto e dice: «Mediobanca molte volte si è trovata da sola perché altri non condividevano le sue valutazioni. Noi non amiamo partecipare a operazioni confezionate da altri».
La replica di Alessandro Profumo arriva qualche settimana dopo: «Mediobanca non funziona come dovrebbe». Nel febbraio 2003 Unicredito annuncia di aver rastrellato il 2% di Generali. l’inizio della battaglia che porterà Maranghi a lasciare Mediobanca, dopo i mille giorni da re che hanno coronato la vita da Delfino. A chi gli offre una lauta buonuscita, risponde: «Né ringraziamenti, né un euro in più». Amarezza e coerenza: lui non è mai stato un banchiere all’americana, ha sempre rifiutato le stock option ritenendo che almeno uno in banca dev’essere libero di decidere senza pensare ai possibili riflessi sul proprio patrimonio personale. Una scelta calvinista che non ha però esteso ai «ragazzi» che lo hanno affiancato nell’assedio. A loro, prima di andare, dice: «Adesso la banca è vostra, ed è vostra la responsabilità dell’eredità di Cuccia».
Arriva alla presidenza Gabriele Galateri, salgono Alberto Nagel e Renato Pagliaro. La continuità nella gestione c’è, ma la loro Mediobanca non sarà più né un tempio né un fortino. Sarà «solo» una banca d’affari. Con un Leone in cassaforte. Un tracciato che non cambia anche dopo l’ultima, recente, svolta, che Maranghi segue da vicino per quanto può: la malattia lo ha già molto provato. Si cambia governance, si passa al dualistico. Arriva Cesare Geronzi, Galateri esce, Nagel e Pagliaro sono alla guida dell’istituto. Al primo viene riassegnata la carica «sparita» con Maranghi, quella di consigliere delegato, il secondo è presidente del board di gestione. Il Delfino non dice nulla in pubblico. Di una cosa però lo si descrive soddisfatto: i due «giovani», che lui e Cuccia hanno «tirato su», sono insieme sul ponte di comando. Ciò che aveva chiesto per lasciare e che in fondo non aveva ottenuto un completo rispetto formale, si è realizzato. Pochi giorni fa.
La passione per la pesca nella riserva di Bereguardo e la passione per le auto sportive, soprattutto Alfa Romeo e Maserati, sempre lucidissime
Lo scontro con i soci e l’uscita amara nel 2003 dall’istituto dove aveva trascorso quasi ogni giorno della sua vita. Da allora non è più tornato in Piazzetta Cuccia Vincenzo Maranghi ha lavorato per quarant’anni al fianco di Enrico Cuccia in Mediobanca (con lui nella foto a sinistra).
Alla morte del presidente d’onore della banca milanese aveva raccolto la sua eredità, per custodirla fino al 2003 quando con il riassetto azionario e il nuovo patto di sindacato aveva lasciato il palazzo di Via Filodrammatici. A destra, Maranghi insieme e a Francesco Cingano, presidente di Mediobanca fino al 2003
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CORRIERE DELLA SERA 18/7/2007
Centralissima a Milano, eppure quasi nascosta in una stradina dietro il Teatro Alla Scala, in via Filodrammatici, Mediobanca è stata per decenni il tempio del capitalismo italiano, il salotto della finanza, il luogo impenetrabile da dove Enrico Cuccia muoveva i fili dei salvataggi industriali dell’Italia del dopoguerra, prima, e del boom economico dopo. E anche se la merchant bank negli ultimi si è dovuta «adeguare» ai tempi, prima cedendo alla tentazione e alla necessità di avere un sito internet (modernissimo), e proprio negli ultimi mesi dotandosi tra le prime banche italiane della governance duale, lo stile rimane quello riservatissimo della fondazione. Dalla sua cassaforte passa ancora la grande finanza italiana.
Prima di tutte quella partecipazione del 14% nelle Assicurazioni Generali che ne fanno il crocevia delle decisioni che contano e che rimane al centro del dibattito sui nuovi assetti dopo la fusione tra Unicredit e Capitalia. Tra le operazioni che hanno contributo a disegnare il panorama del capitalismo italiano ci sono state quelle della Fiat, della Pirelli e della Olivetti. Il concepimento dell’idea di Mediobanca ha una data precisa com’era stato ricordato dallo stesso Cuccia: qualche giorno dopo il Ferragosto del 1944 quando lui e Mattioli parlarono della nascita «della nuova creatura» che avvenne per iniziativa della Banca Commerciale Italiana alla quale si associò subito il Credito Italiano (ora UniCredito Italiano) e successivamente il Banco di Roma (poi confluito nella Banca di Roma, oggi Capitalia), per «soddisfare le esigenze a media scadenza delle imprese produttrici» . La quotazione in Borsa avvenne nel 1956. Poi il continuo sviluppo sotto la guida di Cuccia che ne fece la banca d’affari dell’«impresa Italia» e che anche oggi mantiene la leadership nelle sue attività non solo finanziarie ma anche di studi, ricerca e produzione di report.
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CORRIERE DELLA SERA 18/7/2007
ROBERTO BAGNOLI
ROMA - «Era un uomo di primissima qualità che ha avuto difficoltà a brillare di luce propria per la forte personalità di Enrico Cuccia». Giorgio La Malfa sapeva da tempo che le condizioni di salute del suo amico Vincenzo, «ma ci siamo sempre dati del lei, incredibile», ricorda con grande commozione - erano peggiorate e la fine era questione di giorni. Nella sua casa romana dietro al ministero della Giustizia, approfitta dell’assenza della moglie per combattere la tensione con robuste dosi di toscano. E da un cassetto consegna alla cronaca due lettere che il presidente storico di Mediobanca Enrico Cuccia scrisse proprio al suo delfino Maranghi.
Una è di vent’anni fa ed era a «corredo» di un regalo che Cuccia volle fare al suo «carissimo Maranghi»: un tagliacarte di pietra degli Urali che Cuccia aveva a sua volta avuto in dono dal fondatore di Mediobanca Raffaele Mattioli e da altri «cari amici», cioè Carlo Bombieri, Corrado Franzi ed Emilio Brusa. Il celebre quartetto di banchieri così scrisse all’allora giovane Cuccia: «Ti auguriamo durezza e taglio uralici per i prossimi quarant’anni! » Milano, 24 novembre 1947. L’augurio-profezia di Cuccia contenuti in quel gesto,«un vero passaggio del testimone» precisa La Malfa, si sono avverati: Maranghi è rimasto in Mediobanca, con diversi gradi di responsabilità, fino all’aprile del 2003, quindi quattro mesi più dei 25 anni augurati.
L’altra lettera è struggente. Il collega-dipendente «Maranghi» diventa «Vincenzino». Cuccia la scrive tre settimane prima di morire, una specie di testamento nel quale dispone di far avere al suo «erede» il disegno di Modigliani avuto dal presidente dell’istituto Adolfo Tino e una rara edizione tratta dall’Orlando Furioso. Anche questa accompagnata da una lettera scritta nel 1968 da Mattioli e firmata da tutto il consiglio tra cui anche Giovanni Agnelli: «Vale la pena ricordare questi anni - legge La Malfa tra le sue carte - soprattutto quando sono stati spesi senza pausa e senza ristoro per far crescere e prosperare una creatura nuova nata in tempi procellosi e cresciuta forte, alacre, piena di vigore e di tenacia». La Malfa rivela che Maranghi era già stato colpito dal tumore una decina d’anni fa e non esclude che «la ricaduta sia stata in qualche modo causata dall’amarezza provata dalla traumatica uscita».
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CORRIERE DELLA SERA 18/7/2007
DUE LETTERE DI CUCCIA
«Come Mattioli ha fatto con me le auguro altri venticinque anni»
14.XI.1987 Carissimo Maranghi, è la stagione dei «venticinquennali». Il Suo, di qualche mese fa, è passato sotto silenzio, in quanto - almeno per quel che ne penso io - si tratta di celebrazioni che chiudono una «carriera», mentre nel Suo caso è solamente la base per procedere al raddoppio.
Quarant’anni fa, quando Mediobanca vagiva ancora nella culla, Mattioli, insieme a qualche altro caro amico, «tagliò il nastro» per l’inaugurazione di un quarantennio che si chiude proprio in questi giorni. Lo fece inviandomi un dono, accompagnato da un augurio abbastanza originale. Per quel che mi riguarda, «cursum consummavi», e mi preparo a salutare tutti: e adesso tocca a Lei, e voglio io «tagliare il nastro» del Suo secondo venticinquennio, trasferendo a Lei il dono con bigliettino che lo accompagnava e formulando un voto proprio negli stessi termini usati da Mattioli: Le auguro di tutto cuore «durezza e taglio uralici» per i prossimi XXV anni, lieto di stabilire così un legame tra un passato a Lei e a me caro e il Suo avvenire, che è anche l’avvenire di Mediobanca per il nuovo quarto di secolo.
La abbraccio, Enrico Cuccia
«Grazie, grazie, grazie di tutto per questo sodalizio eccezionale»
30.V.2000 Carissimo Vincenzino, quando leggerà queste righe il nostro sodalizio avrà avuto fine per decisione della Provvidenza, a cui sono grato per averlo fatto nascere. E’ stato un sodalizio eccezionale per i forti legami affettivi che si sono stabiliti fra noi; e non debbo certamente dire a Lei l’importanza che la nostra amicizia ha avuto nella mia vita da quando La ho conosciuta.
Grazie, grazie, grazie di tutto.
Ho pregato i miei figli di farLe pervenire il disegno di Modigliani che io ho ricevuto da Adolfo Tino e l’edizione tratta dall’Orlando Furioso offertami dal Consigliodi Mediobanca nell’ottobre del 1968; e Le accludo la lettera che accompagnò quel dono, redatta certamente da Mattioli e giro a Lei quell’elogio che essa contiene e di cui Ella è meritevole almeno quanto me nell’opera di costruzione di Mediobanca.
Le sarò grato se vorrà assistere con i Suoi consigli i miei figlioli. Formulo i più vivi auguri per Lei e per i Suoi cari e La abbraccio con molto affetto.
Suo Enrico Cuccia
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LA REPUBBLICA 18/7/2007
ETTORE LIVINI
MILANO - Se n´è andato esattamente come era uscito da Mediobanca: in punta di piedi. Vincenzo Maranghi è scomparso ieri a 70 anni in casa sua a Milano, dopo aver combattuto a lungo con una gravissima malattia. E con la morte del delfino di Enrico Cuccia cala forse per sempre il sipario sull´era del salotto buono. Maranghi ne ha vissuto tutte le epoche. Per oltre 37 anni sotto le ali del suo grande maestro. Poi, per mille giorni, gestendone con orgoglio l´eredità finanziaria e "spirituale" nel ruolo – purtroppo per lui un po´ fuori dal tempo e dalla realtà – di ultimo interprete davvero ortodosso dello "stile Cuccia": quello senza domeniche festive, senza stock option e fiero dell´indipendenza del suo istituto. E forse non è un caso che se ne sia andato proprio nel momento in cui le banche – le stesse che hanno contributo alla sua uscita di scena professionale – stanno consolidando sempre di più la loro presa sulla "sua" Mediobanca.
Maranghi è stato per tantissimi anni il "braccio" operativo di Enrico Cuccia. Il presidente tesseva le fila, gestiva le relazioni, dava le linee guida. Lui costruiva le operazioni. Teneva i contatti con i palazzi romani. Nel suo ufficio al primo piano di via Filodrammatici (oggi ribattezzata Piazzetta Cuccia) sono passati quattro decenni di storia dell´economia italiana: i vari riassetti della chimica e dell´energia, le battaglie bancarie, le mille crisi e resurrezioni della Fiat, i guai della Gemina e le grandi manovre sulle Generali. Filtrati, anestetizzati e risolti (spesso con lauto tornaconto dei soci e poche soddisfazioni per Piazza Affari) dai delicatissimi meccanismi finanziari e umani gestiti con riservatezza dal duo Cuccia-Maranghi.
Il suo esame di maturità è arrivato però nel giugno del 2000. Quando il grande vecchio di via Filodrammatici è scomparso e Maranghi – il candidato più naturale – ha preso le redini di Mediobanca. Il suo non è stato da subito un compito facile. Il carisma di Cuccia era stato il collante che aveva tenuto insieme miracolosamente i mille pezzi del capitalismo italiano, annacquando personalismi e interessi di parte. Sparito il baricentro di questa fragile ragnatela, l´equilibrio ha iniziato a spezzarsi e nei muri del salotto buono sono apparse le prime crepe. Le banche (anche quelle socie dell´istituto) hanno iniziato a muoversi in maniera sempre più autonoma. E Maranghi ha capito che la strada sarebbe stata in salita quando Gianni Agnelli – la colonna portante del salotto – annunciò urbi et orbi che per Mediobanca, morto Cuccia, «era finita l´era dell´autoreferenzialità».
Fatti, non solo parole: Fiat, Intesa e Capitalia hanno bocciato a inizio 2001 le nozze Falck-Montedison, la prima grande operazione dell´era Maranghi. E da allora è stato un lungo fronte contro fronte. Fatto di imboscate e colpi bassi sul campo aperto di Piazza Affari, un inedito per la compassata e onnipotente Mediobanca, abituata a gestire il potere "pesando" le azioni e non contandole.
Maranghi ha vinto un round soffiando Fondiaria alla Fiat. Poi ha rotto altri fragili meccanismi rilevando da Torino una quota di Ferrari proprio mentre le banche studiavano da sole un modo per aiutare il Lingotto a uscire dalla crisi. Uno schiaffo per ribadire la centralità di Piazzetta Cuccia. Ma intanto i rapporti si sono sfilacciati. Alle critiche dei banchieri («A Mediobanca c´è qualcosa che non va», ripeteva all´epoca Alessandro Profumo) si è aggiunto qualche distinguo dei soci industriali come Giampiero Pesenti e Salvatore Ligresti, da sempre gli alleati più fedeli dell´erede di Cuccia. E il redde rationem è arrivato, come quasi sempre quando si tratta di Piazzetta Cuccia, sulla madre di tutte le partecipazioni, le Generali. Con i soci bancari di Mediobanca (spalleggiati da Antonio Fazio) che hanno accusato Maranghi di "intelligenza" con il nemico (gli azionisti francesi guidati da Vincent Bollorè) per scalare Trieste. E Maranghi costretto ad aprile 2003 a farsi da parte, dopo una dura trattativa per la sua "resa" che la dice lunga sul suo carattere: non ha chiesto soldi (è uscito di scena solo con la liquidazione e il pagamento di 1,6 milioni di ferie arretrate). Ha preteso invece – come ha spiegato lui stesso in una lettera spedita al Parlamento per contestare la ricostruzione dei fatti di Fazio – la salvaguardia dell´indipendenza dell´istituto, la difesa della squadra di management cresciuta sotto la sua gestione (tra cui Alberto Nagel e Renato Pagliaro) e una serie di garanzie per il controllo delle Generali. Altri modi e, forse, altri tempi. Maranghi ha lasciato il suo ufficio di Piazzetta Cuccia domenica 13 aprile 2003. Il giorno prima aveva girato per gli uffici a salutare di persona tutti i 400 dipendenti. Che l´avevano poi aspettato in cortile per un ultimo commosso applauso.
Da allora, fedele al cliché cucciano, Maranghi si è fatto da parte. Nessuna intervista al vetriolo contro gli ex-alleati. Radi incontri con i pochi fidatissimi alleati rimastigli nel mondo della finanza di casa nostra. Quasi sempre a casa sua, di fronte a Santa Maria delle Grazie, nel giardino di quella casa degli Atellani che cinquecento anni fa era la vigna che Ludovico il Moro regalò a Leonardo per festeggiare l´ultima pennellata de "L´ultima cena". In molti – malgrado la malattia – hanno a lungo pensato (e probabilmente temuto) che stesse lavorando per un grande ritorno in scena. E forse questo è il miglior omaggio al lavoro silenzioso del delfino di Enrico Cuccia.
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LA STAMPA 18/7/2007
FRANCESCO MANACORDA
Era uscito per l’ultima volta dal palazzo di via Filodrammatici un venerdì pomeriggio, salutato dall’omaggio - mai udito prima nè dopo - di un applauso corale di tutti i dipendenti. Venerdì 11 aprile 2003 Vincenzo Maranghi, persa la battaglia con il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, si ritirava come un generale sconfitto dalla «sua» Mediobanca dopo quarant’anni di lavoro - e non è un’immagine retorica - ininterrotto.
Ieri a tarda sera l’addio, quello definitivo, dopo una lunga malattia vissuta con la stessa riservatezza che aveva coltivato in tutta la sua carriera. Prima in Mediobanca - dove aveva scalato le posizioni fino a diventare amministratore delegato e direttore generale a fianco di Enrico Cuccia al quale lo legava un rapporto di stima e amicizia profonda, ma sempre con il corollario del «lei» - e dopo, quando si era ritirato nella casa di Corso Magenta, con un’ultima e scarna indicazione per i suoi ex colleghi: «Da lunedì chi vuole può trovarmi all’indirizzo di casa». Parole e segni di uno stile legato indissolubilmente alla «vecchia» Mediobanca, quella assai criticata mentre girava a pieno e spesso rimpianta dopo la sua epoca d’oro.
Una Mediobanca di cui scompare adesso l’ultimo rappresentante di spicco. Così è solo un caso, ma di quei casi destinati a passare alla cronaca come altamente simbolici, che l’ultimo addio a Maranghi si consumi proprio nei giorni in cui nelle stanze di Mediobanca - compresa temporaneamente quella del fondatore - si consuma una nuova rivoluzione non meno forte di quella di quattro anni fa. Nel 2003, con la regia del Governatore e il ruolo da protagonisti di Alessandro Profumo e Cesare Geronzi fu spodestato Maranghi e da Torino arrivò Gabriele Galateri di Genola. Ora Galateri è fuori dalle stanze dei bottoni di Mediobanca, al suo posto proprio Geronzi, fresco delle nozze con Profumo.
A decidere l’uscita di Maranghi da Mediobanca furono all’epoca alcuni problemi con gli azionisti - l’acquisto a fermo di una quota Ferrari, che l’Unicredit gradì assai poco visto che era in corsa per la stessa operazione, e anche il tentativo di imporre il suo risanatore di fiducia, Enrico Bondi, in una Fiat orfana dell’Avvocato Giovanni Agnelli - ma soprattutto lo scontro frontale con Fazio. Uno scontro che esplicò tutti i suoi effetti proprio in quella primavera del 2003 ma che venne alla luce in tutta la sua nettezza e potenza circa un anno dopo, quando Antonio Fazio andò in Parlamento per spiegare il blitz alle Generali compiuto da Capitalia, Unicredit e Mps in funzione anti-Maranghi e disse che «un gruppo o gruppi francesi hanno dichiarato di avere fino al 20% di Mediobanca e tentavano il controllo o la scalata delle Generali». Una scalata, aggiunse, favorita «da alcuni degli amministratori».
Il sospetto infamante spinse l’ex amministratore delegato di piazzetta Cuccia a rompere il silenzio che si era imposto: prima una lettera, poi un’altra e un’altra ancora. Per dire che la ricostruzione di Fazio era «inveritiera», che «era in re ipsa impossibile prefigurare una scalata a Mediobanca» ma anche per ricordare come nel 2000 il Governatore avesse spinto per nominare alla presidenza di Mediobanca, al posto di Francesco Cingano, un’altra persona. Nessun nome, ma tutti tra Milano e Roma scommettevano che si trattasse di Berardino Libonati di Banca di Roma. A fianco di Maranghi si schierarono tra gli altri i suoi amici di sempre: Francesco Cossiga, l’ex di Mediobanca Giorgio La Malfa. Gli stessi che gli sono rimasti vicini in questi anni. Anni di esilio da Mediobanca ma non certo dalla comunità finanziaria: in molti, dai Benetton a Fabrizio Palenzona, lo stimavano e lo consultavano spesso e lui non lesinava i suoi pareri.
Al consiglio di Mediobanca che gli dava il congedo, il banchiere nato a Firenze nel 1937 «e battezzato nel Battistero», come amava ripetere, aveva detto di non volere «nè ringraziamenti né un euro in più», a segnare non tanto e non solo la profonda amarezza con cui lasciava la banca quanto il segno di un’etica che lo legava al suo maestro.
Così il grosso della sua liquidazione finirono per essere gli 1,625 milioni di euro ricevuti come indennità di ferie non godute: dal 1963 aveva lavorato in piazzetta Cuccia senza alcuna sosta se non una settimana di vacanze - rimasta nella leggenda della banca - nell’estate 1985.
Sbagliato, però, farne l’iconografia. Maranghi, «Cincio» per gli amici, è stato anche e soprattutto gestore inflessibile della Mediobanca più ortodossa, quella che sfuggiva alla presa azionaria delle tre Banche d’interesse nazionale e muoveva da autonomo tutore sulle sorti del capitalismo italiano. Delfino di Cuccia, ma anche uomo che ha gestito il potere in proprio e in modo crescente all’interno dell’istituto per circa un ventennio - da quando nel 1988 ebbe la carica di amministratore delegato mentre lo stesso Cuccia si ritirava nel ruolo di presidente onorario - all’uscita forzata. E nel coltivare il suo ruolo di monopolista dell’eredità di Cuccia, Maranghi è stato anche implacabile nello sbarazzarsi dei possibili concorrenti: a farne le spese, tra gli altri, Gerardo Braggiotti e Matteo Arpe. Nel solco del fondatore, dunque, anche se da lui diversissimo. Tanto silenzioso e sornione il primo quanto sanguigno e tranchant, il suo Delfino. Assieme agli hobbies come la pesca e le auto sportive, nel suo curriculum Maranghi vantava anche un periodo, cominciato a 22 anni, come redattore al Sole 24 Ore. Nei confronti dei giornalisti avrebbe mantenuto però i rapporti di diffidenza caratteristici della casa madre con qualche clamorosa eccezione. Una per tutte Indro Montanelli, e attraverso di lui la collega Flavia Podestà.
Che cosa avrà pensato nei suoi ultimi giorni l’ultimo erede della Mediobanca di Cuccia guardando alla nuova Mediobanca? Impossibile saperlo, anche se pare che nelle scorse settimane ci siano stati incontri tra il neopresidente Geronzi e l’ex amministratore delegato. Quel che è certo è che Maranghi sarà stato particolarmente contento di vedere Alberto Nagel e Renato Pagliaro salire rispettivamente alle cariche di consigliere delegato e presidente del consiglio di gestione. Era stato proprio lui, del resto, nell’indicare in Pagliaro e in Alberto Nagel gli uomini a cui passare il testimone nel momento della sua uscita da Mediobanca.
E per farlo aveva chiesto e ottenuto come interlocutore proprio Cesare Geronzi. A quattro anni dalla sua uscita dall’istituto il bilancio complessivo sarà stato comunque amaro: per Fazio, suo nemico di un tempo, la fine ingloriosa che è nota; per quei soci francesi che proprio il Governatore aveva usato come spauracchio, un ruolo di forte potere nell’asse saldato assieme al neopresidente di piazzetta Cuccia.
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CORRIERE DELLA SERA 19/7/2007
S.BO.
Le ultime disposizioni di Vincenzo Maranghi, il Delfino di Enrico Cuccia morto martedì sera a Milano, sono state in sintonia con la sua vita.
Niente necrologi, pochissime visite ieri alla casa di Corso Magenta, e questa mattina i funerali, che si terranno nella vicina Santa Maria delle Grazie, saranno in forma strettamente privata. L’ex amministratore delegato di Mediobanca ha voluto la massima riservatezza, rispettata con rigore da chi lo conosceva molto bene.
Private e riservate le visite, fra le quali quelle di Renato Pagliaro e Alberto Nagel, i «giovani» che Maranghi ha chiesto salissero alla guida dell’istituto quando, nel 2003, ha lasciato Piazzetta Cuccia dopo il lungo negoziato che ha svolto in nome dell’autonomia della banca. Nel quattrocentesco palazzo dove abita la famiglia Maranghi (la Casa degli Atellani, dimora di Giacomotto Della Tela, scudiero di Ludovico il Moro, dove ha soggiornato Leonardo da Vinci mentre lavorava all’Ultima Cena) Nagel è entrato prestissimo, Pagliaro si è recato intorno alle 11 ed è rimasto circa un’ora. Fra le altre visite, quella dell’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, che all’uscita ha ricordato Maranghi come «un manager di grande rigore».
Il saluto di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, è arrivato dall’esecutivo dell’Abi: «Mi dispiace molto – ha detto il banchiere a margine della riunione – credo sia stata una persona molto importante per il nostro sistema».
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LA STAMPA 19/7/2007
I funerali di Vincenzo Maranghi si terranno nella tarda mattinata di oggi nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano. Le esequie si svolgeranno in forma strettamente privata per volere della famiglia dell’ex amministratore delegato di Mediobanca, scomparso martedì sera dopo una lunga malattia. Ieri, fin dal primo mattino, in tanti si sono recati a casa Maranghi, in corso Magenta. Oltre ad alcune persone vicine alla famiglia a palazzo Atellani si è recato anche Renato Pagliaro, suo delfino e da poco eletto come presidente del consiglio di gestione di Mediobanca, mentre l’altro suo erede in Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, gli ha detto addio nella prima mattinata di ieri. Tra chi ha voluto dare l’ultimo saluto anche l’onorevole Paolo Cirino Pomicino che lo ha ricordato come «un manager di rigore cui ero molto legato». Il numero uno di UniCredit, Alessandro Profumo, lo ha ricordato affermando: «Credo sia stata una persona importante per il nostro sistema bancario».
LA STAMPA 19/7/2007
ANTONELLA RAMPINO
Il loro destino s’è incrociato al giro di boa del secolo, entrambi papabili nel 2000 per la successione a Enrico Cuccia. Vincenzo Maranghi, che di Cuccia era il delfino designato. E Francesco Cossiga, che pure è stato amico di quell’uomo che coltivava riservatezza e garbo sino a vestirli di melanconia, scomparso l’altra notte a 70 anni. «L’ho sentito l’ultima volta 15 giorni fa, faccia presto a venire a trovarmi o non mi trovera più, mi aveva detto. E io non c’è l’ho fatta...», si rammarica adesso il presidente emerito della Repubblica. Di Mediobanca non avrebbero parlato, «da quando aveva lasciato via Filodrammatici, Maranghi non toccava più l’argomento. Per discrezione, per rettitudine. Perché era veramente un uomo molto legato a quella che considerava come un’istituzione pubblica. Un vero servitore dello Stato, che vidi andarsene da Mediobanca rifiutando una superliquidazione, e anche l’auto di servizio. E’ uscito dal Palazzo di via Filodrammatici prendendo un tassì. Maranghi era un uomo di sentimenti delicatissimi. Della cosa era amareggiato, ma sereno».
«Eravamo legati da un’amicizia personale, di rimbalzo dagli strani rapporti di amicizia che pure avevo con Enrico Cuccia. Io non mi sono mai occupato né di banca, né di finanza, né di affari, ma con Cuccia discorrevamo di filosofia e di teologia. Dopo un po’ diventai amico pure di Maranghi, anche perché lui teneva, assieme a Cesare Romiti, a che io diventassi presidente di Mediobanca», sostiene adesso Cossiga. «Venne a farmi la proposta: presidente effettivo, perchè lui riteneva che occorresse nella banca, dopo la morte di Cuccia, una personalità di rilievo. Ma le autorità della Banca d’Italia mi dissero che non vedevano con piacere questa mia nomina, sarebbe diventato per loro imbarazzante dover controllare una banca presieduta da un ex capo dello Stato. Maranghi non la prese bene, quando glielo comunicai. Avevo chiesto al Senato, essendo io senatore a vita, un parere sulla compatibilità dell’incarico, e mi fu risposto che non ce n’era. E allora sa cosa feci? Scrissi di mio pugno un parere contro me stesso, e lo feci apparire come fosse del Senato. Lo mandai alla Banca d’Italia, ed è ancora lì, agli atti». Cosa non si fa per politesse... «Maranghi era veramente un uomo particolare. Lo incontrai la prima volta da presidente della Repubblica. C’era una grande impresa italiana che doveva acquistarne un’altra e il governo era contrario e volevo il parere di Cuccia. Vengo a trovarla a Milano, gli dissi. Ci mancherebbe che fosse il capo dello Stato a venire da me, rispose. Arrivò al Quirinale con Maranghi, disse una cosa sola: «Naturalmente, che paghino in contanti». E l’operazione fu affossata. Poi sono andato varie volte a Mediobanca, e Maranghi ogni volta rideva. Ma perché Cuccia offre a tutti il the, e a lei anche i biscotti? Forse perché ci scambiamo i libri, rispondevo. Il primo fu una sinossi in inglese della ”Summa Teologica” di San Tommaso».