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 2007  luglio 19 Giovedì calendario

GIGI PADOVANI

INVIATO A FOSSACESIA (CH)
L’argano gira lentamente, le funi si tendono, tutta la struttura della piattaforma sul mare geme. Poi la rete da 18 metri di lato incomincia a salire. La luna è già alta, e Bruno Virrì, l’ultimo discendente di una famiglia di pescatori, raccoglie le alici guizzanti con un retino e le fa scivolare in padella. E’ il momento culminante della cena sul «trabocco», una palafitta in legno a 130 metri dalla costa, dalla quale Bruno pesca secondo il metodo antico: l’allegra tavolata di turisti consuma una cena di pesce povero. Basta sushi e tonno crudo o «cadaverini» di orate e spigole crude. Le alici, marinate o fritte, diventano le regine di luglio, insieme con un piatto povero: il brodetto di pesce alla Vastese.
La cucina di mare è uno dei tipici sapori d’estate. Ma c’è pesce e pesce. Nella zuppa si usa quello che va da 0,50 euro la cassetta (perché non lo vuole nessuno) fino ad un massimo di 15 euro. Siamo a Fossacesia, provincia di Chieti, in quella striscia di mare abruzzese non troppo contaminata dal turismo di massa, tra la Majella e l’Adriatico, che i cartelli stradali definiscono la Costa dei trabocchi. In 50 chilometri di ciottoli e scogli sono rimaste in vita soltanto 27 di queste piattaforme che Gabriele D’Annunzio chiamava «la grande macchina pescatoria», grazie anche a Slow Food e al lavoro di nove Comuni che si sono impegnati a salvarle, avviandone la ristrutturazione. Quello che attira tanta gente è il cibo, che ormai muove più turisti dei musei. Nelle librerie circolano libretti ruspanti, come quello appena uscito di Pino Jubatti, dedicato a Cucina e trabocchi, nel quale i piatti di richiamo sono «li maccarùne di la viggìlie» (fidelini con le sarde), le «panùcchie ”nquaquanàte» (cicale di mare in guazzetto) e la grigliata di paranza. Spiega Bruno Verrì: «Qui è cambiato tutto, con il mare caldo di oggi. E così le seppie sono arrivate un mese prima, a maggio. Adesso dai trabocchi si tirano su alici, sarde, sgombri, cefali (un tripudio di pesce azzurro). Dalle paranze, le piccole barche, arrivano sogliole, testoni, gallinelle, scorfani, mormore».
Un astice è già molto più raro, come spiega Franco Ricci di Federcoopesca Abruzzo: «D’estate la domanda aumenta. Ma stiamo cercando di educare i consumatori, vogliamo far crescere l’attenzione sul pesce ”alternativo”, quello che spesso i 700 pescatori della regione devono buttare via perché nessuno vuole. Tra chi pesca sulle barche piccole, gli ”strascicanti” con pescherecci da 80 tonnellate che lavorano al largo, i vongolari, i traboccanti e chi opera con reti volanti o le lampare c’è una nuova consapevolezza: d’estate hanno smesso di sfruttare il mare al massimo. Chi si ferma nei ristoranti o va al mercato non sa neppure che tra poco ci sarà il fermo biologico di tre settimane: per il Nord Adriatico dovrebbe essere dal 30 luglio fino al 24 agosto, mentre nella parte meridionale dal 13 agosto al 7 settembre.C’è stata un riunione al ministero delle Politiche agricole ma non si sono ancora messi d’accordo...».
I consumatori vogliono più pesce d’estate, ma quello migliore si trova d’inverno. E lo stop imposto dal ministero in Adriatico ormai da 15 anni, per ripopolare la fauna ittica, avviene nei mesi di punta del turismo. Intanto, i pescatori diminuiscono: gli equipaggi dei pescherecci sono quasi tutti extracomunitari. La vita è dura e nessuno vuole più andar per mare. Antonio Natarelli, 66 anni, quattro generazioni di pescatori alle spalle, fa eccezione. Lo incontro mentre al porto di Vasto arriva, dal cantiere di Giulianova, la sua sesta barca: gli brillano gli occhi, quando verso la mezzanotte la «Antonio Padre», 80 tonnellate di stazza e motori da 700 cavalli, attracca. C’è un momento di tensione tra un marocchino e un italiano dell’equipaggio, ma è subito sedato da Antonio: ha 27 dipendenti, va per mare da quando aveva 8 anni ed è uno dei più importanti armatori dell’Adriatico. Ciascuna nave vale un milione e 200 mila euro e ogni notte la flotta porta a casa 700 casse di pesce: si parte a mezzanotte, si torna al porto 24 ore dopo, si scarica nel magazzino - «ho la fabbrica del ghiaccio», dice orgoglioso il patriarca dei Natarelli - e si va avanti così per tre giorni. «Poi - dice - stiamo fermi per 72 ore, nel weekend. Il governo dovrebbe sentire chi vive a mare, altro che. Hanno paura perché l’Adriatico è sporco? Ma va, cà nun è cambiato niente, da quando andavo con la paranza e vela». Ci sono soltanto pesci strani che arrivano dal Canale di Suez perché fa più caldo. Continua Antonio: «La mucillagine che abbiamo avuto fino alla scorsa settimana? E’ un vantaggio, se il pesce nun magna, nun cresce...».
Non sappiamo se le sue teorie abbiano un fondamento scientifico. Di certo, i pescherecci del porto di Vasto negli Anni 60 erano una trentina, oggi sono 15. A Pescara erano un centinaio, oggi la metà. E Natarelli, nella sua vita, ha già navigato su 41 barche. Adesso per la «Antonio Padre» dovrà andare a Roma e girare per uffici e ministeri: «Se non hai uno che gli telefona, tengono lì la pratica per settimane». Lui sì che conosce il «pesce sostenibile». Quando assaggi le trigliette al pomodoro preparate da Antonio, mentre dietro al molo di Vasto tramonta il sole, capisci che il «pesce d’estate» è buono soprattutto se vedi da dove viene.