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 2007  luglio 19 Giovedì calendario

JACOPO IACOBONI

Sul modo in cui gli italiani stanno al volante si potrebbero scrivere libri (di psicanalisi). Sul modo in cui ci stanno i politici, articoli (sull’ebbrezza del potere). L’ultima: un leghista, Luca Zaia, vicepresidente della Regione Veneto, si fa beccare a 193 chilometri all’ora sull’autostrada tra Treviso e Conegliano, non esattamente Le Mans, si fa ritirare la patente e multare di 407 euro, poi spiega: «Bisogna assolutamente rivedere i limiti di velocità, alzarli almeno di 20 chilometri; quelle attuali sono soglie anacronistiche».
Ora. La questione è complicata e trasversale, e in effetti a molti sarà capitato di superare il limite, né sono simpatici moralismi. E tuttavia. Un politico può sbagliare un decreto legge, amministrare male, litigare con gli alleati, fare polemiche becere, però sa che farsi beccare in auto a tutto gas viene considerato peggio, oltre che pericoloso per gli altri, odioso e sintomatico di un atteggiamento greve.
Zaia s’è scusato così: «Dovevo correre a una riunione in Regione». Certo. I quotidiani di questi giorni sono pieni di campagne per evitare i morti sulle strade, si leggono editoriali intitolati «Quando l’auto diventa un’arma» (Michele Serra, Repubblica), o commenti intitolati «Ad auto armata» (Guido Viale) sui 5-7000 italiani che ogni anno crepano per incidenti d’auto. Il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi voleva rivedere i limiti al ribasso, senonché la politica che sale in macchina è sempre contesa tra il lavarsi l’anima (i limiti a 110 all’ora voluti dal socialdemocratico Enrico Ferri nell’88) e il lavarsi il carburatore (la proposta di limiti a 160 in autostrada fatta dall’allora ministro berlusconiano Pietro Lunardi). E allora, limiti a parte: come far entrare nelle teste l’utilità del rispettarli? Con gli italiani la risposta è difficile; con i politici persino arcana, avendo a che fare con le risonanze simboliche del potere che un’auto veloce può incarnare.
Per dire, Enrico Ferri, che ebbe l’idea di portare i limiti a 110 all’ora, fu poi beccato tre mesi dopo il varo della sua legge da un occhiuto nemico politico, il missino Carlo Tassi, a 180 con due auto di scorta sull’autostrada Venezia-Trieste e poi sulla Piacenza-Milano. Si scusò così: «Beh, certo, a volte può capitare che per motivi di sicurezza si superino i limiti». Nel 2002 il berlusconismo varò, quatto quatto, un legge che autorizza i politici a usare sirene ad hoc per facilitare la marcia dell’onorevole, il cui modello di comportamento resta il Gassman nel ”Sorpasso” - bellezza a parte. La deputata Gabriella Carlucci, superfan di Silvio, con la sua Porsche ha speronato un autobus mentre viaggiava in una corsia preferenziale in via del Tritone. Del guaio si dovette occupare una sessione dell’assessorato al Traffico romano. Avvistamenti diciamo unfair sono toccati a Buttiglione, o Micciché. Ma non è questione di destra, o sinistra; forse, di vicinanza col privilegio e lontananza dalla misura.
C’è stata persino una volta in cui un altro leghista, Roberto Speroni, inseguì Violante in centro a Roma, per una questione acustica: «Ero stanco delle sirene che rompono le palle alla gente». Anche nella Lega, c’è dibattito sul politico e l’automobile.